Come per i vini, le nostre annate, le annate da ricordare, si contano sulle dita di una mano, o poco più.
C'è stato il 1958, in cui per la prima volta abbiamo vinto un trofeo.
Dopo lunghi anni, è arrivato il 1974. Chevvelodicoaffà. Mi dispiace per tutti coloro che per motivi anagrafici non erano presenti quel 12 di maggio. Chiedete, e vi racconterò, ché ancor mi luccicano gli occhi.
Tanti anni bui, alcuni non saranno d'accordo, ma ci metto anche il 1987. Tra Vicenza e Napoli, una salvezza che per noi ebbe valore più di uno scudetto (anche qui, per i più giovani, chiedere, e mi commuovo al sol pensiero).
Arriviamo al 1999. Al nostro primo (e secondo) trofeo internazionale. Le nostre bandiere a sventolare a Birmingham e Montecarlo.
Il 2000 è dietro l'angolo. Cent'anni, uno scudetto epico, ci sembrava saremmo stati sempre giovani ed invincibili, col vento in poppa e il favore degli Dei.
Invece, a seguire, non più annate indimenticabili. Qualche Coppa Italia, Supercoppe, Pechino, ma non racconteremo ai nostri figli, ora ti racconto del 2004 o del 2009.
Cosa racconteremo ai nostri figli, invece? del 2013. Perché questo, al di là delle umane miserie, è quel che rimarrà nella memoria di questa annata.
Rimarranno lo sguardo chino del fesso.
Rimarrà la curva sud vuota.
Rimarrà una ferita che sarà comunque impossibile da rimarginare.
Rimarrà la COPPAINFACCIA.
Senza tema di smentita alcuna, quindi, nel mio calendario personale, accanto a quelle annate gloriose, epiche, c'è proprio il 2013... da centellinare accanto al fuoco, vicino all'albero di Natale, aprendo un librone illustrato e chiamando i nipoti a far circolo, ragazzi, adesso vi racconto una favola bellissima, e loro urleranno con le loro vocette, nonno, nonno, raccontaci del 2013, di Lulic e della coppainfaccia, raccontaci della curva sud che si svuotava, dai, raccontaci della città salvata dai barbari, raccontaci...
Cento di questi 2013, fratelli laziali.