Stefano Mauri non ha compiuto alcun illecito. Questa è la sentenza sancita dalla Commissione Disciplinare, che il 2 agosto ha squalificato il capitano biancoceleste per omessa denuncia rigettando le pesanti richieste fatte dal procuratore Stefano Palazzi, il quale ha impugnato la decisione della CD, così come hanno fatto anche i legali di Mauri che lavorano per ottenere l'assoluzione piena del loro assistito.
Il prossimo match dibattimentale è previsto davanti alla Corte di Appello Federale intorno a Ferragosto. Questo è l'iter della Giustizia sportiva che prevede anche un eventuale, ulteriore appello al Tnas, l'organo che in passato ha definito Mauro Gervasoni – principale accusatore di Stefano Mauri – "testimone non attendibile che non si fa scrupoli nell'accusare innocenti per alleggerire la propria posizione".
Per essere più precisi, questo "sarebbe" l'Iter della Giustizia sportiva al netto delle inaccettabili ingerenze avvenute all'indomani della suddetta decisione della CD.
Puntuale come un orologio è arrivata infatti l'intervista del "Pm chiacchierone", al secolo Roberto De Martino, il paladino della Procura di Cremona che da quasi due anni indaga sullo scandalo del calcio scommesse.
Le parole di De Martino, per rimanere in lessico calcistico, sono state una violenta entrata a gamba tesa sulle decisioni della Commissione Disciplinare che non lo hanno soddisfatto.
De Martino ribadisce la sua convinzione riguardo la colpevolezza di Stefano Mauri, corroborata da nuove, granitiche prove che finora non hanno visto la luce del sole e non sono state passate al prode collega senza toga Stefano Palazzi.
Perché?
Un'intromissione sospetta, quella del Pm, amplificata in maniera altrettanto sospetta da testate come Gazzetta dello Sport e Repubblica, due giornali che, più di ogni altro, si sono distinti per la puntualità con cui hanno seguito l'indagine, così come si sono distinti per la mancanza di approfondimento atto a scavare nelle contraddizioni di un'inchiesta raccontata esclusivamente da un punto di vista: quello giustizialista.
Stefano Mauri è colpevole. Questo è l'assioma dal quale né il PM né i suoi sodali megafoni umani si schiodano, malgrado le novità uscite in fase dibattimentale e le prove a discarico presentate dai legali del giocatore.
Malgrado punti di appoggio per una lettura diversa e garantista ci fossero, ci siano.
Roberto De Martino con tono inquisitorio, con la presunzione di chi non sbaglia mai, mette le mani avanti.
Dice di non essere ottimista sull'esito dell'Appello. Perché la strada giusta secondo lui è una sola: Mauri è colpevole.
Per cui il Pm distingue giudici veri dai giudici finti; promette colpi di scena, accenna a nuovi elementi che aggraveranno la posizione di Mauri. È così, punto e basta.
Afferma inoltre che, se tornasse indietro, procederebbe ancora con la misura della custodia cautelare sebbene lui stesso abbia dei dubbi sull'accusa di associazione a delinquere che quell'arresto fece scattare.
Provate a immaginare se, in questi turbolenti anni di dibattito sulla giustizia in Italia, la Pm Ilda Boccassini avesse rilasciato interviste in cui si diceva sicura della colpevolezza di Silvio Berlusconi intimando le varie corti di non permettersi di dichiararlo innocente.
Cosa sarebbe – giustamente – successo?
Roberto De Martino sa. Come lo sanno anche i giornalisti di Repubblica più attivi sul pezzo come Marco Mensurati e Giuliano Foschini che la vera partita dell'affaire Mauri è quella che si gioca in questo torrido agosto.
Il verdetto sportivo è ciò a cui l'opinione pubblica tiene di più.
Perché la giustizia ordinaria ha tempi più lunghi e la gente dimentica.
Perché bisogna punire Mauri danneggiando la sua immagine. E punire la Lazio e danneggiare la sua immagine.
Un danno già, ahinoi consumato, dalla persecuzione mediatica mascherata dai condizionali che è andata in scena dall'autunno del 2011.
Qui c'è bisogno della testa del colpevole. Insanguinata e subito. Una sentenza giusta o sbagliata che sia, per dirla con le parole dello stesso De Martino, sicuramente a conoscenza del maggior garantismo della giustizia ordinaria rispetto a quella sportiva.
E il garantismo è la criptonite del giustizialismo.
De Martino si chiede: "e se domani Mauri venisse condannato da un tribunale della Repubblica? Ha senso? È intelligente?"
I giornalisti avrebbero dovuto ribattere: "E se Mauri venisse invece assolto da un tribunale della Repubblica dopo essere stato condannato da quella sportiva?
Chi risarcirebbe Mauri, la Lazio, i tifosi?
Ricordiamo che lo stesso De Martino, in una delle sue innumerevoli chiacchierate davanti al caminetto di Repubblica e Gazzetta dello Sport definì il derby Genoa-Sampdoria la madre di tutte le combine che avrebbe avuto effetti devastanti sul mondo del calcio, salvo poi procedere con l'archiviazione da lì a poche settimane.
Ma l'ottica era ed è sempre quella giustizialista. Sperando che qualcuno ci caschi.
De Martino vuole la testa di Mauri. Ora. Prima che sia troppo tardi.
La verità forse è un'altra. Quale?
Proviamo a pensar male.
Condizionare i giudici della CAF. Turbare la serenità della corte. Mettere la pulce nell'orecchio affinché Mauri non venga giudicato in maniera libera e imparziale.
De Martino in questo modo sta inquinando il normale svolgimento dei vari gradi del processo sportivo, forse per avere una leva in più su cui appoggiarsi in un futuro, ipotetico processo davanti a un giudice 'vero'.
Ma la vera leva su cui De Martino intende appoggiarsi si chiama opinione pubblica. Instillare il dubbio. Continuare a propagandare una colpevolezza confidando nella pigrizia e nella morbosità di chi legge e non approfondisce.
Stefano Mauri non ha commesso alcun illecito. Di questo Roberto De Martino ha paura e questo terrore ha contagiato anche i suoi tirapiedi con il calamaio che ripropongono vecchi articoli, colorandoli di nuove imprecisioni. In attesa delle fantomatiche prove che anche noi stiamo aspettando.
Ma ad oggi Stefano Mauri non ha commesso alcun illecito.
Questo è il risultato del primo tempo.
Negli spogliatoi si sta sbraitando per condizionare l'arbitro. Questo è vergognoso, soprattutto perché avviene nel silenzio di tutti. Tranne il nostro.