Arriva per tutti il periodo della riflessione. Spesso, fortunatamente, passa. Durante, però, emergono prepotenti questioni indifferibili, sostanziali, che segnano spartiacque. Nella fattispecie:
Il tifoso della Lazio è migliore degli altri tifosi?
Occorrerebbe anzitutto setacciare accuratamente, separare il grano dal loglio. Non è una questione di squadra supportata, il tifoso sta diventando una brutta bestia. Non so se mai sia stato una bella bestia, però vivaddio non sto solo colorando sbiadite immagini della gioventù, non sto solo mischiando la nostalgia della gioventù con i ricordi di stadio. Di altri stadi. Di stadi pieni, pieni di bandiere e di sciarpe (nei miei ricordi, molto più le prime delle seconde). Stadi dove, nella miglior tradizione hornbiana, c'erano parolacce, puzza di tabacco e di sudore, ma urla, incitamento, tamburi, ossessionanti e continui come quelli degli orchetti nelle miniere di Moria. E - per gli avversari - altrettanto minacciosi. Io lo avvertivo, distintamente, era nell'aria, come il polline a primavera, come l'erba in certi raduni (ebbene sì, ero pure un po' fricchettone), ma allo stadio c'eravamo noi e gli altri. Noi, tutto quello colorato di biancoceleste, gli altri, tutta la feccia (tifosi, giocatori, dirigenti, arbitri) che biancoceleste non era.
Mi tengo sulle generali. Tutto ciò poteva essere ascritto sostituendo il biancoceleste con qualsiasi altra associazione cromatica (non giallorossa, la mia immaginazione a tanto non arriva). E me ne facevo di trasferte, quindi vedevo anche the dark side of the moon, vedevo stadi pieni, ringhianti, ostili, rissosi e maleducati, andavo in trasferta e mi sentivo proprio in trasferta, respiravo l'ostilità e quasi l'odio, per quei novanta minuti. Poi finiva tutto. Alle volte no, talvolta toccava celare con accuratezza i propri vessilli, talaltra no, come mi accadde con mio padre in quei di Cagliari, usciti da una partita nei fumosi anni '70, quando nel parcheggio venimmo avvicinati da un gruppetto proveniente dalla provincia di Sassari, che ci offrirono carciofi sardi (quelli spinosi) e vino rosso, mentre ci raccontavano che erano venuti con la squadra locale in Ciociaria ed erano stati trattati così bene che conservavano un magnifico ricordo del Lazio, e benevolo della Lazio. Non ho mai visto mio padre, distinto e severo professionista, finire a insegnare a quei sardi la società dei magnaccioni, decantando le bellezze dei Castelli. Ubriaco come un topo.
Erano altri tempi, e non c'erano tutte le infinite motivazioni che tengono oggi lo spettatore lontano dallo stadio. E' diventato quasi un mantra, i biglietti cari, manca il parcheggio, c'è la pay-tv, non si vede niente, la tessera del tifoso, e chi più ne ha più ne metta. Ognuna di queste motivazioni contiene in sé un fondo di verità, e non si applica solo all'Olimpico di Roma. L'altro giorno mi è capitato di vedere una sorta di calcio minuto per minuto in tv su mediaset premium, e quel che mi colpiva erano stadi desolantemente vuoti, dove l'eco assomigliava pericolosamente a quello delle squalifiche nostre in Europa.
A questo punto un passaggio mi sfugge. Pro Vercelli-Grosseto, capisco che non era una partita di cartello. 1.399 spettatori paganti (di cui 1.063 abbonati). C'era più gente alla mia assemblea di condominio. Eppure la Pro aveva raggiunto la Serie B dopo circa 64 anni di inferno nelle categorie inferiori... L'entusiasmo era svanito, scivolato giù nello sciacquone con la consapevolezza che la permanenza in B era ormai difficilissima (tra l'altro, non ancora impossibile), ma era sabato, anche tempo bello, e poi i biglietti cari, il parcheggio (a questa non ci credo), la pay-tv eccetera.
E' un fenomeno nostrano. Non so se a qualcuno è capitato negli anni scorsi di incappare nelle splendide partite di seconda divisione inglese su Sportitalia. Stadi pieni, ma proprio pieni pieni, entusiasmo sempre e comunque alle stelle. Qualche giorno fa, servizio sulla Bundesliga. Gli stadi fanno paura per quanto sono belli. Ma non per la loro struttura, belli per i tifosi. E non quelli del Bayern o del Borussia, ettecredo, ma a Furth quasi retrocessa, a Freiburg, Mainz, ovunque scenografie da paura, mi ha fatto impressione proprio Furth, partita vitale, scivolone interno, alla fine - nella tristezza - applausi per tutti. Oppure anni fa, non mi ricordo se era Sunderland o Southampton o quella roba là, finisce il campionato, la squadra retrocede, invasione di campo, i tifosi... abbracciano i giocatori e li rincuorano, gli uni e gli altri in lacrime.
Trasponetelo qui. Non fatelo, è impossibile. Con un vezzo tutto nostrano, le nostre tifoserie sono al traino dei risultati, non trainano la squadra verso i risultati. La squadra va bene? Stadio pieno, sciarpate ed entusiasmo. Va male? Stadi vuoti, cupi e ringhiosi, dove i vari settori si accusano tra di loro e tutti, nell'affannosa ricerca di un colpevole, si dilettano per tutto lo spazio dell'incontro ad insultare a turno giocatori, dirigenti, allenatori, chiunque abbia la ventura o la sventura di essere associato alla propria squadra. Non si salva niente, c'è l'impossibilità di ammettere che se si perde magari è perché c'è qualcuno più forte, stante la cronica assenza della cultura della sconfitta (non solo in ambito sportivo, ahimé).
I tifosi (non solo le curve), allo stadio e sui forum, hanno abdicato al loro ruolo di traino. Sono più che altro occhiuti analisti di problematiche, contabili dei passaggi sbagliati, ragionieri degli investimenti errati. Ma la passione, quella passione che ti porta a non dormire per la tua squadra, che ti portava quando c'era la partita a presentarti allo stadio prima dell'apertura dei cancelli perché proprio non gliela facevi, la passione violenta, quell'ondata di calore che tutto travolgeva, che solo poteva portare la tua squadra, la tua amata squadra, a superare l'ostacolo, quella passione non c'è più.
E io avrei voluto vederla, quella passione, a Lazio-Bologna, molto più che al derby. Al derby è facile, grazie al cazzo. Ma esserci al derby è come esserci alla festa per lo scudetto del 2000. Ma se non vai allo stadio quando c'è la Lazio, se aspetti per fare l'esaurito il fatidico "incontro di cartello", ma cos'è questa passione? Ma sei un tifoso a gettone? La Lazio non è sempre la Lazio? Ti batte di più il cuore al derby che contro il Bologna o il Pescara? Ma allora la passione dipende dall'avversario, non dalla Lazio... non capisco, intanto noto che l'Arsenal per il 2012/13, su una capienza di 60.432 posti, ha una media di spettatori per gli incontri casalinghi che supera i 60.000... Ma vabbé l'Arsenal è l'Arsenal, le altre? Una a caso il Southampton, stadio da 32.689 posti, media spettatori 2012/13 di 30.837... più della Lazio...
Al netto di tutte le motivazioni. Parlo di passione, di pura passione, e a Southampton come a Furth, ci danno una pista. E sti grancazzi degli stadi più belli, la pay-tv ce l'hanno pure loro, se in definitiva la passione fosse una questione di parcheggio una soluzione si potrebbe trovare. Ma qui su questi forum, dove al più si paga l'adsl, com'è che non si trova un briciolo di questa passione? Com'è che anche qui si annega nelle recriminazioni e nelle accuse? Com'è che non c'è più gioia, ammesso che ci sia mai stata? Ma come ci si può aspettare che da questo clima che definire tossico è un eufemismo possa scaturire un qualcosa di positivo, che il dodicesimo in campo ormai è solo un gadget?
E qui torno alla domanda di partenza.
No. Il tifoso della Lazio non è meglio degli altri tifosi. E' - con le dovute eccezioni, nelle quali ognuno si troverà - un tifosetto tiepido, che si scalda solo al derby e contro le strisciate, che ho promesso a mia moglie di portarla all'ikea, e fa caldo, e c'è la crisi, e su mediaset se vede meglio, ma magari ci vado e così mi diverto un po' con qualche lotito pezzodimmm, e se qualcuno sbaglia giù fischi perché coi soldi che prendono...
E la passione? L'Aquila? Sò già du ore? Non mollare mai?
Altro che tirate fuori le palle, fate come noi, un popolo unito... l'unica speranza per questi ragazzi che scendono in campo con la nostra maglia è NON fare come noi, che alla fine, di quello che accade in quei novanta minuti su quel rettangolo verde, pare che ci freghi poco o niente...