Ecco, cominciamo a dirimere alcuni nodi.
La Storia
non è una somma di vicende e di vite.
E non può quindi essere affrontata con questo approccio, altrimenti il mestiere dello Storico sarebbe del tutto analogo a quello dell'archivista.
La Storia invece è anzitutto costituita da processi collettivi (sociali, economici, politici) assolutamente distinti da quelli individuali di chi vi partecipa.
La stessa Microstoria, che fa esattamente quel che dici tu (partire da singole storie per trarne spiegazioni complesse), ha ben presente il rischio enorme che si ha a partire da questo approccio.
Per questo posso dirti con certezza che se dovessi studiare i campi di concentramento tutto farei tranne che partire da quel che dice tuo padre.
Perché il portato del vissuto renderebbe quel materiale irrimediabilmente segnato.
E proprio tale "segno" sarebbe l'unica cosa interessante di questa testimonianza (nonché oggetto di ricerca della Microstoria, che però parte da un precedente studio del fenomeno complessivo per avere una bussola corretta tra le varie testimonianze).
Da questo possiamo desumere che proprio "chi c'è stato dentro" spesso non sa di cosa parla, troppo condizionato dal proprio vissuto emotivo, dalle proprie conoscenze, dalla sua vita insomma.
Ognuno di noi è portato a generalizzare la propria esperienza, a renderla assoluta e questo è il peggior danno che si possa fare allo studio storico.

Per questo non si può analizzare la storia come fai tu.
E soprattutto per questo io continuo a rivolgermi a "voi" e non a te: non è uno sfregio, anzi dal mio punto di vista è una forma di rispetto.
Io non conosco la tua storia politica e umana, quindi non posso azzardarmi a desumerla o criticarla.
Io posso discutere solo la posizione politica collettiva che intravedo nelle tue parole e con quella dibatto.
Perché quella si la conosco bene e mi sento di poterla criticare.Ti faccio un altro esempio: tu ipotizzi di aver conosciuto alcuni protagonisti dell'epoca per una questione anagrafica.
Io ti dico invece di conoscerli o di averli conosciuti per una questione politica, di strada percorsa.
Da una parte e dall'altra.
Tanto i Pifano, i Miliucci o gli Scalzone, così come i "partitisti" dell'epoca (oltre ad un passato di partito, la mia compagna è nipote di un deputato del PCI).
Te dirò di più: condividendone l'organizzazione, ho avuto diverse volte modo e piacere di riunirmi e discutere con Alain Krivine, leader del maggio parigino insieme a Cohn-Bendit.
Ma non posso partire (solo) da queste cose oppure è chiaro che le mie conclusioni saranno irrimediabilmente segnate, perché questa Storia di cui animatamente discutiamo è anche la mia Storia.
E, tornando al merito, se guardiamo a quel periodo storico e alle scelte politiche di Berlinguer è difficile non vedere quali enormi responsabilità ha avuto nella deriva a destra del PCI e nelle scelte successive, dettate proprio dai binari costruiti dal "grande Enrico".
Difficile non vedere come dinanzi ad una radicalizzazione oggettiva nel mondo operaio(da piazza Statuto in avanti), dinanzi alla potenzialità dell'alleanza con gli studenti, dinanzi ad un quadro internazionale non proprio roseo per le potenze occidentali, il PCI di Berlinguer ha avuto come prima preoccupazione non il rovesciamento dei rapporti di forza, ma il loro mantenimento e la loro gestione.
Col cavolo che "l'Italia era quella che ce volevi fa". Manco per idea, questa è proprio na favoletta che te racconti.
Certo che c'era ANCHE quell'Italia. Ma un Partito Comunista avrebbe dovuto dì "sti cazzi" di quell'Italia.
Avrebbe dovuto dire "sconfiggiamo quell'Italia", non "apriamoci un'interlocuzione".
Il problema però è che l'obiettivo nun era la vittoria, ma la gestione degli equilibri di potere nazionali e internazionali.
Difficile non vedere come il PCI abbuia visto queste spinte progressive come problemi più che come opportunità.
Ci sono i documenti politici, ci sono i passaggi tattici e strategici compiuti a testimoniarlo.
E valgono più di un milione di lacrime versate a piazza venezia, che al massimo possono testimoniare il grande affetto per un leader indubbiamente di spessore.