Io non ho portato mai la mia donna a vedere la Lazio
Una volta mi ci portò lei. Era il periodo in cui (mi rendo conto solo ora dell'errore) avevo deciso di non andare più allo stadio perché le contestazioni lugubri e continue mi sfracanavano i marroni in maniera eccessiva.
E allora un giorno eccitata e trionfante mi si presentò con due biglietti di Monte Mario per un Lazio-Fiorentina.
Era un gesto d'amore gigantesco, e come tale meritava ogni sacrificio.
Monte Mario, mio Dio. Soli in un angolino vuoto e spezzato dal vento, senza poter imprecare (per la cronaca, 0-1), senza nessun fratello, nessuna faccia nota con cui condividere il dolore. Solo lei, amore mio, che cinguettava con indifferenza, mi chiedeva il significato di cori o striscioni, ma lo conosci quello in tribuna d'onore, chi è, un attore?
E io mi sentivo triste, umido, fuori posto, vedevo quei settori nei quali ho passato quarant'anni dall'esterno, vedevo quel ruggire di vita, anche pessima, con tutte le critiche e i distinguo del mondo, ma vuoi mettere rispetto a stare là, sì, anche stare là con il mio amore. Avrei voluto menarla per avermi regalato quei biglietti, invece l'ho baciata, l'ho ringraziata, le ho detto (e penso di meritare come minimo il Paradiso degli Innamorati per questa menzogna) che dopotutto il risultato non importava, importava il fatto di essere stato lì con lei.
Prima e ultima volta.
Posso amarle entrambe, lei e la Lazio.
Ma non nello stesso momento.