Premesso che è ancora presto per trarre giudizi, però sinceramente devo dare atto che la contestazione ha portato forse un approccio diverso, più sensibile, da parte della Società nei confronti della generalità dei tifosi.
Io, personalmente, non ne avvertivo l'esigenza, ma ovviamente ognuno ha la sua sensibilità.
Sul lato tecnico invece, nutro dubbi che la ristrutturazione della squadra sia ascrivibile agli effetti della battaglia, in quanto, oggettivamente, si era arrivati a fine ciclo (basti pensare ai centrali di difesa usurati).
Allo stesso tempo, mi domando, quanto impiegheremo a smaltire le scorie di questa guerra intestina per poter poi ripartire.
Perché qui non stiamo a Napoli, dove c'è solo un club, e quindi se diserti lo stadio per qualche anno non succede niente di grave; sempre del Napoli restano, tutti.
Qui a Roma abbiamo un nemico onnivoro (fenomeno non nuovo certo, ma reso più attivo dal marketing aggressivo intrapreso dalla nuova dirigenza americana) che fagocita tutto, in primis le nuove generazioni di cittadini romani, e che quindi ad ogni nostro arretramento corrisponde una loro avanzata.
Ecco il mio timore è che, in questa guerra decennale, abbiamo arretrato troppo la nostra trincea scendendo dalla collina dove eravamo piazzati.
Ora sembra giunto il momento di risalire la china, ma forse, se ci contiamo, siamo meno di quanti eravamo 10 anni fa.
E loro, al contrario, di più.
Più dei loro meriti, grazie alla nostra guerra civile.
Ne valeva la pena?