L'una e mezzo di notte. Squilla il telefono. È mia sorella. Aspettavo da tempo questa telefonata. "Ste', devi veni' giù". "Quando è successo?" "Ci hanno appena chiamato, stiamo andando". "Ok, ci prepariamo e partiamo, ciao". "Ciao".
Riattacco e mi giro verso mia moglie. "Mio padre è morto". "Oh, tesoro". Ci abbracciamo senza dire niente.
Chiamo mia madre. Mi risponde subito, evidentemente ancora non sono partiti. La informo che ho saputo. La sento tranquilla. Vorrei rincuorarla ma non mi riesce di dire più di qualche banalità. Forse in realtà l'ho chiamata solo per sentire la sua voce, perché sono le madri che sanno consolare i figli, quasi mai il contrario.
Vado a poggiarmi contro il lavello. Non riesco a pensare a niente, non guardo da nessuna parte e rimango fermo così per un po'. Poi, quando percepisco la voce di mia moglie che mi sta parlando, qualche neurone si riattiva e mi viene in mente che dovrei fare qualcosa ma non so ancora bene cosa.
"Che facciamo?" Sono le prime sue parole che arrivano alla mia coscienza dopo il mini black out che mi ha colto subito dopo aver parlato con mia madre, la cesura tra il prima e il dopo. La guardo e mi è chiaro che devo fare una scelta: riposarmi un po' e poi partire, oppure partire subito ed eventualmente riposarmi lungo la strada, se il sonno dovesse farsi sentire troppo. Decido per quest'ultima soluzione e riesco anche a trovare una motivazione che in quel momento mi sembra inappuntabile: inutile perdere tempo a riposare, tanto dobbiamo fare le valigie e se ne andranno almeno due ore e a quel punto non avrà più senso mettersi a dormire. Mentre penso così non ho ancora ripristinato il collegamento fra quei pochi neuroni scampati al black out e il resto del corpo e resto fermo lì come una statua.
Alla fine il pensiero trova la sua strada, riesco comunicarle le mie intenzioni e lei è d'accordo. E dopo quel primo pensiero, ecco arrivarne altri in sequenza. Che mettere in valigia? Quanti giorni staremo fuori? Quanti ricambi di biancheria serviranno? Porteremo il laptop con noi? La roba in frigo si conserverà o andrà a male? Cosa mettere in congelatore, cosa buttare già adesso, cosa portare con noi da consumare durante il viaggio? Non devo dimenticare di buttare l'immondizia prima di andare, soprattutto l'organico, altrimenti puzza. Pazienza per i piatti sporchi, li laveremo al ritorno.
Dopo il funerale, al momento di salutare un caro amico che non vedevo da qualche anno, gli dirò che avevo sempre pensato che certi momenti importanti avrebbero ispirato profonde riflessioni sul senso della vita, invece avevo scoperto con sorpresa che erano gli aspetti materiali a prendere il sopravvento. "Non ora ma tra un po' di tempo ti accorgerai che sei come lui, che fai gli stessi gesti, che usi le stesse espressioni. Sono le nostre radici, non le possiamo tagliare", mi risponderà.
Alla fine riusciamo a partire dopo le tre. Siamo senza gasolio e ci fermiamo alla prima area di servizio. Scendo per prendere un caffè. Due ragazze stanno litigando sul piazzale. Una è vestita in modo vistoso, minigonna rosa, stivali e calze lucide che si notano da lontano, come da lontano si sentono le loro urla. Un uomo tenta invano di riappacificarle ma non sembra troppo convinto. Quando esco dal bar accendo una sigaretta. Le ragazze ora stanno litigando al cancello dove entrano i dipendenti dell'autogrill. Poi vado al distributore. Entro alle pompe del self service e inizio a fare il pieno. La pistola stacca sempre. Il tizio del distributore si avvicina, me la sistema lui. Non sarebbe suo compito ma si capisce che è venuto solo per fare due chiacchiere. A quell'ora non c'è proprio nessuno e deve annoiarsi parecchio. Fa un commento sul litigio e poi mi racconta che un paio di ore prima c'era qualcuno che litigava anche nell'area di servizio sulla carreggiata opposta e le urla si sentivano fin lì. "Che gente, non si rendono conto che la vita è così breve?" Annuisco e faccio un mezzo sorriso. Nella mia situazione il commento suona inopportunamente ironico ma certo lui non può saperlo.
Ci rimettiamo in cammino. Si vedono pochissime macchine e ne approfitto per tirare un po', pazienza se mi becca l'autovelox, il tutor, il satellite spia della spectre o qualche altra diavoleria del genere. Sul tratto appenninico c'è nebbia, rallentiamo. Dopo Firenze mi accorgo che sto camminando cento metri sulla riga di mezzo e cento sulla riga della corsia di emergenza. Con l'ultimo sprazzo di lucidità che mi è rimasto decido che è ora di fare una sosta e riposare un po', per oggi i lutti in famiglia sono stati abbastanza.
Arriviamo verso le dieci e mezzo. Ci fermiamo con la macchina davanti al cancello in attesa che arrivi qualcuno. Non abbiamo il telecomando né la chiave. Mia madre e mia sorella sono andate in comune a prendere il loculo, mio cognato è andato ad accordarsi con quello delle pompe funebri per le incombenze del funerale e i manifesti.
Mentre aspettiamo mi chiama M., un caro amico che lo fa tutti gli anni in questo giorno. Esordisce con un tono allegro e mi fa gli auguri per il compleanno. Mi scappa un sorriso al pensiero che sarà così per tutte le telefonate che mi arriveranno oggi. Di rimando gli do la notizia e c'è un momento di imbarazzo, mio e suo. Il tono della sua voce cambia, ora ho l'impressione che sia costernato. Mi fa le condoglianze e gli racconto gli eventi degli ultimi giorni, almeno quelli che sono riuscito a sapere dalle telefonate dei miei che mi aggiornavano in modo estremamente sintetico.
Arriva mio cognato che apre ed entriamo. Ci salutiamo e dopo qualche minuto arrivano mia madre e mia sorella. Salutiamo anche loro. Chiacchieriamo con serenità. Cerco di informarmi un po' meglio sugli ultimi giorni di mio padre, poi mangiamo e ci prepariamo per andare a vegliarlo.
Arriviamo alla residenza assistenziale dove lo avevamo ricoverato da più di un anno perché mia madre a casa da sola non riusciva più a gestire la situazione. Il personale che incontriamo ci fa le condoglianze. Scendiamo nella camera mortuaria senza mia moglie, che si sistema in una saletta per gli ospiti perché non se la sente di vederlo. Lo ha conosciuto quando era già parecchio malandato. Prima di entrare nel locale, che ha anche un'anticamera arredata come un salottino, noto il cartello sulla porta. L'hanno chiamata sala del commiato, forse per dare un tono il più sfumato possibile, per non evocare in modo troppo diretto l'dea della morte, ovviamente a quelli cui non tocca entrarci dentro. È cuoriosamente ubicata vicino al ristorante, anche se su un corridoio diverso. È un giorno di festa e gli ospiti pranzano insieme con i parenti che sono andati a far loro visita. Sono tutti ben vestiti, si sentono le voci allegre dei bambini. Camerieri con il papillon servono ai tavoli.
Mio padre è sistemato nella cassa. Lo hanno composto bene. Gli hanno messo un vestito grigio chiaro, l'espressione del volto è serena. Malgrado l'età avanzata non ha una ruga. "Sta proprio bene", dice mia sorella. Ricordo che faceva molto più impressione vederlo dormire quando era vivo.
Stiamo un po' in silenzio di fianco a lui e mentre lo guardo mi torna in mente il giorno in cui andai via di casa, quattro anni prima. Il giorno precedente mi aveva chiamato in disparte e mi aveva messo in mano un mazzetto di banconote. "Prendi, possono serivirti", mi disse. Lo ringraziai con imbarazzo, negli ultimi anni mi aveva sempre regalato metà della sua pensione perché ero disoccupato. Poi guardai meglio e mi accorsi che erano lire italiane. Non gli dissi nulla. Era il duemilasei e insieme alla sorpresa ebbi anche la percezione netta che oramai fosse andato irrimediabilmente fuori di testa, una cosa forse evidente da tempo ma che mi ero rifiutato di vedere. Il giorno successivo, quello in cui presi il treno per il nord, era domenica. Prima di uscire andai a salutarlo. Era ancora a letto a dormire. Al mio tocco si svegliò con un sobbalzo, come se lo avessi spaventato, ma sapevo che era il suo modo naturale di prendere coscienza dopo un sonno interrotto improvvisamente. "Me ne vado, ciao". "Ciao", mi disse prima di abbracciarmi in modo goffo dalla sua posizione di inferiorità geometrica e baciarmi. Si commosse e non lo nascose.
"Ci teneva molto a te", mi dice mia madre in uno dei momenti della veglia in cui rimaniamo soli io e lei. Le chiedo come si erano conosciuti. Non lo avevo mai chiesto prima a nessuno dei due e notizie frammentarie sul loro matrimonio le avevo sempre raccolte qua e là da parenti vari. Sospira. "Eh, il destino", dice, e appena finisce la frase capisco che non otterrò altre informazioni.
Passano alla spicciolata le infermiere che lo hanno curato e sono di turno, ognuna si ferma un po' a parlare con noi e ricorda un episodio simpatico su mio padre. Sembra che le facesse divertire parecchio con le sue stramberie. Arrivano anche i pochi parenti che abbiamo in zona, tutti insieme. Chiacchieriamo un po' con tutti mentre io faccio la spola tra mio padre e mia moglie al piano di sopra. Arriva anche l'ora di chiusura della sala del commiato e ce ne torniamo a casa.
Il giorno dopo torniamo ancora ma sappiamo che non verrà più nessuno. Cerco di rintracciare telefonicamente l'ultimo dei fratelli rimasti in vita per dargli la notizia. È un frate cappuccino e pare che tra ieri e oggi abbia sempre scelto il momento sbagliato di chiamare il convento da qualche parte della Toscana al numero che sono riuscito a reperire attraverso un giro di telefonate con alcuni cugini. All'ennesimo tentativo risponde un frate molto affabile. Mi informo dell'effettiva presenza di mio zio, non abbiamo mai capito bene se dopo aver preso i voti si sia dato un nome diverso da quello che conosciamo, e gli dico di avvisarlo che è morto il fratello. Mi chiede quale, spiazzandomi. Per me era ovvio che fosse mio padre, dal momento che era l'unico fratello rimasto. Capisco che quello che è evidente a me può non esserlo per gli altri, cosicché gli dico il nome. Il frate prende nota, mi fa le condoglianze e dice che riferirà. Non mancherà di dire una preghiera per lui. Lo ringrazio e termino la conversazione. L'ultima delle sorelle rimaste, invece, l'avviserò tramite il figlio su facebook. Emigrò in Canada con il marito tantissimi anni fa, prima della mia nascita. Entrambi chiameranno a casa qualche giorno dopo il funerale.
Arriva il necroforo, dà uno sguardo alla salma, poi si allontana e certifica. Arriva pure quello delle pompe funebri. Lo conosciamo da anni perché è cliente di mia madre. È un ragazzo in gamba che ha ereditato l'attività dal padre. Mentre prepara gli attrezzi e armeggia intorno alla cassa parliamo un po' del suo lavoro. Apprendo cose curiose, come l'esistenza di una fiera del settore, notizie sull'ubicazione geografica dei suoi fornitori, che lo assistono quando deve andare a recuperare qualche salma in giro per l'Italia. Dopo avere preparato tutto, si avvicina sorridente e dice "su, salutate che chiudo". Ci avviciniamo per un'ultimo sguardo. Gli poggio una mano sulla fronte, poi sulle mani giunte e mi allontano per osservare l'operazione.
Quando i facchini scaricano la cassa per portarla in chiesa, mia madre ha il primo e unico cedimento psicologico e si mette a piangere. Prima e dopo la funzione saluto un sacco di persone che mi fanno le condoglianze, alle quali rispondo con un grazie e un sorriso. Dovrei avere un'espressione triste ma non mi viene. E' difficile comunicare ad altri sentimenti che coinvolgono il livello più intimo della sfera affettiva personale. Poi lo accompagniamo al cimitero per la tumulazione e quando tutto è finito ce ne torniamo a casa.
Il giorno dopo il funerale porto mia madre alla residenza assistenziale per sistemare le ultime formalità. Mentre guido fra i tornanti della strada di montagna, osservo che avevano appena fatto in tempo a fare le nozze d'oro. "Ti sei ricordato". "Certo, era il primo ottobre". "No, era il quindici".
Il medico ci racconta la sua storia clinica degli ultimi mesi. Penso che non deve essersi reso conto di nulla, probabilmente quando è arrivata la fine era già incosciente da tempo, e anche se non lo fosse stato, è difficile credere che nelle sue condizioni mentali avrebbe capito. Sistemiamo anche la faccenda della carrozzella che gli era stata assegnata dall'ufficio protesi dell'ASL, se ne occuperanno loro per la riconsegna, dopo che avremo inviato il certificato di morte. Torniamo a casa, c'è il pranzo da preparare. La vita riprende a scorrere. Non è come prima ma cerchiamo di nascondercelo.
Così si è conclusa la vicenda di mio padre. Aveva il doppio dei miei anni, vale a dire che alla stessa età lui ha visto nascere me, io ho visto morire lui. "Era il genietto della famiglia", mi aveva detto un giorno uno dei miei zii. E a pensarci bene, andarsene nel giorno del mio compleanno è stata una trovata geniale per garantirsi una sopravvivenza nei miei ricordi.
******
A queste cose ripensavo stasera. Sono qui al computer mentre mia moglie è di là che dorme. Ho cercato e riaperto il file con il racconto di quella notte. Lo avevo scritto mesi fa senza un motivo preciso.
Accanto a me c'è una carrozzina con dentro mia figlia. Dorme anche lei. E' nata domenica sera, un po' in anticipo sul previsto, un po' prima del mio anniversario di matrimonio, che io e mia moglie abbiamo festeggiato in ospedale con un vassoio di paste mignon aperto sul suo letto. Mangiavamo golosi come due ragazzini.
Ho assistito al parto. Quando la bambina ha iniziato a mettere la testa fuori, parecchie ore dopo l'inizio del travaglio, ho pensato che stesse uscendo una pietra. Ho mandato alcune foto ai miei e mio cognato ha detto che somiglia molto a mio padre. Né io né mia sorella lo abbiamo fatto diventare nonno e la cosa mi dispiace.
Nel sentire al telefono l'emozione di mia madre che esclamava: "Che bella che è, che bella!", ho ripensato a lui e a come varie volte si era emozionato per me, malgrado i suoi modi aspri. Pianse il giorno del mio giuramento, pianse il giorno della mia laurea. Non pianse quando mi sposai, due anni fa, ma solo perché oramai era irrimediabilmente andato di testa e non lo ha mai veramente capito.
Vorrei essere capace di raccontare questa storia a mia figlia un giorno. Raccontargli di quest'uomo che non conoscerà e del rapporto difficile che ho avuto con lui. Il suo naso, il suo modo di agitarsi nel sonno girando gli occhi mi ricordano molto mio padre. Chissà se come lui e me sarà una persona dalla testa dura come la pietra che ho visto nascere.