Citazione di: FedericaB il 18 Apr 2014, 19:14
E che hai scelto alla fine Bob? (in effetti abbiamo esattamente 5 anni di differenza
)
Grazie anche delle altre risposte ragazzi.
Ok, provo ad essere coinciso ed esaustivo.
Io amavo l'insegnamento, è sempre stato così. Fin dalle scuole elementari, le maestre mi mettevano dietro ai bambini meno recettivi per aiutarli e io mi divertivo da matti a farli migliorare. Alle superiori era lo stesso. All'università, mi sono iscritto ad ingegneria solo per tenere un piede nel mondo della professione (e, tra tutti gli indirizzi, ho scelto quello che all'epoca, con i pregiudizi che avevo e la scarsa conoscenza della materia, mi sembrava darmi meno difficoltà, pensa che
sce.mo). Il professore con cui feci la tesi (un ciarlatano che sapeva vendersi benissimo) mi propose il dottorato con mille promesse, tra le quali un post-doc negli States, a Berkley, nel tempio della meccanica computazionale. Della ricerca nel mio campo me ne fregava relativamente ma la didattica, che nel dipartimento mi appioppavano a rotta di collo, mi piaceva da pazzi. Mi piaceva il contatto con gli studenti, trasmettere conoscenza, spiegare una cosa in 10 modi diversi fino a quando tutti quelli che erano interessati non avevano capito, mi piaceva arrivare esausto a fine lezione, perché avevo dato tutto e di più. Durante il dottorato, il mio tutor vinse una cattedra in Molise. Dovetti fare didattica anche lì, in un contesto veramente disastrato (studenti con formazione di base praticamente nulla, professori che prendevano l'università come un dopolavoro, dottorandi schiavizzati) ma anche lì presi l'împegno della didattica con furore. Autobus, traversate degli Appennini, non me ne fregava una mazza, l'ho fatto finché ho potuto con abnegazione e ripagato dalla stima e dalla riconoscenza di quei ragazzi.
Poi arriva un momento in cui non ce la fai più a tirare avanti materialmente. Io non avevo i genitori. Mio fratello minore studiava ancora. La casa gravava su di me. Ogni mese il conto segnava solo uscite. Dall'altra parte, arriva anche la necessità di entrare in qualche modo nel mondo del lavoro. Discussi il PhD. La commissione si sperticò in lodi, volevano farmi prendere un premio internazionale per la tesi (ovvio che quando me ne sono andato non se ne è più parlato). Ho pubblicato su rivista internazionale (la tesi scritta in inglese era l'unione degli articoli preparati). Pensavo almeno di poter aver diritto di fare un concorso da ricercatore. Il resto te lo risparmio (incluso il responsabile del dottorato che mi "consiglia" di non partecipare ad un concorso già assegnato). Passò la riforma (quella che aboliva i ricercatori a tempo indeterminato) e gli ultimi posti erano destinati a favoriti, figli di, etc...a nulla era valso l'exploit della tesi (fino a quel momento, il responsabile di dottorato non sapeva nemmeno che esistessi e il mio tutor mi trattava come il suo punchball personale quando arrivava in ufficio con qulo girato, gli insulti gratuiti che mi sono preso in 3 anni di PhD e uno di post si sprecano), ovviamente del post-doc a Berkley non se ne è fatto più nulla (il tutor mi disse testuale: "figurati, se avevo soldi da spendere me ne andavo io tre mesi lì invece di mandare un anno te a divertirti...").
Ero arrivato:
1) a pensare di me stesso che fossi l'anello di congiunzione tra la m.erda e le protoscimmie
2) a vergognarmi di dire in giro cosa andassi a fare tutto il giorno (invidiavo tutti, pure quelli che vivevano situazioni di sfruttamento immonde nel precariato)
3) a non vedere un futuro e, cosa più grave, che io non fossi affatto arbitro del mio destino.
Alla fine capii che non potevo continuare così e, di nascosto (tanto ero plagiato da sta gente), feci i primi colloqui. Venni preso all'istante da uno studio di progettazione dove sono rimasto per due anni e mezzo. Ho avuto l'occasione di imparare una professione della quale non sapevo nulla, di SBAGLIARE (la cosa che tu hai riferito, ossia che per un tuo errore tu sia stata allontanata da una mansione, dovrebbe farti riflettere, l'ERRORE è NORMALE), di vivere un anno all'estero (ok, non sono stato nella baia di S. Francisco, ma quello che ho imparato in Ecuador, compresa una lingua nuova, è umanamente mille volte meglio, non entro qui nei dettagli). Alla fine ho cominciato a costruire un CV che mi ha permesso di provare a fare un esperienza lavorativa all'estero. Sono da 3 anni in Svizzera, viaggio nel mondo, entro in contatto con culture diverse, risolvo problemi sempre nuovi (come mi capitava durante il PhD ed effettivamente mi trovo ad applicare molte cose apprese durante quegli anni) ed è vero che a volte il lavoro è duro e non so dove andare a sbattere la capoccia ma oggi mi sento veramente arbitro del mio futuro, le insicurezze sono passate, rispondo ai miei superiori quando mi sento nel giusto (immagina all'università)...
Questa è la mia esperienza, altri sono stati più fortunati all'università, altri avevano altre priorità, per questo ti ho detto che la soluzione al tuo problema non la sa nessuno se non te. Ti ho raccontato la mia esperienza perché me lo hai chiesto ma alla fine devi vedere tu quali sono le tue priorità, cosa cerchi dalla vita, dove vuoi migliorare. Io mi ritengo un miracolato perché alla fine sono riuscito ad intervenire dove avevo individuato un problema nella mia vita e le condizioni al contorno (gli affetti che mi hanno supportato e incoraggiato) hanno reso possibile tutto ciò.