Qualcuno dovrebbe scriverci un libro: "L'amore ai tempi del colon irritabile". Il nostro, chiaramente. Solo il nostro.
No, perché, ok la carriera. Ok le lacrime toccanti (almeno lì per lì), fatte di quell'emozione insopprimibile, figlia di un travaglio interiore che squarcia la maschera/placenta del professionista.
Ok le legittime aspirazioni pedestri e pedanti. Ok alle logiche perverse del calcio moderno e del vil denaro.
Però.
Però ci sono da considerare i tempi sconsiderati di un matrimonio che s'ha da fare sul filo di lana e sulle nostre ulcere già provate da tanti passati giorni della merla (con la "elle", mi raccomando.).
C'è da considerare che noi dovremmo amare chi dimostra di amarci davvero.
Ma purtroppo non va mai così: le bottigliate a certi capitani coraggiosi stanno a dimostrarlo.
C'è da considerare che mentre qualcuno sventola la bandiera del professionismo, io porto allo stadio una sciarpa amatoriale che è sfilacciata dagli anni, dalle rare vittorie e dalle troppe delusioni. Lana simile a quella che qualcuno, simbolicamente, ti ha porto per asciugare le lacrime, caro il mio Profeta della Madunìna di Recife. Inutili, come spesso le lacrime.
Non lo so. Faccio fatica a salutarti con l'affetto che chi ti conosce di persona ti riconosce.
Sarà che il "ti amo, ma devo lasciarti" non mi ha mai convinto del tutto.
Sarà che la tempra si misura certamente nelle scelte difficili e la tua, probabilmente, era la più semplice. La più banale.
Buona fortuna? Sì, forse.
Ma sappi che Nesta era altro.
Parecchio altro.