Berlinguer (W. Veltroni)

Aperto da Nanni, 10 Apr 2014, 12:29

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FatDanny

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Citazione di: Nanni il 19 Giu 2014, 14:16
Scusate, mi devo essere perso (del resto io ho studiato solo Sacri Testi): ma... mi dite in quale paese (se uno ce n'è mai stato) questa cazzo di svorta rivoluzzionaria è stata messa in atto? Uno dico, mica cento. Ah, e ovviamente da QUESTA parte del globo.
Ah be' Cuba, sì... ah be' certo... con l'occhio dello storiografo a posteriori, devo dire: ahò, un successone...

Addirittura, se ti riguardi il film (su cui il mio giudizio di merito l'ho anche dato) a un certo punto esce Benigni no? che dice: Enrico... bastava che andavi in tv una sera e dicevi: VIA!
:)

Ecco... stamo ancora a 'sto punto...
:=))

...

Io c'ho il profugo cileno a casa mia, è arrivato nel '73...
e da allora lui non è più andato via, Antonietta fammi star da te...
(Ricky Gianco, "Compagno s', compagno no, compagno un caz", Italia, circa 1980)



mamma mia, i troszkisti...  :roll:

Bello questo post.
Puzza come i bollettini de na vorta, per quanto è intriso di "vecchie maniere".
Meno male che il buon Enrico vi ha aperto gli occhi.
Pensa se nun ve l'apriva... forse al posto de girà l'occhi al solo sentire di trotzkisti tiravate fori il bastone, chissà...


beh, per risponderti, senza dubbio la svolta non c'è stata anche per cause oggettive (contraddizioni dell'URSS),  ma  maggiori sono le VOSTRE cause soggettive.
E altrettanto senza dubbio Berlinguer ha fatto parte delle cause soggettive in Italia, istruendo il più grande partito comunista d'Europa al percorso che l'avrebbe portato all'oggi.

ricordo che quando in Italia ci avvicinammo ad una fase di questo tipo, l'Unità chiamò chi ci provava "provocatore, agente infiltrato, estremista, piccolo-borghese, picchiatore".
L'Unità, non il Corriere della Sera. Non me invento niente, è facile ritrovare le posizioni - poco nobili - di allora.
La CGIL subì i consigli di fabbrica, come subì le vertenze che determinarono, perchè fosse stato per lei avrebbe chiuso accordi ad un DECIMO di quanto ottenuto.

Quell'accellerazione conflittuale era vista con il sangue agli occhi perché faceva saltare gli equilibri di potere che PCI e DC si spartivano amabilmente. Tanto che sulle misure repressive (la Legge Reale, appunto) si trovarono rapidamente d'accordo.

E da vecchio militante del PCI me vieni pure a dì "ndo se vista mai sta rivoluzione?"?!?!
Pure?

mah.
Non la prendo come provocazione solo perché ormai i tempi odierni rendono tutti questi discorsi chiacchiere da bar e scaldarsi per una chiacchiera da bar è improprio.

Una considerazione finale però mi viene: il 17 febbraio del '77 doveva divenire un paradigma molto più ampio di quel che effettivamente costituì, per scardinare l'odioso tappo che costituivate.
Non lo divenne per i limiti soggettivi delle variegate realtà a sinistra del PCI, spesso autoreferenziali, dottrinarie o troppo deboli.

Peccato, questo si che è un gran rimpianto.
Magari non facevamo la rivoluzione, ma qualche soddisfazione in più ce la saremmo tolta di sicuro.


Nanni

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Forse è un problema di nome: Nanni SEMBRA un nome proprio maschile plurale perchè finisce per i.
Ma io so' uno.
Perchè cazzo mi dai del voi?

(adesso ricomincerò a leggere da capo il tuo post, perchè me so urtato subito. Me scuserai.)

FatDanny

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semplice, perchè faccio riferimento ad un senso comune collettivo, citato in primo luogo da te.

(lo stesso che si ritrova nel documentario di Veltroni, così come nelle tue parole che infatti sono anch'esse al plurale. Dici "abbiamo aperto gli occhi", non "ho aperto gli occhi" etc.).

Non conoscendoti personalmente in modo accurato, non posso di certo riferirmi alle tue posizioni strettamente personali, eccezion fatta per quelle che hai esplicitamente espresso qui.
Per il resto quindi mi riferisco, come immagino faccia tu, all'elettorato storico e consolidato, o più nello specifico al corpo militante, del PCI di allora.

porgascogne

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(tsk: nanni e FD che discuteno)

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Sliver

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Citazione di: FatDanny il 19 Giu 2014, 14:37
Bello questo post.
Puzza come i bollettini de na vorta, per quanto è intriso di "vecchie maniere".
Meno male che il buon Enrico vi ha aperto gli occhi.
Pensa se nun ve l'apriva... forse al posto de girà l'occhi al solo sentire di trotzkisti tiravate fori il bastone, chissà...


beh, per risponderti, senza dubbio la svolta non c'è stata anche per cause oggettive (contraddizioni dell'URSS),  ma  maggiori sono le VOSTRE cause soggettive.
E altrettanto senza dubbio Berlinguer ha fatto parte delle cause soggettive in Italia, istruendo il più grande partito comunista d'Europa al percorso che l'avrebbe portato all'oggi.

ricordo che quando in Italia ci avvicinammo ad una fase di questo tipo, l'Unità chiamò chi ci provava "provocatore, agente infiltrato, estremista, piccolo-borghese, picchiatore".
L'Unità, non il Corriere della Sera. Non me invento niente, è facile ritrovare le posizioni - poco nobili - di allora.
La CGIL subì i consigli di fabbrica, come subì le vertenze che determinarono, perchè fosse stato per lei avrebbe chiuso accordi ad un DECIMO di quanto ottenuto.

Quell'accellerazione conflittuale era vista con il sangue agli occhi perché faceva saltare gli equilibri di potere che PCI e DC si spartivano amabilmente. Tanto che sulle misure repressive (la Legge Reale, appunto) si trovarono rapidamente d'accordo.

E da vecchio militante del PCI me vieni pure a dì "ndo se vista mai sta rivoluzione?"?!?!
Pure?

mah.
Non la prendo come provocazione solo perché ormai i tempi odierni rendono tutti questi discorsi chiacchiere da bar e scaldarsi per una chiacchiera da bar è improprio.

Una considerazione finale però mi viene: il 17 febbraio del '77 doveva divenire un paradigma molto più ampio di quel che effettivamente costituì, per scardinare l'odioso tappo che costituivate.
Non lo divenne per i limiti soggettivi delle variegate realtà a sinistra del PCI, spesso autoreferenziali, dottrinarie o troppo deboli.

Peccato, questo si che è un gran rimpianto.
Magari non facevamo la rivoluzione, ma qualche soddisfazione in più ce la saremmo tolta di sicuro.

E invece penso che quel 17 febbraio '77, con tutte le rudezze che la storia si porta appresso, è stata una "rivoluzione", con la erre minuscola, quella che ha che fare con la voglia di vita, di desiderio, di libertà. Quelle cose che rendono degna un'esistenza, che immagino la trasformazione sociale come processo aperto, in divenire, mai chiuso dentro un'icona, un partito, uno stato, un santino.

L'arroganza di Lama (e Berlinguer), la protervia di voler costringere ai sacrifici lavoratori e una nuova generazione (precaria), il maledettissimo senso dello stato (quello che uccideva ai posti di blocco), la fedeltà al socialismo reale/capitalismo di stato, ebbene tutta sta roba volò via insieme al palco di Lama e del servizio d'ordine che voleva picchiare gli studenti.

Un atto di liberazione, che ha reso pubblico e lampante che "l'altro movimento operaio" non stava più nel vestito austero (per i proletari), bigotto e stalinista di quella classe dirigente. Cosa ben diversa, dalle lacerazioni vere e profonde che attraversarono i militanti di Pci e Cgil, molti dei quali furono inorriditi da quelle politiche e solidali con i movimenti (mio padre, delegato Fiom del giro del Manifesto, si rifiutò di andare a fare la guardia del corpo di Lama, visse sulla propria pelle lo scontro "fratricida", ma non ebbe dubbi mai sulle ragioni e i torti).

Perché alla Rvoluzione come al Paradiso ci possono credere solo i preti, militanti o religiosi, che alla fine condividono una filosofia della storia che diventa negazione della libertà e dei fini per i quali si diceva di lottare.

Oggi, leggendo le parole irrisorie (un po' sprezzanti) verso i "troszkisti", sembra di risentire il coro della cattiva pedagogia politica che ha attraversato il '900.  Si possono non condividere le forme di organizzazione di questa corrente politica e di pensiero, ma si deve dare atto che tutte le critiche principali al movimento comunista internazionale si sono avverate. E attenzione, non sono state critiche ex post, ma prospettive e analisi espresse nel fuoco della storia, quando i se e i ma determinavano le scelte fondamentali, quando Lenin si interrogava su come la "dittatura del proletariato" non divenisse la "dittatura di una nuova classe di burocrati", tra "potere operaio" e "potere del partito". Le cattive scelte portarono a Stalin.

Ipotesi diverse che non hanno aspettato il 1981 per criticare la separazione del "socialismo" dalla democrazia, la dittatura del partito unico, la distruzione di ogni embrione di potere diretto dei lavoratori, i gulag per i dissidenti, il moralismo bigotto familista, un modello sociale burocratico e avvilente della libertà e dei talenti delle persone.

Allo stesso modo, in Italia e non solo, i movimenti sociali degli anni sessanta e dei settanta, studenti-operai-donne-precari, scrivevano la possibilità e, in larga parte, la possibilità reale di una vita migliore, in fabbrica, nella città, nelle famiglie.
Lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l'aborto, la sanità e la scuola pubblica, i diritti di cittadinanza: fino a un certo punto il Pci e la Cgil, per effetto trascinamento, hanno saputo mantenere un rapporto dialettico e tutto sommato progressivo con queste istanze, sapendo raccogliere e valorizzare questi cambiamenti.

Con il 1977 e la scelta di Berlinguer inizia invece la controrivoluzione neo-liberale che arriva fino ai nostri giorni. Al di là delle sue qualità politiche, etiche o morali - facile, se uno pensa a Bersani o Renzi - l'uscita dalla crisi di fine Settanta è a destra, e si porterà appresso la deriva di una "sinistra" che oggi, nel silenzio di molti elettori piddini ancora festanti per il 40%, produce la peggior riforma del mercato del lavoro e della casa. Due "riforme" intimamente reazionarie, scritte per il dominio dell'impresa e dei poteri privati.

L'antiberlusconismo è stato il miglior viatico per il neo-liberismo in Italia: ci ha fatto credere che Grillo e Travaglio fossero di sinistra, mentre nel frattempo facevano a pezzi questo paese.
Non sarebbe male iniziare a riconoscere la strada che ci ha portato fino al giovane saltimbanco di Firenze.

Nanni

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Vedi FatD il problema è proprio nella Storia e nella Storiografia.
E poi la Storia è la somma di n vicende e di n vite.
C'è chi la studia e la interpreta e ne estrapola tutti gli erori commessi, e c'è chi l'ha vissuta e ancora se la ricorda.
Io dei campi di concentramento e della Seconda Guerra Mondiale mi illudo di sapere tutto, perchè mio Papà c'è finito dentro e l'ha raccontato in un libro. E a me, qualche cosa nel corso del tempo vissuto insieme ha rilevato.
Col cazzo. Qualsiasi cosa io dica, io immagini, io racconti o ricostruisca di quei tempi, è una mia interpretazione. Basata su presupposti scientifici o documentali, o de relato, quello che vuoi. Chi c'è stato dentro sa di cosa parla.

Ovviamente, poi le generazioni passano e di vecchietti che avevano vissuto la Seconda Guerra Mondiale ce n'è più ben pochi. Mia Suocera, che l'aveva vissuta dal di qua, dalla parte dei bombardamenti, della fame e degli sfollamenti... è morta a Marzo scorso. E i ricordi, i SUOI ricordi se l'è portati con lei, nascosti nella sua memoria madre che s'è spenta con tutto il resto.

Tutto questo preambolo per dire: ok, puoi ricostruirmi tutto e mettermelo in mostra e in piena evidenza secondo il tuo giudizio, e le tue (o dei tuoi storiografi) ricostruzioni, come ti pare.

Ma io c'ero, nel 1977 ero già in età-da-marito, per dire...
:)

Ciò non significa che io sia un protagonista. Ma ci mancherebbe, io manco ho avuto mai la tessera, io manco ho mai frequentato una sezione del PCI, figuriamoci quanto è attendibile la mia (anzi la NOSTRA, visto che continui a darmi del voi) testimonianza.

Però se mi dici Guido Rossa, io potrei averlo frequentato allo stadio di Genova; se mi dici Giorgiana Masi, o Patrizio Peci, o Daniele Pifano, io potrei esserci andato a scuola insieme ( ... e se mi dici Claudio Lotito, è pure vero...  :D ). Io, probabilmente i genitori di Zoppo li ho conosciuti o ci sono stato mentre facevano il servizio d'ordine in qualche manifestazione (unitaria e antifascista, savà sandìr...), oppure erano proprio quei due accanto a me col braccio in alto e il pugno chiuso per tutto il tempo del funerale di Enrico a San Giovanni...

Non lo so, può essere no? Io, questo sono. E valgo per uno.

E allora, ti assicuro, tutto sto fiume de bandiere rosse in giro per l'Italia, io non me lo ricordo. Tutto quest'impeto rivoluzionario che è stato vilmente represso dai grigi esponenti del PCI e che se solo Berlinguer fosse andato in tv a reti unificate e avesse detto : VIA!!! sarebbe deflagrato...
ma per favore...

L'Italia è l'Italia. La DC aveva il 40% dei voti, (non so se è chiaro: 40, 45% dei voti, col Proporzionale), e quegli elettori, gli Italiani che votavano DC sono gli stessi (o i figli e i nipoti), conservatori e tranquilli che hanno migrato nel corso del tempo in Forzitalia e che alle ultime Europee hanno votato Renzi. Quelli sono, quello è il nostro Paese. Il rimpianto per "la rivoluzione mancata" dài, è quasi patetico...


Nanni

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Che poi... (permettetemi una digressione personale: sto qui, io, a discuter del PCI. Io, che se mi vedessero certi miei amici, quelli sì fedeli-alla-linea, quelli che io ho sempre accuratamente evitato, che me so' sempre tirato fuori... me pijerebbero a carci...) :lol:

Enrico Berlinguer per un comunista Italiano è come Mancini per un Laziale.
Sì in fondo era un Sampdoriano... un mercenario... è voluto annà all'Inte... uno che de erori troppi ne ha commessi...
Ma, prova a parlare male di Mancini a un Laziale. Prova.

:)

FatDanny

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Ecco, cominciamo a dirimere alcuni nodi.

La Storia non è una somma di vicende e di vite.
E non può quindi essere affrontata con questo approccio, altrimenti il mestiere dello Storico sarebbe del tutto analogo a quello dell'archivista.
La Storia invece è anzitutto costituita da processi collettivi (sociali, economici, politici) assolutamente distinti da quelli individuali di chi vi partecipa.

La stessa Microstoria, che fa esattamente quel che dici tu (partire da singole storie per trarne spiegazioni complesse), ha ben presente il rischio enorme che si ha a partire da questo approccio.

Per questo posso dirti con certezza che se dovessi studiare i campi di concentramento tutto farei tranne che partire da quel che dice tuo padre.
Perché il portato del vissuto renderebbe quel materiale irrimediabilmente segnato.
E proprio tale "segno" sarebbe l'unica cosa interessante di questa testimonianza (nonché oggetto di ricerca della Microstoria, che però parte da un precedente studio del fenomeno complessivo per avere una bussola corretta tra le varie testimonianze).

Da questo possiamo desumere che proprio "chi c'è stato dentro" spesso non sa di cosa parla, troppo condizionato dal proprio vissuto emotivo, dalle proprie conoscenze, dalla sua vita insomma.
Ognuno di noi è portato a generalizzare la propria esperienza, a renderla assoluta e questo è il peggior danno che si possa fare allo studio storico.
:=))

Per questo non si può analizzare la storia come fai tu.
E soprattutto per questo io continuo a rivolgermi a "voi" e non a te: non è uno sfregio, anzi dal mio punto di vista è una forma di rispetto.
Io non conosco la tua storia politica e umana, quindi non posso azzardarmi a desumerla o criticarla.
Io posso discutere solo la posizione politica collettiva che intravedo nelle tue parole e con quella dibatto.
Perché quella si la conosco bene e mi sento di poterla criticare.


Ti faccio un altro esempio: tu ipotizzi di aver conosciuto alcuni protagonisti dell'epoca per una questione anagrafica.
Io ti dico invece di conoscerli o di averli conosciuti per una questione politica, di strada percorsa.
Da una parte e dall'altra.
Tanto i Pifano, i Miliucci o gli Scalzone, così come i "partitisti" dell'epoca (oltre ad un passato di partito, la mia compagna è nipote di un deputato del PCI).
Te dirò di più: condividendone l'organizzazione, ho avuto diverse volte modo e piacere di riunirmi e discutere con Alain Krivine, leader del maggio parigino insieme a Cohn-Bendit.

Ma non posso partire (solo) da queste cose oppure è chiaro che le mie conclusioni saranno irrimediabilmente segnate, perché questa Storia di cui animatamente discutiamo è anche la mia Storia.

E, tornando al merito, se guardiamo a quel periodo storico e alle scelte politiche di Berlinguer è difficile non vedere quali enormi responsabilità ha avuto nella deriva a destra del PCI e nelle scelte successive, dettate proprio dai binari costruiti dal "grande Enrico".

Difficile non vedere come dinanzi ad una radicalizzazione oggettiva nel mondo operaio(da piazza Statuto in avanti), dinanzi alla potenzialità dell'alleanza con gli studenti, dinanzi ad un quadro internazionale non proprio roseo per le potenze occidentali, il PCI di Berlinguer ha avuto come prima preoccupazione non il rovesciamento dei rapporti di forza, ma il loro mantenimento e la loro gestione.

Col cavolo che "l'Italia era quella che ce volevi fa". Manco per idea, questa è proprio na favoletta che te racconti.
Certo che c'era ANCHE quell'Italia. Ma un Partito Comunista avrebbe dovuto dì "sti cazzi" di quell'Italia.
Avrebbe dovuto dire "sconfiggiamo quell'Italia", non "apriamoci un'interlocuzione".
Il problema però è che l'obiettivo nun era la vittoria, ma la gestione degli equilibri di potere nazionali e internazionali.

Difficile non vedere come il PCI abbuia visto queste spinte progressive come problemi più che come opportunità.
Ci sono i documenti politici, ci sono i passaggi tattici e strategici compiuti a testimoniarlo.
E valgono più di un milione di lacrime versate a piazza venezia, che al massimo possono testimoniare il grande affetto per un leader indubbiamente di spessore.


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orchetto

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Visto il documentario, a stento mi sono trattenuto dal sonno, tecnicamente ben fatto come i film di Tornatore...però una noia e una scontatezza, unici come appunto i film di Tornatore, a sto punto molto meglio i vecchi documentari rai.
Si qaprla di trschismo, stalinismo e quant altro facendo i classici mischioni storici.
Chi cacciò Lama gliene fregava del troschismo quanto gliene poteva fregà dello stalinismo in quel momento, lì le questioni erano altre. Fecero bene a cacciarlo visto che se le era cercata più di quanto un bambino fa la marachella per attirare l'attenzione dei genitori.
Berlinguer umanamente una buona persona, può essere vero e probabile che lo sia ma alla storia questo frega poco perchè in politica contano i fatti.
Berlinguer guidò il PCI fuori dall'orbita comunista, pois i rese conto dove questo in Italia portava e cercò di metterci le pezze ma oramai stava fuori tempo massimo. Mi fanno ridere le accuse di stalinismo al PCI, un aprtito che smise di essere stalinista con Stalin vivente, sembra come che la burocrazia sia inscindibile dallo stalinismo mentre essa è preesistente ad esso e nessuno ne è immune, troschisti compresi. Conosco troskisti più rigidi ed ottusi di tutti gli stalinisti del mondo messi insieme.

FatDanny

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orché, non si tratta di un mischione e soprattutto non ho mai legato la cacciata di Lama al trotzkismo.
L'esempio trotzkista serviva solo a dire che non è stato il genio di Berlinguer a "scoprire" le contraddizioni del socialismo reale.
Contraddizioni che in parte erano insite strutturalmente in quella Storia per la stessa composizione sociale post-rivoluzionaria in Russia, e che quindi nemmeno l'ipotesi trotzkista avrebbe risolto (questo per fare chiarezza sul fatto che non stavo facendo l'apologia acritica del trotzkismo).

Dopodiché dobbiamo chiarirci su cos'è lo stalinismo, perché con te spesso non ce trovamo proprio sulla definizione della categoria storica.
Per me (e non solo per me, per tutta una tradizione politica) lo Stalinismo non è l'esaltazione della figura storica di Stalin, ma una modalità di costruzione politica determinato da una particolare definizione del rapporto tra partito, classe e movimento operaio.
Definizione che segna i soggetti politici terzinternazionalisti proprio in termini di approccio alla politica tout court.
Un approccio riscontrabile perfino oggi (per quanto ridotto al minoritarismo totale), figuramoci in pieni anni Settanta (non solo nel PCI, ca va sans dire).

orchetto

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Stamo a fa un OT grosso quanto il Maracanà comunque, appunto si non ci troviamo, per me lo stalinismo non è metodologia e non si basa sulle forme ma sui contenuti.
Per il resto veramente rimandiamo su argomenti.

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