Ehi, lì sotto c'è un errore. Quel 4 vicino a Pjanic, vicino al numero di ruoli ricoperti nella Roma, è sbagliato. È fuorviante. È riduttivo. Perché da «Mali Princ» qual è, da Piccolo Principe che ha fatto innamorare Bosnia e Roma, in estate si è attaccato al telefono come un vero direttore sportivo. E ha piazzato un colpo d'oro, preciso come i suoi calci di punizione. Dzeko è a Roma perché c'è Pjanic. Basterebbe questo. E se serve altro, ecco il campo. Ecco il Miralem più completo e continuo da quando è a Roma. Ecco l'altro Miralem, quello che il pallone se lo va a prendere, non aspetta che siano altri a portarglielo. La pensata di Rudi Garcia non è stata malvagia: la regia a Pjanic, poi le probabilità che il film venga fuori bene sono elevate.
QUANTE SOLUZIONI E così è nata un'altra Roma. In principio era De Rossi, regia che pensa a coprire le spalle altrui, prima diga di una linea difensiva troppo spesso in aperta difficoltà. Ma poi De Rossi difensore lo è diventato davvero, in un reparto che ha via via perso pezzi. E allora ecco Keita, gli occhi di Garcia in campo, l'esperienza al servizio dei compagni, le linee di passaggio in verità molto più sporcate quando il pallone ce l'hanno gli altri, che immaginate quando il pallone è sui piedi del maliano. Più distruzione che costruzione: un cameraman, più che un regista. In mezzo pure l'esperimento Nainggolan, naufragato in una notte sola, quella della disfatta in Bielorussia. A Palermo Garcia s'è invece affidato mani e piedi, testa e cuore, alle linee immaginarie di Pjanic. Ai suoi tocchi, ai suoi inserimenti — vedi il gol dopo neppure due minuti —, alle sue istruzioni per l'uso: come uscire da una crisi.
Andrea Pugliese
Davide Stoppini
Segnatevi i nomi di questo binomio di poeti ed ultrà curva sud della gazzetta. Faranno carriera...