Il processo Mauri (tutti gli altri imputati sono svaniti nell'ombra) è sempre più sintomatico del rapporto tra magistratura e pubblico pagante. Poi risulta antipatico criticare la magistratura proprio nei giorni di processi di impatto ben maggiore sulla storia del nostro Paese. Anche lì, però, salta fuori qualcuno che parla. Qui un PM, là un giudice. Non gliela fanno proprio. Devono intervenire, parlare e straparlare, commentare, lanciare avvertimenti più o meno minatori. Non riescono, comunque, ad attenersi al proprio ruolo.
Quando si assume un ruolo che non presuppone una presenza sotto i riflettori, si accetta implicitamente un regolamento non scritto che impone ad ognuno degli attori di mantenere il proprio posto. Certo, il rapporto tra delicatezza ed importanza del ruolo non è direttamente proporzionale alla sua esposizione mediatica, né lo è spesso la retribuzione. Penso agli arbitri, personaggi di cui addirittura in altri Paesi (qui no, si abbronzano e non vedono l'ora di finire la carriera per piombarsi a fare i moviolisti in tv) non si conosce il nome, personaggi che per decenni sono stati la quintessenza del dilettantismo in un mondo di super-ricchi. Non se ne conosceva il nome, ma quante botte, quanti insulti si beccavano, specie nelle serie minori, a fronte di... nulla.
Chi amministra la giustizia dovrebbe comportarsi alla stregua degli arbitri. Non se ne dovrebbe sapere neanche il nome, né identificarne il volto. In teoria. In pratica, è da un ventennio, dal periodo di manipulite, che membri dell'apparato giudiziario (avvocati, procuratori, giudici) fanno a gara per catturare i quindici minuti di notorietà che - come diceva Andy Warhol - non si negano a nessuno. E il semplice passaggio di veline dalle procure varie agli organi di stampa non poteva più essere sufficiente. La stampa doveva diventare un megafono. Ma non dell'andamento di un'indagine. No, proprio di chi la conduceva. Personaggi con la parlantina sempre più sciolta, arroganti ed aggressivi, trasformantisi sempre di più in star da palcoscenico.
E le indagini stesse sono diventate spesso niente più che un mezzo per far conoscere il proprio nome. E allora, arresti-choc nella notte, provvedimenti sempre più spettacolari. E ha pagato? Altroché se ha pagato... Onesti travet di provincia si sono piazzati nei gangli vitali della nostra Repubblica, non più comprimari rispetto ai famosissimi Principi del Foro che difendevano gli accusati. Ed ecco le star entrare trionfalmente in Parlamento, fondare partiti, diventare sindaci di grandi città, abbronzati protagonisti delle prime pagine di Oggi e di Gente.
Chi conosce il magistrato Woodcock? Controllate wikipedia. E' lui, quello di Savoiagate e di Vallettopoli (propongo un referendum per reintrodurre la pena di morte per chi conia questi nomi, al pari dei metereologi che danno i nomi agli uragani ma anche alle semplici perturbazioni. Se tu una corrente di alta pressione me la chiami Caronte io pretendo il diritto di ammazzarti come un cane in mezzo alla strada. Cum laude). Astuto, sorridente, padrone dei riflettori, è lui che mandava dentro attori e personaggi dello showbiz, e commentava dalla soglia della sua Procura. Come sono finiti poi quei processi? Addirittura, si è mai arrivati al processo? Chi lo sa? Chissenefrega, no? Si sa solo che il buon Woodcock ora potrà spendere la sua immagine, in altri ambiti più remunerativi.
In questo mondo il prode Roby Di Martino è giovane, ma si farà. E' spregiudicato più di tanti altri, ha portato la simbiosi con la stampa ad un livello tale che non si capisce più chi dà le dritte all'altro. Lo schiaffo in faccia ricevuto dalla Disciplinare lo ha irritato come irritava Joan Crawford non trovare un mazzo di rose rosse nella stanza di qualsiasi albergo dove andava. Non se l'aspettava, evidentemente, ed ha reagito sopra le righe, violentemente, ha anticipato addirittura le rilevazioni ad orologeria di Bibì e Bibò, ha insultato giudici, ha proferito minacce nemmeno troppo velate nei confronti di colui che è ormai il suo unico bersaglio, il suo Passaporto per la Notorietà.
In definitiva, vince lui. Che gli frega cosa succederà, come deciderà la CAF, che gli frega se dopo due anni a processo Mauri ce lo porterà o meno? Il PM Di Martino è ormai un nome. Mi dicono che tutto il suo impianto accusatorio nel processo per la strage di Brescia è andato a carte quarantotto. Non si sa cosa succederà qui. Ma intanto il Nostro Prode il suo nome se lo potrà spendere, magari potrà ambire a qualche procura più importante. Roby, perché fermarti qui. Osa. Fai tintinnare di nuovo le manette, pensa in grande. E magari - chissà - un assessorato, magari sindaco... ma perché no, in futuro, nulla ti è precluso, d'altronde se la Gelmini è stata Ministro per l'Istruzione, perché tu Ministro della Giustizia no?
Seguiremo con interesse la tua carriera. Nel caso inopinato che qualcuno possa dimenticare il tuo nome, puoi sempre provare a Porta a Porta, con un bel plastico di Formello, o a Quarto Grado. Ma ti consiglio una comparsata a Verissimo o ad Uno Mattina, con quel faccino sarai l'idolo delle nonne e delle casalinghe. Alle brutte, comunque, puoi almeno star certo che qui, tra di noi, il tuo nome non se lo dimenticherà nessuno...
Con stima immutata nella Giustizia, di cui sei rappresentante. I laziali.