L'una e mezzo di notte. Squilla il telefono. È mia sorella. Aspettavo da tempo questa telefonata. "Ste', devi veni' giù". "Quando è successo?" "Ci hanno appena chiamato, stiamo andando". "Ok, ci prepariamo e partiamo, ciao". "Ciao".
Riattacco e mi giro verso mia moglie. "Mio padre è morto". "Oh, tesoro". Ci abbracciamo senza dire niente.
Chiamo mia madre. Mi risponde subito, evidentemente ancora non sono partiti. La informo che ho saputo. La sento tranquilla. Vorrei rincuorarla ma non mi riesce di dire più di qualche banalità. Forse in realtà l'ho chiamata solo per sentire la sua voce, perché sono le madri che sanno consolare i figli, quasi mai il contrario.
Vado a poggiarmi contro il lavello. Non riesco a pensare a niente, non guardo da nessuna parte e rimango fermo così per un po'. Poi, quando percepisco la voce di mia moglie che mi sta parlando, qualche neurone si riattiva e mi viene in mente che dovrei fare qualcosa ma non so ancora bene cosa.
"Che facciamo?" Sono le prime sue parole che arrivano alla mia coscienza dopo il mini black out che mi ha colto subito dopo aver parlato con mia madre, la cesura tra il prima e il dopo. La guardo e mi è chiaro che devo fare una scelta: riposarmi un po' e poi partire, oppure partire subito ed eventualmente riposarmi lungo la strada, se il sonno dovesse farsi sentire troppo. Decido per quest'ultima soluzione e riesco anche a trovare una motivazione che in quel momento mi sembra inappuntabile: inutile perdere tempo a riposare, tanto dobbiamo fare le valigie e se ne andranno almeno due ore e a quel punto non avrà più senso mettersi a dormire. Mentre penso così non ho ancora ripristinato il collegamento fra quei pochi neuroni scampati al black out e il resto del corpo e resto fermo lì come una statua.
Alla fine il pensiero trova la sua strada, riesco comunicarle le mie intenzioni e lei è d'accordo. E dopo quel primo pensiero, ecco arrivarne altri in sequenza. Che mettere in valigia? Quanti giorni staremo fuori? Quanti ricambi di biancheria serviranno? Porteremo il laptop con noi? La roba in frigo si conserverà o andrà a male? Cosa mettere in congelatore, cosa buttare già adesso, cosa portare con noi da consumare durante il viaggio? Non devo dimenticare di buttare l'immondizia prima di andare, soprattutto l'organico, altrimenti puzza. Pazienza per i piatti sporchi, li laveremo al ritorno.
Dopo il funerale, al momento di salutare un caro amico che non vedevo da qualche anno, gli dirò che avevo sempre pensato che certi momenti importanti avrebbero ispirato profonde riflessioni sul senso della vita, invece avevo scoperto con sorpresa che erano gli aspetti materiali a prendere il sopravvento. "Non ora ma tra un po' di tempo ti accorgerai che sei come lui, che fai gli stessi gesti, che usi le stesse espressioni. Sono le nostre radici, non le possiamo tagliare", mi risponderà.
Alla fine riusciamo a partire dopo le tre. Siamo senza gasolio e ci fermiamo alla prima area di servizio. Scendo per prendere un caffè. Due ragazze stanno litigando sul piazzale. Una è vestita in modo vistoso, minigonna rosa, stivali e calze lucide che si notano da lontano, come da lontano si sentono le loro urla. Un uomo tenta invano di riappacificarle ma non sembra troppo convinto. Quando esco dal bar accendo una sigaretta. Le ragazze ora stanno litigando al cancello dove entrano i dipendenti dell'autogrill. Poi vado al distributore. Entro alle pompe del self service e inizio a fare il pieno. La pistola stacca sempre. Il tizio del distributore si avvicina, me la sistema lui. Non sarebbe suo compito ma si capisce che è venuto solo per fare due chiacchiere. A quell'ora non c'è proprio nessuno e deve annoiarsi parecchio. Fa un commento sul litigio e poi mi racconta che un paio di ore prima c'era qualcuno che litigava anche nell'area di servizio sulla carreggiata opposta e le urla si sentivano fin lì. "Che gente, non si rendono conto che la vita è così breve?" Annuisco e faccio un mezzo sorriso. Nella mia situazione il commento suona inopportunamente ironico ma certo lui non può saperlo.
Ci rimettiamo in cammino. Si vedono pochissime macchine e ne approfitto per tirare un po', pazienza se mi becca l'autovelox, il tutor, il satellite spia della spectre o qualche altra diavoleria del genere. Sul tratto appenninico c'è nebbia, rallentiamo. Dopo Firenze mi accorgo che sto camminando cento metri sulla riga di mezzo e cento sulla riga della corsia di emergenza. Con l'ultimo sprazzo di lucidità che mi è rimasto decido che è ora di fare una sosta e riposare un po', per oggi i lutti in famiglia sono stati abbastanza.
Arriviamo verso le dieci e mezzo. Ci fermiamo con la macchina davanti al cancello in attesa che arrivi qualcuno. Non abbiamo il telecomando né la chiave. Mia madre e mia sorella sono andate in comune a prendere il loculo, mio cognato è andato ad accordarsi con quello delle pompe funebri per le incombenze del funerale e i manifesti.
Mentre aspettiamo mi chiama M., un caro amico che lo fa tutti gli anni in questo giorno. Esordisce con un tono allegro e mi fa gli auguri per il compleanno. Mi scappa un sorriso al pensiero che sarà così per tutte le telefonate che mi arriveranno oggi. Di rimando gli do la notizia e c'è un momento di imbarazzo, mio e suo. Il tono della sua voce cambia, ora ho l'impressione che sia costernato. Mi fa le condoglianze e gli racconto gli eventi degli ultimi giorni, almeno quelli che sono riuscito a sapere dalle telefonate dei miei che mi aggiornavano in modo estremamente sintetico.
Arriva mio cognato che apre ed entriamo. Ci salutiamo e dopo qualche minuto arrivano mia madre e mia sorella. Salutiamo anche loro. Chiacchieriamo con serenità. Cerco di informarmi un po' meglio sugli ultimi giorni di mio padre, poi mangiamo e ci prepariamo per andare a vegliarlo.
Arriviamo alla residenza assistenziale dove lo avevamo ricoverato da più di un anno perché mia madre a casa da sola non riusciva più a gestire la situazione. Il personale che incontriamo ci fa le condoglianze. Scendiamo nella camera mortuaria senza mia moglie, che si sistema in una saletta per gli ospiti perché non se la sente di vederlo. Lo ha conosciuto quando era già parecchio malandato. Prima di entrare nel locale, che ha anche un'anticamera arredata come un salottino, noto il cartello sulla porta. L'hanno chiamata sala del commiato, forse per dare un tono il più sfumato possibile, per non evocare in modo troppo diretto l'dea della morte, ovviamente a quelli cui non tocca entrarci dentro. È cuoriosamente ubicata vicino al ristorante, anche se su un corridoio diverso. È un giorno di festa e gli ospiti pranzano insieme con i parenti che sono andati a far loro visita. Sono tutti ben vestiti, si sentono le voci allegre dei bambini. Camerieri con il papillon servono ai tavoli.
Mio padre è sistemato nella cassa. Lo hanno composto bene. Gli hanno messo un vestito grigio chiaro, l'espressione del volto è serena. Malgrado l'età avanzata non ha una ruga. "Sta proprio bene", dice mia sorella. Ricordo che faceva molto più impressione vederlo dormire quando era vivo.
Stiamo un po' in silenzio di fianco a lui e mentre lo guardo mi torna in mente il giorno in cui andai via di casa, quattro anni prima. Il giorno precedente mi aveva chiamato in disparte e mi aveva messo in mano un mazzetto di banconote. "Prendi, possono serivirti", mi disse. Lo ringraziai con imbarazzo, negli ultimi anni mi aveva sempre regalato metà della sua pensione perché ero disoccupato. Poi guardai meglio e mi accorsi che erano lire italiane. Non gli dissi nulla. Era il duemilasei e insieme alla sorpresa ebbi anche la percezione netta che oramai fosse andato irrimediabilmente fuori di testa, una cosa forse evidente da tempo ma che mi ero rifiutato di vedere. Il giorno successivo, quello in cui presi il treno per il nord, era domenica. Prima di uscire andai a salutarlo. Era ancora a letto a dormire. Al mio tocco si svegliò con un sobbalzo, come se lo avessi spaventato, ma sapevo che era il suo modo naturale di prendere coscienza dopo un sonno interrotto improvvisamente. "Me ne vado, ciao". "Ciao", mi disse prima di abbracciarmi in modo goffo dalla sua posizione di inferiorità geometrica e baciarmi. Si commosse e non lo nascose.
"Ci teneva molto a te", mi dice mia madre in uno dei momenti della veglia in cui rimaniamo soli io e lei. Le chiedo come si erano conosciuti. Non lo avevo mai chiesto prima a nessuno dei due e notizie frammentarie sul loro matrimonio le avevo sempre raccolte qua e là da parenti vari. Sospira. "Eh, il destino", dice, e appena finisce la frase capisco che non otterrò altre informazioni.
Passano alla spicciolata le infermiere che lo hanno curato e sono di turno, ognuna si ferma un po' a parlare con noi e ricorda un episodio simpatico su mio padre. Sembra che le facesse divertire parecchio con le sue stramberie. Arrivano anche i pochi parenti che abbiamo in zona, tutti insieme. Chiacchieriamo un po' con tutti mentre io faccio la spola tra mio padre e mia moglie al piano di sopra. Arriva anche l'ora di chiusura della sala del commiato e ce ne torniamo a casa.
Il giorno dopo torniamo ancora ma sappiamo che non verrà più nessuno. Cerco di rintracciare telefonicamente l'ultimo dei fratelli rimasti in vita per dargli la notizia. È un frate cappuccino e pare che tra ieri e oggi abbia sempre scelto il momento sbagliato di chiamare il convento da qualche parte della Toscana al numero che sono riuscito a reperire attraverso un giro di telefonate con alcuni cugini. All'ennesimo tentativo risponde un frate molto affabile. Mi informo dell'effettiva presenza di mio zio, non abbiamo mai capito bene se dopo aver preso i voti si sia dato un nome diverso da quello che conosciamo, e gli dico di avvisarlo che è morto il fratello. Mi chiede quale, spiazzandomi. Per me era ovvio che fosse mio padre, dal momento che era l'unico fratello rimasto. Capisco che quello che è evidente a me può non esserlo per gli altri, cosicché gli dico il nome. Il frate prende nota, mi fa le condoglianze e dice che riferirà. Non mancherà di dire una preghiera per lui. Lo ringrazio e termino la conversazione. L'ultima delle sorelle rimaste, invece, l'avviserò tramite il figlio su facebook. Emigrò in Canada con il marito tantissimi anni fa, prima della mia nascita. Entrambi chiameranno a casa qualche giorno dopo il funerale.
Arriva il necroforo, dà uno sguardo alla salma, poi si allontana e certifica. Arriva pure quello delle pompe funebri. Lo conosciamo da anni perché è cliente di mia madre. È un ragazzo in gamba che ha ereditato l'attività dal padre. Mentre prepara gli attrezzi e armeggia intorno alla cassa parliamo un po' del suo lavoro. Apprendo cose curiose, come l'esistenza di una fiera del settore, notizie sull'ubicazione geografica dei suoi fornitori, che lo assistono quando deve andare a recuperare qualche salma in giro per l'Italia. Dopo avere preparato tutto, si avvicina sorridente e dice "su, salutate che chiudo". Ci avviciniamo per un'ultimo sguardo. Gli poggio una mano sulla fronte, poi sulle mani giunte e mi allontano per osservare l'operazione.
Quando i facchini scaricano la cassa per portarla in chiesa, mia madre ha il primo e unico cedimento psicologico e si mette a piangere. Prima e dopo la funzione saluto un sacco di persone che mi fanno le condoglianze, alle quali rispondo con un grazie e un sorriso. Dovrei avere un'espressione triste ma non mi viene. E' difficile comunicare ad altri sentimenti che coinvolgono il livello più intimo della sfera affettiva personale. Poi lo accompagniamo al cimitero per la tumulazione e quando tutto è finito ce ne torniamo a casa.
Il giorno dopo il funerale porto mia madre alla residenza assistenziale per sistemare le ultime formalità. Mentre guido fra i tornanti della strada di montagna, osservo che avevano appena fatto in tempo a fare le nozze d'oro. "Ti sei ricordato". "Certo, era il primo ottobre". "No, era il quindici".
Il medico ci racconta la sua storia clinica degli ultimi mesi. Penso che non deve essersi reso conto di nulla, probabilmente quando è arrivata la fine era già incosciente da tempo, e anche se non lo fosse stato, è difficile credere che nelle sue condizioni mentali avrebbe capito. Sistemiamo anche la faccenda della carrozzella che gli era stata assegnata dall'ufficio protesi dell'ASL, se ne occuperanno loro per la riconsegna, dopo che avremo inviato il certificato di morte. Torniamo a casa, c'è il pranzo da preparare. La vita riprende a scorrere. Non è come prima ma cerchiamo di nascondercelo.
Così si è conclusa la vicenda di mio padre. Aveva il doppio dei miei anni, vale a dire che alla stessa età lui ha visto nascere me, io ho visto morire lui. "Era il genietto della famiglia", mi aveva detto un giorno uno dei miei zii. E a pensarci bene, andarsene nel giorno del mio compleanno è stata una trovata geniale per garantirsi una sopravvivenza nei miei ricordi.
******
A queste cose ripensavo stasera. Sono qui al computer mentre mia moglie è di là che dorme. Ho cercato e riaperto il file con il racconto di quella notte. Lo avevo scritto mesi fa senza un motivo preciso.
Accanto a me c'è una carrozzina con dentro mia figlia. Dorme anche lei. E' nata domenica sera, un po' in anticipo sul previsto, un po' prima del mio anniversario di matrimonio, che io e mia moglie abbiamo festeggiato in ospedale con un vassoio di paste mignon aperto sul suo letto. Mangiavamo golosi come due ragazzini.
Ho assistito al parto. Quando la bambina ha iniziato a mettere la testa fuori, parecchie ore dopo l'inizio del travaglio, ho pensato che stesse uscendo una pietra. Ho mandato alcune foto ai miei e mio cognato ha detto che somiglia molto a mio padre. Né io né mia sorella lo abbiamo fatto diventare nonno e la cosa mi dispiace.
Nel sentire al telefono l'emozione di mia madre che esclamava: "Che bella che è, che bella!", ho ripensato a lui e a come varie volte si era emozionato per me, malgrado i suoi modi aspri. Pianse il giorno del mio giuramento, pianse il giorno della mia laurea. Non pianse quando mi sposai, due anni fa, ma solo perché oramai era irrimediabilmente andato di testa e non lo ha mai veramente capito.
Vorrei essere capace di raccontare questa storia a mia figlia un giorno. Raccontargli di quest'uomo che non conoscerà e del rapporto difficile che ho avuto con lui. Il suo naso, il suo modo di agitarsi nel sonno girando gli occhi mi ricordano molto mio padre. Chissà se come lui e me sarà una persona dalla testa dura come la pietra che ho visto nascere.
se volevi farmi piangere, beh, ci sei riuscito.
Che dire, biancocelestedentro?
Grazie!!!!!!!
;))
Citazione di: biancocelestedentro il 29 Ott 2011, 01:48
L'una e mezzo di notte. Squilla il telefono. È mia sorella. Aspettavo da tempo questa telefonata. "Ste', devi veni' giù". "Quando è successo?" "Ci hanno appena chiamato, stiamo andando". "Ok, ci prepariamo e partiamo, ciao". "Ciao".
Riattacco e mi giro verso mia moglie. "Mio padre è morto". "Oh, tesoro". Ci abbracciamo senza dire niente.
Chiamo mia madre. Mi risponde subito, evidentemente ancora non sono partiti. La informo che ho saputo. La sento tranquilla. Vorrei rincuorarla ma non mi riesce di dire più di qualche banalità. Forse in realtà l'ho chiamata solo per sentire la sua voce, perché sono le madri che sanno consolare i figli, quasi mai il contrario.
Vado a poggiarmi contro il lavello. Non riesco a pensare a niente, non guardo da nessuna parte e rimango fermo così per un po'. Poi, quando percepisco la voce di mia moglie che mi sta parlando, qualche neurone si riattiva e mi viene in mente che dovrei fare qualcosa ma non so ancora bene cosa.
"Che facciamo?" Sono le prime sue parole che arrivano alla mia coscienza dopo il mini black out che mi ha colto subito dopo aver parlato con mia madre, la cesura tra il prima e il dopo. La guardo e mi è chiaro che devo fare una scelta: riposarmi un po' e poi partire, oppure partire subito ed eventualmente riposarmi lungo la strada, se il sonno dovesse farsi sentire troppo. Decido per quest'ultima soluzione e riesco anche a trovare una motivazione che in quel momento mi sembra inappuntabile: inutile perdere tempo a riposare, tanto dobbiamo fare le valigie e se ne andranno almeno due ore e a quel punto non avrà più senso mettersi a dormire. Mentre penso così non ho ancora ripristinato il collegamento fra quei pochi neuroni scampati al black out e il resto del corpo e resto fermo lì come una statua.
Alla fine il pensiero trova la sua strada, riesco comunicarle le mie intenzioni e lei è d'accordo. E dopo quel primo pensiero, ecco arrivarne altri in sequenza. Che mettere in valigia? Quanti giorni staremo fuori? Quanti ricambi di biancheria serviranno? Porteremo il laptop con noi? La roba in frigo si conserverà o andrà a male? Cosa mettere in congelatore, cosa buttare già adesso, cosa portare con noi da consumare durante il viaggio? Non devo dimenticare di buttare l'immondizia prima di andare, soprattutto l'organico, altrimenti puzza. Pazienza per i piatti sporchi, li laveremo al ritorno.
Dopo il funerale, al momento di salutare un caro amico che non vedevo da qualche anno, gli dirò che avevo sempre pensato che certi momenti importanti avrebbero ispirato profonde riflessioni sul senso della vita, invece avevo scoperto con sorpresa che erano gli aspetti materiali a prendere il sopravvento. "Non ora ma tra un po' di tempo ti accorgerai che sei come lui, che fai gli stessi gesti, che usi le stesse espressioni. Sono le nostre radici, non le possiamo tagliare", mi risponderà.
Alla fine riusciamo a partire dopo le tre. Siamo senza gasolio e ci fermiamo alla prima area di servizio. Scendo per prendere un caffè. Due ragazze stanno litigando sul piazzale. Una è vestita in modo vistoso, minigonna rosa, stivali e calze lucide che si notano da lontano, come da lontano si sentono le loro urla. Un uomo tenta invano di riappacificarle ma non sembra troppo convinto. Quando esco dal bar accendo una sigaretta. Le ragazze ora stanno litigando al cancello dove entrano i dipendenti dell'autogrill. Poi vado al distributore. Entro alle pompe del self service e inizio a fare il pieno. La pistola stacca sempre. Il tizio del distributore si avvicina, me la sistema lui. Non sarebbe suo compito ma si capisce che è venuto solo per fare due chiacchiere. A quell'ora non c'è proprio nessuno e deve annoiarsi parecchio. Fa un commento sul litigio e poi mi racconta che un paio di ore prima c'era qualcuno che litigava anche nell'area di servizio sulla carreggiata opposta e le urla si sentivano fin lì. "Che gente, non si rendono conto che la vita è così breve?" Annuisco e faccio un mezzo sorriso. Nella mia situazione il commento suona inopportunamente ironico ma certo lui non può saperlo.
Ci rimettiamo in cammino. Si vedono pochissime macchine e ne approfitto per tirare un po', pazienza se mi becca l'autovelox, il tutor, il satellite spia della spectre o qualche altra diavoleria del genere. Sul tratto appenninico c'è nebbia, rallentiamo. Dopo Firenze mi accorgo che sto camminando cento metri sulla riga di mezzo e cento sulla riga della corsia di emergenza. Con l'ultimo sprazzo di lucidità che mi è rimasto decido che è ora di fare una sosta e riposare un po', per oggi i lutti in famiglia sono stati abbastanza.
Arriviamo verso le dieci e mezzo. Ci fermiamo con la macchina davanti al cancello in attesa che arrivi qualcuno. Non abbiamo il telecomando né la chiave. Mia madre e mia sorella sono andate in comune a prendere il loculo, mio cognato è andato ad accordarsi con quello delle pompe funebri per le incombenze del funerale e i manifesti.
Mentre aspettiamo mi chiama M., un caro amico che lo fa tutti gli anni in questo giorno. Esordisce con un tono allegro e mi fa gli auguri per il compleanno. Mi scappa un sorriso al pensiero che sarà così per tutte le telefonate che mi arriveranno oggi. Di rimando gli do la notizia e c'è un momento di imbarazzo, mio e suo. Il tono della sua voce cambia, ora ho l'impressione che sia costernato. Mi fa le condoglianze e gli racconto gli eventi degli ultimi giorni, almeno quelli che sono riuscito a sapere dalle telefonate dei miei che mi aggiornavano in modo estremamente sintetico.
Arriva mio cognato che apre ed entriamo. Ci salutiamo e dopo qualche minuto arrivano mia madre e mia sorella. Salutiamo anche loro. Chiacchieriamo con serenità. Cerco di informarmi un po' meglio sugli ultimi giorni di mio padre, poi mangiamo e ci prepariamo per andare a vegliarlo.
Arriviamo alla residenza assistenziale dove lo avevamo ricoverato da più di un anno perché mia madre a casa da sola non riusciva più a gestire la situazione. Il personale che incontriamo ci fa le condoglianze. Scendiamo nella camera mortuaria senza mia moglie, che si sistema in una saletta per gli ospiti perché non se la sente di vederlo. Lo ha conosciuto quando era già parecchio malandato. Prima di entrare nel locale, che ha anche un'anticamera arredata come un salottino, noto il cartello sulla porta. L'hanno chiamata sala del commiato, forse per dare un tono il più sfumato possibile, per non evocare in modo troppo diretto l'dea della morte, ovviamente a quelli cui non tocca entrarci dentro. È cuoriosamente ubicata vicino al ristorante, anche se su un corridoio diverso. È un giorno di festa e gli ospiti pranzano insieme con i parenti che sono andati a far loro visita. Sono tutti ben vestiti, si sentono le voci allegre dei bambini. Camerieri con il papillon servono ai tavoli.
Mio padre è sistemato nella cassa. Lo hanno composto bene. Gli hanno messo un vestito grigio chiaro, l'espressione del volto è serena. Malgrado l'età avanzata non ha una ruga. "Sta proprio bene", dice mia sorella. Ricordo che faceva molto più impressione vederlo dormire quando era vivo.
Stiamo un po' in silenzio di fianco a lui e mentre lo guardo mi torna in mente il giorno in cui andai via di casa, quattro anni prima. Il giorno precedente mi aveva chiamato in disparte e mi aveva messo in mano un mazzetto di banconote. "Prendi, possono serivirti", mi disse. Lo ringraziai con imbarazzo, negli ultimi anni mi aveva sempre regalato metà della sua pensione perché ero disoccupato. Poi guardai meglio e mi accorsi che erano lire italiane. Non gli dissi nulla. Era il duemilasei e insieme alla sorpresa ebbi anche la percezione netta che oramai fosse andato irrimediabilmente fuori di testa, una cosa forse evidente da tempo ma che mi ero rifiutato di vedere. Il giorno successivo, quello in cui presi il treno per il nord, era domenica. Prima di uscire andai a salutarlo. Era ancora a letto a dormire. Al mio tocco si svegliò con un sobbalzo, come se lo avessi spaventato, ma sapevo che era il suo modo naturale di prendere coscienza dopo un sonno interrotto improvvisamente. "Me ne vado, ciao". "Ciao", mi disse prima di abbracciarmi in modo goffo dalla sua posizione di inferiorità geometrica e baciarmi. Si commosse e non lo nascose.
"Ci teneva molto a te", mi dice mia madre in uno dei momenti della veglia in cui rimaniamo soli io e lei. Le chiedo come si erano conosciuti. Non lo avevo mai chiesto prima a nessuno dei due e notizie frammentarie sul loro matrimonio le avevo sempre raccolte qua e là da parenti vari. Sospira. "Eh, il destino", dice, e appena finisce la frase capisco che non otterrò altre informazioni.
Passano alla spicciolata le infermiere che lo hanno curato e sono di turno, ognuna si ferma un po' a parlare con noi e ricorda un episodio simpatico su mio padre. Sembra che le facesse divertire parecchio con le sue stramberie. Arrivano anche i pochi parenti che abbiamo in zona, tutti insieme. Chiacchieriamo un po' con tutti mentre io faccio la spola tra mio padre e mia moglie al piano di sopra. Arriva anche l'ora di chiusura della sala del commiato e ce ne torniamo a casa.
Il giorno dopo torniamo ancora ma sappiamo che non verrà più nessuno. Cerco di rintracciare telefonicamente l'ultimo dei fratelli rimasti in vita per dargli la notizia. È un frate cappuccino e pare che tra ieri e oggi abbia sempre scelto il momento sbagliato di chiamare il convento da qualche parte della Toscana al numero che sono riuscito a reperire attraverso un giro di telefonate con alcuni cugini. All'ennesimo tentativo risponde un frate molto affabile. Mi informo dell'effettiva presenza di mio zio, non abbiamo mai capito bene se dopo aver preso i voti si sia dato un nome diverso da quello che conosciamo, e gli dico di avvisarlo che è morto il fratello. Mi chiede quale, spiazzandomi. Per me era ovvio che fosse mio padre, dal momento che era l'unico fratello rimasto. Capisco che quello che è evidente a me può non esserlo per gli altri, cosicché gli dico il nome. Il frate prende nota, mi fa le condoglianze e dice che riferirà. Non mancherà di dire una preghiera per lui. Lo ringrazio e termino la conversazione. L'ultima delle sorelle rimaste, invece, l'avviserò tramite il figlio su facebook. Emigrò in Canada con il marito tantissimi anni fa, prima della mia nascita. Entrambi chiameranno a casa qualche giorno dopo il funerale.
Arriva il necroforo, dà uno sguardo alla salma, poi si allontana e certifica. Arriva pure quello delle pompe funebri. Lo conosciamo da anni perché è cliente di mia madre. È un ragazzo in gamba che ha ereditato l'attività dal padre. Mentre prepara gli attrezzi e armeggia intorno alla cassa parliamo un po' del suo lavoro. Apprendo cose curiose, come l'esistenza di una fiera del settore, notizie sull'ubicazione geografica dei suoi fornitori, che lo assistono quando deve andare a recuperare qualche salma in giro per l'Italia. Dopo avere preparato tutto, si avvicina sorridente e dice "su, salutate che chiudo". Ci avviciniamo per un'ultimo sguardo. Gli poggio una mano sulla fronte, poi sulle mani giunte e mi allontano per osservare l'operazione.
Quando i facchini scaricano la cassa per portarla in chiesa, mia madre ha il primo e unico cedimento psicologico e si mette a piangere. Prima e dopo la funzione saluto un sacco di persone che mi fanno le condoglianze, alle quali rispondo con un grazie e un sorriso. Dovrei avere un'espressione triste ma non mi viene. E' difficile comunicare ad altri sentimenti che coinvolgono il livello più intimo della sfera affettiva personale. Poi lo accompagniamo al cimitero per la tumulazione e quando tutto è finito ce ne torniamo a casa.
Il giorno dopo il funerale porto mia madre alla residenza assistenziale per sistemare le ultime formalità. Mentre guido fra i tornanti della strada di montagna, osservo che avevano appena fatto in tempo a fare le nozze d'oro. "Ti sei ricordato". "Certo, era il primo ottobre". "No, era il quindici".
Il medico ci racconta la sua storia clinica degli ultimi mesi. Penso che non deve essersi reso conto di nulla, probabilmente quando è arrivata la fine era già incosciente da tempo, e anche se non lo fosse stato, è difficile credere che nelle sue condizioni mentali avrebbe capito. Sistemiamo anche la faccenda della carrozzella che gli era stata assegnata dall'ufficio protesi dell'ASL, se ne occuperanno loro per la riconsegna, dopo che avremo inviato il certificato di morte. Torniamo a casa, c'è il pranzo da preparare. La vita riprende a scorrere. Non è come prima ma cerchiamo di nascondercelo.
Così si è conclusa la vicenda di mio padre. Aveva il doppio dei miei anni, vale a dire che alla stessa età lui ha visto nascere me, io ho visto morire lui. "Era il genietto della famiglia", mi aveva detto un giorno uno dei miei zii. E a pensarci bene, andarsene nel giorno del mio compleanno è stata una trovata geniale per garantirsi una sopravvivenza nei miei ricordi.
******
A queste cose ripensavo stasera. Sono qui al computer mentre mia moglie è di là che dorme. Ho cercato e riaperto il file con il racconto di quella notte. Lo avevo scritto mesi fa senza un motivo preciso.
Accanto a me c'è una carrozzina con dentro mia figlia. Dorme anche lei. E' nata domenica sera, un po' in anticipo sul previsto, un po' prima del mio anniversario di matrimonio, che io e mia moglie abbiamo festeggiato in ospedale con un vassoio di paste mignon aperto sul suo letto. Mangiavamo golosi come due ragazzini.
Ho assistito al parto. Quando la bambina ha iniziato a mettere la testa fuori, parecchie ore dopo l'inizio del travaglio, ho pensato che stesse uscendo una pietra. Ho mandato alcune foto ai miei e mio cognato ha detto che somiglia molto a mio padre. Né io né mia sorella lo abbiamo fatto diventare nonno e la cosa mi dispiace.
Nel sentire al telefono l'emozione di mia madre che esclamava: "Che bella che è, che bella!", ho ripensato a lui e a come varie volte si era emozionato per me, malgrado i suoi modi aspri. Pianse il giorno del mio giuramento, pianse il giorno della mia laurea. Non pianse quando mi sposai, due anni fa, ma solo perché oramai era irrimediabilmente andato di testa e non lo ha mai veramente capito.
Vorrei essere capace di raccontare questa storia a mia figlia un giorno. Raccontargli di quest'uomo che non conoscerà e del rapporto difficile che ho avuto con lui. Il suo naso, il suo modo di agitarsi nel sonno girando gli occhi mi ricordano molto mio padre. Chissà se come lui e me sarà una persona dalla testa dura come la pietra che ho visto nascere.
te possino.
:(
cacchio hai fatto commuovere anche me. devi essere una bella persona
grazie!
Citazione di: The Referee il 29 Ott 2011, 06:30
se volevi farmi piangere, beh, ci sei riuscito.
Ci hai reso partecipe di una tua cosa personale. Tristissima lo so... ma io la trovo meravigliosa.
Grazie
grazie a voi per avere avuto la pazienza di sciropparvi tutto il papello, io di solito di fronte a post di una certa lunghezza cedo per molto meno
non so se io sia una bella persona come dice ralphmalph, che ringrazio per la stima, so che ultimamente sentivo il bisogno di condividere questa cosa successa lo scorso natale e con la nascita della piccola mi sembrava arrivato il momento, dopo un anno che per me è stato piuttosto complicato (da non dirsi per mia moglie, ma l'argomento maternità meriterebbe qualche topic a parte)
perché ho scelto questo forum piuttosto che un'altro modo e altre persone non lo saprei dire con precisione, è certo però che in questa comunità virtuale mi sento a mio agio e non solo perché chi scrive qui sopra è della mia stessa squadra di calcio
Citazione di: biancocelestedentro il 29 Ott 2011, 22:21
...e non solo perché chi scrive qui sopra è della mia stessa squadra di calcio
:))
Questo forum e' qui anche per questo.
Io ci conto, e mi fa piacere che bcd la pensi come me.
Un grande abbraccio fraterno.
un bel posto è fatto indiscutibilmente di belle persone
ricambio l'abbraccio di tarallo, benché mi abbia codicefiscalizzato il nicche :)
indubbiamente, porga, questa comunità è un bel posto
@fede75 :))
Non avevo ancora letto questa perla.
Un forum e' l'essenza di voglia di condivisione.
E' questo che fa sembrare di conoscere da una vita persone perfettamente sconosciute.
Un abbraccio forte biancocelestedentro (te credo che Tarallo ti ha abbreviato...)
un abbraccio anche a te, nobile amico netter
Guardate che questo non é un forum.
E' molto di più.
Grazie per averci resi partecipi di questo triste evento, nel leggerlo mi hai portato indietro di un pò di anni, c'erano molte similitudini di quanto accadde a me quando ero all'estero per lavoro.
Non so bene cosa scrivere.
Grazie della condivisione, bcd, di cuore.
grazie anche a voi, italic ulisse e dusk
un abbraccio anche se non ci conosciamo personalmente. Nonostante gli anni certe cose lasciano sempre il segno.
Anche mia madre mi ha lasciato lo stesso giorno del mio compleanno e come dici tu ha scelto un bel modo di farsi ricordare e dire addio ai miei auguri....mi sono sempre chiesto se ci poteva essere un motivo o era stata una semplice coincidenza.
bello, e grazie.
si, c'è qualcosa ovviamente che condividiamo, di più di quello che penseremmo, e anche se lo sappiamo comunque ogni volta restiamo stupiti...
(io sono di ritorno da un viaggio-ponte con mia madre e mia figlia; gli altri -stanno tutti abbastanza bene- li avevamo lasciati a casa. e appunto, seppure in circostanze felici, il discorso della linea di continuità familiare ce l'ho avuto ben presente, in questi giorni)
un abbraccio anche a voi, superazio e stefy40
difficile dire se certi eventi abbiano o meno un senso, sono più propenso a credere che sono i fatti filtrati dalla nostra emotività ad assumere un particolare significato
mia figlia è nata il primo ottobre, mia madre il 15, ed è morta il giorno prima del mio 24simo compleanno. Mio padre è morto il 12 ottobre di dieci anni più tardi. Sembra il topic di ralphmalph sugli enigmi, e invece è soltanto qualche coincidenza, sia numerica sia nelle sorti dei nostri genitori. Ti abbraccio, bcd (dopo un topic così, il tuo nick codicefiscalizzato è davvero un colpo di genio tipico di tarallo :-) ).
un abbraccio anche per te, gesulio
in tema di enigmi o giochetti numerici, ti dico che i giorni del mese in cui siamo nati mia figlia, mia moglie e io sono 23, 24 e 25, 26 è il mio anniversario di matrimonio, i mesi sono 8, 10 e 12 per le nascite, io e mio padre siamo nati in giorni festivi (natale e capodanno, per cui si festeggiava il compleanno nello stesso giorno della settimana), io e mia figlia siamo nati di domenica, mia moglie è nata e si è sposata di lunedì (è strano, lo so, ci potrei costruire su un'altra storiella, questa volta simpatica), and so on, certe cose a volte si allineano in modo molto singolare ;)
OT
chapeau al genio tarallesco, bcd di questi tempi fa pensare a una sigla da notiziario economico :beer:
EOT
Grazie del racconto , bcd . Un giorno quando avrò voglia (e magari ispirazione) mi ci metterò pure io cercando di scrivere una cosa personale nella maniera in cui hai fatto te .
Per ora invece , rimanendo in tema di numeri : mio padre è nato nel 51 , io nel 91 (il 21 Febbraio) e mio padre è morto nel (20)01 , tra l'altro il 20 era la sua data di nascita , ed è morto 1 settimana esatta dopo il suo compleanno .
La vita è fatta, purtroppo, anche di queste cose.
Tutti avrebbero la loro storia da narrare.
Pochi lo fanno.
Pochissimi toccano il cuore come hai fatto tu.
grazie splash e palo
la vita delle persone è necessariamente fatta di queste storie, la mia dolorosa per la perdita in sé e per la lontananza che non mi ha permesso di essere vicino a mio padre negli ultimi momenti, ma non la difinirei drammatica, anzi l'abbiamo vissuta tutti con molta serenità. mio padre aveva 88 anni e non ci ha lasciato con il sentimento di chi è posto di fronte a una vita non compiuta che finisce.
biancelestedentro, grazie, è stato bello leggere e immaginare e commuoversi.
la forza della scrittura, mica che se trova solo dentro ai libbri. ;)
nel merito della storia ti abbraccio virtualmente, per quel che può valere.
p.s. siccome non vedo lora di confermarmi una brutta persona, vorrei cavillare sui post dell'amico porga e di ralphmalh.
è ora di finirla di usare questa fastidiosa e contemporanea locuzione bella persona.
le persone non sono belle, so persone, e questo basta e avanza per far si che si possa scrivere un pezzo come quello di biancocelestedentro, e che un posto, diventi bello.
persone
non serve altro.
tutto il resto è una favola.
OT
vedi di non rovinare 'sto topic, eh, mr. coerenza
Citazione di: Kim Gordon il 04 Nov 2011, 16:49siccome non vedo lora di confermarmi una brutta persona [...] è ora di finirla di usare questa fastidiosa e contemporanea locuzione bella persona.
:=))
EOT
Leggo ora, troppo tardi per dire qualcosa che abbia un minimo di senso, meglio cosi... Perche non saprei che dire, non ho parole, solo che sei riuscito a materializzare di nuovo delle sensazioni profondamente dolorose e vecchie di un anno...
Ma lo hai fatto in un modo delicato, leggero e credo che in casi come questi ci vogliono delle qualità particolari dentro, che escono e arrivano.... Quando serve arrivano
Cavolo se arrivano
Grazie di cuore :)
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grazie kim, il tuo abbraccio vale molto
grazie anche a te, pablo, non è affatto tardi non preoccuparti
Citazione di: porgascogne il 04 Nov 2011, 16:56
OT
vedi di non rovinare 'sto topic, eh, mr. coerenza :=))
EOT
:)
Citazione di: porgascogne il 30 Ott 2011, 17:56
un bel posto è fatto indiscutibilmente di belle persone
E' così.
Grazie a biancocelestedentro e a tutti quelli che hanno avuto fiducia negli altri netters condividendo cose così personali.
grazie anche a te arkham
Bel topic, leggo solo ora.
bello soprattutto il fatto che c'é stata un'esigenza di condivisione e che non hai avuto alcun problema a soddisfarla qui.
P.s.: ma bdc non significava un'altra cosa una volta? :)
grazie roby, in effetti, come forse già scritto qualche post più sopra, tra di voi qui nel forum mi sento a mio agio ed è stato relativamente semplice condividere un fatto molto personale
Citazione di: robylele il 11 Nov 2011, 14:15
P.s.: ma bdc non significava un'altra cosa una volta? :)
evidentemente sì ma il genio tarallesco esige memoria e rispetto: in realtà mi ha codicefiscalizzato in bcd, non la buttiamo in caciara, please :D
Leggo solo ora e ti ringrazio per averci reso partecipi di questi tuoi ricordi...
Solitamente mi blocco davanti ad un post così lungo e mollo dopo qualche riga, eppure stavolta l'ho letto tutto d'un fiato e mi ha davvero emozionato.
Un abbraccio a te ed alla tua famiglia...ed una carezza alla tua piccola. :luv:
Citazione di: Cliath il 13 Nov 2011, 00:43
Leggo solo ora e ti ringrazio per averci reso partecipi di questi tuoi ricordi...
Solitamente mi blocco davanti ad un post così lungo e mollo dopo qualche riga, eppure stavolta l'ho letto tutto d'un fiato e mi ha davvero emozionato.
Un abbraccio a te ed alla tua famiglia...ed una carezza alla tua piccola. :luv:
grazie cliath la piccola ha imparato subito ad apprezzare le coccole, provvedo a servirti non appena si sveglia ;)