Tutto sembra finito, tornato alla normalità. Non ci sentiamo più per mesi, forse anni. Non sono io responsabile della sua salute, lentamente i miei scrupoli morali si dissolvono. Sono sereno, tanto che quando lei si rifà viva, l'occasione è prendere un caffè al bar, in un territorio neutro zeppo di testimoni, le dico ok, va bene. Mi sono disintossicato. E infatti riesco a essere tranquillo, a chiacchierare con lei, a fare due passi. Mi dice che sta meglio. Lo so che è una trappola, ma stavolta mi difendo bene. Le dico di sì, sta meglio, evitando però di lasciarle appigli. Sono lì con lei in veste di amico. Perché è vero che le voglio bene, ma non voglio stare con lei, anzi è meglio se ci vediamo il meno possibile.
Passano altri mesi, ci prendiamo un altro caffè. Siamo all'inizio dell'estate scorsa, qualche giorno dopo sarei partito per i Mondiali Antirazzisti (e qui colgo l'occasione per dire a chi ha pensato di non venire che ci deve venire, e se dopo esserci stato non si riterrà soddisfatto lo autorizzo a prendersela con me).
Passa anche l'estate e una parte dell'autunno. Poi mi arriva un messaggio: ti posso parlare? E io: sì, certo, dimmi.
Mi racconta che ha avuto un tumore, benigno per fortuna, è stata operata e tutto sembra essere andato bene. Mi faccio strappare la promessa, un giorno, di andarla a trovare.
Non mi ricordo se ho dubitato della sua versione, comunque, a chi pensa che il tumore lei se lo possa essere inventato do un'anticipazione: ho visto la cicatrice.
Arriva il fatidico giorno. Sono da lei, ci siamo salutati, abbiamo scambiato due parole, ci siamo abbracciati. E lì è successo qualcosa, mi sono commosso. Non un pianto a dirotto, ma avevo gli occhi lucidi.
Apro una parentesi: non mi piace lo strumento del pianto, diffido di chi piange in presenza di un'altra persona, se sei a posto con la coscienza non piangi, il pianto può essere un'arma di persuasione potentissima, tu piangi e io penso che o vuoi qualcosa da me, oppure mi stai fregando. Chiusa parentesi.
Per dire che quella commozione, sì, sincera, spontanea, nel vedere che lei era viva e stava bene, che era scampata alla morte, aveva in sé anche una componente diversa. Ce l'avevo con me perché mi stavo ficcando di nuovo in una situazione non sana. Eppure mi veniva naturale essere dolce con lei, accarezzarle il viso, baciarle la fronte. Come un padre, un fratello. O almeno, quella era l'intenzione.
Poi però le mani si sono mosse, unite alla partecipazione di lei, andando a posizionarsi su parti del corpo diversamente sensibili. Dall'amorevolezza all'amore il passo può essere breve.
Ho avuto soltanto un attimo di resistenza, quando lei mi ha invitato in un'altra stanza più consona all'accoppiamento (eravamo in cucina). Ho detto: no, non posso, ma mi è uscita fuori una voce da vigliacco, falsissima.
Insomma, mi ero raccomandato con me stesso, prima di andarla a trovare, ma non sono stato in grado di resistere. Me ne sono andato a notte fonda, uscendo da casa sua come un sorcio.
Sì, le ho detto che non sarebbe più successo, che ci saremmo potuti incontrare ma ogni tanto.
Era un compromesso disgustoso tra la sua voglia di avermi con sé sempre e la mia, di non alimentare la sua dipendenza.
Perché è vero che provavo affetto nei suoi confronti e mi piaceva il suo corpo, ma c'era dell'altro, e mi vergogno molto ad ammetterlo.
Bocca di Rosa lo faceva per passione, io, forse, per compassione.
(fine seconda parte, ce ne sarà un'altra, l'ultima [?], spero molto più breve)