quando segnò Fiorini venne a correre verso il settore dove stavamo io coi miei fratelli e i soliti altri compagni di mille partite allo stadio. è l'ultima cosa razionale di cui ho ricordo quel giorno.
il boato al gol fu qualcosa di impressionante, inaudito, quell'urlo collettivo fece scempio di tutta la storia del tifo legato al calcio fino a quel momento, non c'era mai stato e non ce ne fu mai più uno simile, credo.
in quell'urlo c'era rabbia, speranza, angoscia, gioia, odio, amore, disperazione, frustrazione, urgenza, dolore, estasi.
la vita e la morte uniti in un unico convulso contatto fatto di 160mila braccia impazzite, era la deflagrazione di un nucleo atomico che aveva accumulato nel corso dei 7 anni precedenti una quantità mostruosa di particelle radioattive negative... prima del gol di Fiorini eravamo di fronte a un mostro tentacolare, che stava attaccando con le sue ventose cancerogene la coscienza collettiva di un intero popolo per succhiargli l'ultima scintilla vitale, gli mancavano 9 minuti per terminare l'opera, a soli 9 minuti dalla fine di tutto.
il gol di Fiorini trasforma un oceano sterile di ghiaccio in un mastodontico maelstroem, un vortice impazzito di meteoriti che sconvolge Roma e il mondo del calcio come l'avevamo conosciuto, tutto ciò, ricordiamolo, per un gol non decisivo, quale invece sarebbe stato quello di Poli a Napoli.
perché il non gol sarebbe stato decisivo.
il gol invece, non lo era, se si capisce ciò che intendo.
quando ripresi coscienza dopo il gol eravamo già nel recupero o quasi. ho vissuto 5 minuti di sospensione sensoriale totale, non riesco a ricordare un solo singolo episodio dal gol a quando mi resi conto che la partita stava finendo. il gol di Fiorini è la nostra sliding door, è la camera delle torture che finalmente si apre, con due uscite, in una delle quali c'è il nulla e l'oblio, nell'altra il tutto, la Storia futura, quella vissuta fino al 26 maggio e non ancora scritta.
con noi, accecati dalla furia di quella deflagrazione epocale, che a tentoni, zoppicando, sanguinando, lasciandoci dietro una inconfondibile scia che arriva fino ad ogni singolo seggiolino dell'olimpico di quel 21 giugno 1987, imbocchiamo la seconda quasi senza neanche accorgercene.