nei giorni caldi della corsa alla presidenza della fgci, la battuta più intelligente, quella che meglio ha saputo far sintesi delle prospettive in campo, è toccata sicuramente ad albertini: grosso modo, "se vicno io vedremo un calcio in hd, se vince tavecchio si torna al biancoenero"
certo, parlare di orizzonti in bn per un gruppo capeggiato, tra gli altri, da adriano galliani, ovvero da uno degli indiscussi deus ex machina del neocalcio televisivo italiano, obiettivamente è un po' come fare birdwatching da una stazione sottorranea della metropolitana, serve molta fantasia. eppure la metafara, chissà quanto consapevolmente, contiene una sua efficacia descrittiva assolutamente straordinaria. perché, se è vero che il modello di calcio che hanno in mente i due gruppi di potere è fondamentalmente lo stesso - del resto, a disegnarne i lineamenti (stadi di proprietà, via la contraddizione del tifo antagonista, detassazione, centralità della proprietà nel rapporto con le controparti, riqualificazione del prodotto nazionale, eccetra) sono stati lotito per gli uni, agnelli per gli altri - è altrettanto vero che le vie che gli uni e gli altri propongono per arrivarci divergono su punti di evidente natura sostanziale
per meglio ragionare su questa differenza, può giovare un piccolo riferimento di natura critica sulla storia della comuniczione televisiva del calcio in Italia. nel passaggio dal bn all'hd ognuno di noi, rispetto al prodotto, ha potuto godere di una crescita qualitativa addiruttura non quantificabile: moviola, fermo immagine, profondità di campo, replay, pulizia dell immagini e mille altre diavolerie offerte da una tecnologia e da un mercato in movimento perenne. tanta tensione tecnologica tuttavia non è stata accompagnata da un adeguamento minimamente accettabile delle capacità di chi il mezzo è stato chiamato a gestirlo. eccoci quindi di fronte al paradosso di dover rimpiangere una televisione che fronteggiava la povertà tecnologica del bn con la ricchezza culturale dei ciotti, degli ameri, dei ferretti, degli zavoli. mentre oggi lo scintillio tecnologico deve fare i conti con la pochezza disarmante di un caressa o di un mangiante. se a raccontare il calcio di allora toccava a fior di giornalisti, oggi chi non si rassegna a cambiare canale si trova costretto a subire le zoppie linguistiche e logiche, o peggio ancora la sudditanza quasi antropologica verso i (più) potenti, di ex calciatori in affanno permanente
che lo creda o no albertini, il confronto tra la domenica sportiva di alfredo pigna o tito stagno e lo sky calcio show di massimo mauro e costacurta, in barba a tutte le innovazioni tecnologie, è improponibile e impietoso. anche, forse soprattutto, dal punto di vista della democrazia. veniamo così alla questione della differenza delle proposte. sky calcio show è esattamente l'idea di calcio che il gruppo agnelli-unicredit-murdoch-(veltroni) vuole proporre/imporre agli italiani. tempo, comunicazione e soldi a tutto vantaggio di cinque o sei club, agli altri le briciole, ecco secondo loro la via per riaprire la competitività con i top club europei. l'altro gruppo, certo non mosso, neppure lui, da motivi filantropici, per raggiungere lo stesso obiettivo - ridiventare competitivi con real, barcellona, bayern e manchester - invece di puntare su misure legislative ed economiche che accrescono lo squilibrio tra grandi e piccoli club, ha scelto di favorire forme almeno minime di equilibrio, il riconoscimento delle differenze, la tutela/assistenza della provincia. a guardar bene, quasi una sorta di controtendenza epocale: per crescere, più Stato, meno mercato. nella speranza che murdoch & c non chiedano l'intervento di bundesbank per decidere la quota di ricchezza da distribuire alla lega pro