Dagli Statuto
https://www.facebook.com/glistatuto/?fref=tsDa Repubblica Roma del 18 marzo 2016
La Lazio antirazzismo
"No a insulti e violenza quella minoranza danneggia tutti noi"
Flash mob dei tifosi e fumogeni al Colosseo "La società e la squadra dovrebbero fare di più"
VIOLA GIANNOLI
«WE love S.S. Lazio 1900. We fight racism ». Lo striscione blu con scritta bianca sventola davanti al Colosseo, tra le sciarpette e i fumogeni biancocelesti. Un flash mob, poche ore prima della partita contro lo Sparta Praga, per smarcarsi pubblicamente dall'immagine degli ultras laziali spesso appiattita su ideali e valori dell'estrema destra.
Un'iniziativa nata dopo la gara d'andata in Repubblica Ceca e l'apertura dell'inchiesta Uefa sugli ululati razzisti al calciatore africano Costa provenienti dal settore ospiti. «Siamo tifose e tifosi della Lazio, tifosi comuni, normali — spiegano nel volantino distribuito davanti all'Anfiteatro Flavio — non facciamo parte di nessun gruppo organizzato. Siamo qui spinti dall'amore per questi colori e per la storia di questa maglia, che negli ultimi tempi è stata considerata supportata solo da razzisti, una minoranza che sta danneggiando la Lazio stessa e tutti i suoi tifosi».
Parole che raccontano che qualcosa forse sta cambiando. Sui social il dibattito va avanti da una decina d'anni ma poche volte ha conquistato la scena. Niente nomi collettivi, ancora, o un gruppo organizzato con stendardi e simboli ma qualcuno ha cambiato, intanto, settore. «Qualcuno siede in curva, altri in tribuna, altri si sono spostati nei distinti dopo anni in Nord, siamo diversi per estrazione sociale, età, quartieri. Però siamo tutti stanchi di vedere associato il nome della Lazio al razzismo e agli ululati beceri » racconta Tiziano, 32 anni, uno dei ragazzi che reggeva lo striscione del Colosseo. «Abbiamo un altro modo di concepire la lazialità - continua - che si rifà ai valori originari della squadra della fratellanza, della solidarietà, dell'antirazzismo».
La fede politica c'entra poco, non sono tutti "compagni", non vogliono essere chiamati ultras «perché questa parola ha perso gran parte del suo senso» ma non vogliono essere nemmeno dipinti come «damigelle da stadio ». «Ci piace il tifo verace, l'Olimpico non può diventare un luogo anestetizzato ma c'è differenza tra l'insulto generico e la discriminazione razziale, lo sfottò anche aggressivo e la ricerca di un caprio espiatorio in chi è diverso. Chi era a Praga ha visto e sentito che gli ululati provenivano da una minoranza». Pochi che però non si rassegnano: «La squadra e la società — dice Tiziano — potrebbero fare molto di più, dare un segnale importante».
L'ultimo appello però è per i laziali: «Ora basta, devono prendere posizione. C'è una dignità anche nell'essere ultras. Ci unisce il colore biancoceleste ma il calcio, la città, l'Italia sono multiculturali e multietnici. Lo sport è agonismo ma non discriminazione».