Lettera al presidente Lotito
Caro presidente Lotito, ancora una volta ha dimostrato di non capire la natura del problema. Forse dovrò arrendermi all'idea che non capirà mai, ma tentare ancora non costa nulla e fa bene al mio cuore laziale.
Non escludo che qualcuno sia mosso da un interesse personale per attaccarla, ma questo fa parte del gioco della vita. Anche lei, ne sono certo, qualche volta avrà agito in nome del suo interesse. Entrando a far parte di un mondo complesso, dove tutti cercano il proprio tornaconto, sapeva di doversi confrontare con dei nemici e con qualche finto amico. Il mondo, però, per fortuna è pieno di brave persone, di persone oneste che cercano di onorare il dono della vita con comportamenti corretti, con l'intensità delle emozioni, con la ricerca di un quotidiano sorriso.
Ebbene, caro presidente, la quasi totalità della gente laziale è così, è fatta di persone semplici che amano da sempre la Lazio incondizionatamente e che cercano nella Lazio uno di quei sorrisi che allietano la vita. Questa gente non ha interessi nascosti, non ha intenzioni malvage. Sono padri e madri di famiglia, bambini, ragazzi, anziani, persone normali che vivono con la Lazio nel cuore questo carosello impazzito del quotidiano vivere. Questa gente vuole la Lazio forte, se possibile vincente, ma prima di tutto vuole sentire la Lazio vicino a sé, vuole sentirne il calore, vuole assaporare il gusto della passione, vuole sentirla sua.
Lei caro presidente, non ha dimostrato di capire questo. Si è chiuso nel castello della sua presunta infallibilità, sordo alla protesta di questo mare di brave persone. Sono loro che le chiedono di cambiare, sono loro che la contestano, sono loro ad essere state allontanate da lei. La contestano senza offese, ma con l'assenza, con il distacco emozionale non da lei, ma dalla Lazio. E tutto questo è responsabilità sua. Non perde occasione per ricordarci che parla di calcio, che noi poveri tifosi parliamo di pallone e non capiamo niente, e che la colpa di tutto è della stampa e della curva. Ebbene, se in parte posso condividere, perché come detto c'è sempre qualcuno che fa il proprio interesse, lei dimentica di dire, prima di tutto a se stesso, quali sono le sue colpe come persona e come manager.
Come persona, non comprende il suo limite e cioè la sua incapacità di comunicare, di entrare in sintonia con le persone. Mi creda, anche chi le sta vicino, al di la dei facili sorrisi di facciata, la pensa così. Lei è troppo centrato su se stesso per usare l'elemento più importante per una comunicazione efficace: l'ascolto. E' attraverso l'ascolto che capiamo se stiamo comunicando bene. Se l'ambiente le da come feedback un segnale ostile, significa che il suo messaggio non arriva come è nelle sue intenzioni.
Se non è in grado di cambiare lasci ad altri il compito di comunicare, lavori nell'ombra come un grande manager sa fare. Eviti di mettere la faccia per dare lezioni al mondo e scavare un solco sempre più grande tra lei e la gente.
Lavori per la Lazio, per farla forte e competitiva e riconosca i suoi errori. Il mercato estivo è stato insufficiente. Alcune giovani promettenti tali non sono ed altri hanno bisogno di più tempo. Alcuni tasselli non sono stati collocati e per questo c'è il mercato di gennaio per rimediare. Quando si lavora sbagliare non è un disonore. E' grave non riconoscere l'errore e perseverare nell'arrogante sicurezza di chi pensa di non sbagliare mai.
Faccia la Lazio forte, minimo più forte della Roma, perché questo è il requisito di base per cominciare a fare bene.
L'affetto della gente non è indispensabile, ma il rispetto si ed il rispetto non si pretende, si guadagna attraverso i comportamenti, attraverso le azioni, attraverso le parole.
Lei ha deciso un giorno di fare il presidente della Lazio, e quel giorno ha scelto, che le piaccia o no, di prendersi cura dei sogni, delle emozioni, dei ricordi, delle ambizioni, delle paure, della felicità di quelli, come me, che vorrebbero semplicemente continuare ad emozionarsi e riscaldarsi di amore per la Lazio quando fuori fa freddo e piove.
Con Lazialità, Sandro Di Loreto
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