Roma (in maiuscolo, la città)

Aperto da meanwhile, 27 Apr 2016, 14:24

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pan

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no fat, ti sei spiegato benissimo, rispetto il tuo punto di vista e l'ho capito. ;)

io ci vado da un'altra parte. mi sono stufata di giustificare le mancanze etiche, morali, delle persone con la motivazione del mondo politico disastrato (liberista, de destra, marcio..)
dopo decenni in cui potevo pensarlo,  il mondo di oggi, la vita per come è strutturata, la scafatezza della gente, non mi permettno di giustificare più nessuno. anche se i modelli politici sono di merda.
questo ovviamente non c'entra nulla con la politica ideale, collettiva, comune che vorrei pure io. (anche perché forse a quella politica non ci si arriva proprio perché la gente è così egoista? è nato prima l'uovo o la gallina?)





Monsieur Opale

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Citazione di: Tarallo il 02 Mag 2016, 11:44
(Posso chiedere uno che ha un lavoro tipo 8-9 ore al giorno, niente de che, un paio di figli, che deve anche fargli la cena, i compiti, lo sport ecc ecc, quando la fa la politica? Chiedo perche' ho dimenticato come funzionano ste cose, sono passati tanti anni)

ma poi perchè?

oddio, Fat ha ragione in linea generale (bella la partecipazione dal  basso etc )
ma se non volessi? se fossi pigro, egoista, solitario etc? Posso pretendere da chi mi governa che lo faccia decentemente?

se debbo pensarci io assieme alla gente del mio quartiere....be' posso contribuire a migliorare le cose, non a cambiarle
non posso/possiamo mica fare nulla per i vertici delle municipalizzate e altro

Monsieur Opale

*
Lazionetter
* 8.681
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purtroppo nel mondo reale si lavora 8/9/10 ore.
E' giusto?  E' sbagliato?
Le valutazioni in tal senso ci azzeccano poco, se ti fermi perdi il tuo posticino al sole e avrai il piccolo problema di pagare mutuo, telefoni, luci etc etc


E poi, si, se il mondo è questo si può e si deve avere un'etica diversa. Perchè no?
La storia di tanta sinistra nobile non è stato altro che questo: mantenere ferma la barra dei doveri, della dignità, dell'etica, del rigore morale anche in mezzo ai porci grufolanti.

ps
sulla questione della parrocchia, mi hai fatto pensare al compagno in cachemire (bertinotti)  :=))
strane derive, in campana scortichì!

FatDanny

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Egregio articolo da: http://www.thetowner.com/it/la-sottile-linea-roma/

La sottile linea Roma

Dove finisce Centocelle? Dove comincia Quarticciolo? Tutte le risposte che cercavate sulle guerre di confine romane.


di Tommaso Giagni



Un mio amico vive nel grande comprensorio di un quartiere-bene. Palazzine anni Sessanta, alberi, posti auto privati. La sua palazzina è la più lontana dalla ripida strada d'accesso, la più lontana dal quartiere-bene. Uscendo a piedi, è invece più vicino e raggiungibile il confinante quartiere-male, attraverso una porta che riceve poca manutenzione ed è proprio là davanti. E crea imbarazzo e inferiorità. Nella gerarchia interna al comprensorio, la palazzina del mio amico è considerata ultima. Lui e il resto dei condomini preferiscono prendere la macchina e fare la spesa nel quartiere-bene, piuttosto che passare da quella porta cigolante.

Spesso si riduce Roma a un luogo uniforme, neutralizzando l'ampiezza dello spettro. Quasi tre milioni di residenti, un'estensione che corrisponde a sette volte Milano, risolti in una sola panoramica onnicomprensiva. Ogni volta che mi chiedono: "La conosci tutta?", provo a spiegare che conoscere Roma è dire un'utopia: perché anche a batterla per intero, metro quadro su metro quadro, alla fine del giro quella conoscenza sarebbe già vecchia – sorpassata dall'evoluzione dei luoghi e delle persone che li abitano.

Quando pure si intravedono i contrasti che la compongono, quando pure si riconosce un'opposizione centro/periferia, di solito la si racconta come se "centro" e "periferia" corrispondessero alla loro collocazione geografica. Ma quelle categorie indicano più che altro degli stati mentali, distribuiti irregolarmente nello spazio. E per dare un'idea di questa complessa distribuzione vorrei ragionare sui confini interni della città.

Il caso del mio amico è emblematico ma anche semplice, perché racconta la sospensione fra due interi quartieri, peraltro molto diversi; anzi, quello -bene trova identità proprio in opposizione a quello -male, preesistente. I quartieri hanno l'autonomia di paesi, spieghiamo a chi non è di Roma, per giustificare le distanze da coprire e l'ignoranza in cui sprofondiamo nelle zone lontane. Per quanto riguarda le divisioni tra i quartieri, in genere la discontinuità è chiara.

Sono confini le strade consolari, ovviamente. Il caso forse più macroscopico è il tratto di via Nomentana che separa la famigerata San Basilio dal residenziale sonnolento di Talenti.

L'organizzazione a raggiera della città fa sì che ogni luogo più o meno periferico sia agganciato a una consolare. Quando gli abitanti di certe zone vogliono evitare di cacciar fuori un nome, fanno invece quello della consolare di riferimento: "Vengo dal Casilino" per non dire "Tor Bella Monaca", "Abito sulla Portuense" per non dire "Corviale". Eppure le percezioni degli abitanti sono spesso un buon aiuto per individuare i confini. Per me che ci sono cresciuto, Monteverde Nuovo si distingue da Monteverde Vecchio in modo chiaro. Non userei senza aggettivo "Monteverde" se non in malafede – per confondermi col quartiere più nobile. E lo stesso, "Gianicolense" è una definizione vaga, ambigua, da scartare.

La percezione di chi ci abita, può venire in soccorso di chi cerca casa a Roma. Affidarsi alle descrizioni delle agenzie immobiliari non permette di leggere le aree: definizioni improprie, nomi deformati, strumentalmente. Le grigie speculazioni intorno a Porta Portese venduta come "Trastevere", l'abnorme estensione di "Prati", gli stratagemmi per fare un tutt'uno di San Paolo e Garbatella, l'"Eur" che si espande per chilometri fino a comprendere lo Spinaceto mortificato da Moretti ("Spinaceto pensavo peggio")...

Sono ovviamente confini alcuni assi che raccordano le consolari. Per esempio, via dell'Arco di Travertino è un vero solco tra l'ordinato e impiegatizio Colli Albani (che si sente l'ultimo margine di San Giovanni) e quel purgatoriale, indistinto cuscinetto che arriva agli archi di Porta Furba (e già appartiene alla famiglia di Quadraro-Cinecittà). O ancora, via Palmiro Togliatti, che si allunga appunto da Cinecittà fino all'Aniene: una frontiera di quasi dieci chilometri tra periferie diverse (Centocelle vs Quarticciolo, Don Bosco vs Cinecittà Est), dove le sfumature sociali sono sottili ma il senso d'appartenenza è forte.


L'Aniene che a sua volta tiene certo barocchetto anni Venti della parte meridionale di Montesacro lontano dall'ex borgata di Pietralata – il limite da dove Tommaso di Una vita violenta guarda il mondo. L'Aniene, certo, perché i confini naturali non hanno perso la loro funzione. Come dimostra il Tevere, a sud, quando separa i palazzoni in serie della Magliana dai quieti villini dell'Eur, pure così vicini in linea d'aria. O come la riserva naturale dell'Insugherata, a nord, dove querce, volpi e barbagianni percorrono la breve distanza che passa tra l'ex borgata rurale di Ottavia e l'abitato ben più prestigioso intorno alla Cassia.

In realtà basta una strada né lunga né larga per distanziare mondi. Per esempio fra il denso quartiere Africano e le eleganti, ariose strade intorno a corso Trieste, ci sono soltanto le poche centinaia di metri di via di Sant'Agnese.

La cosa si fa più intricata quando la frontiera passa all'interno di uno stesso quartiere. Perché a loro volta i quartieri sono frammentati in sotto-quartieri, e questa scala ridotta mi sembra più interessante. Strade che differenziano le anime di uno stesso quartiere, invece che due quartieri contrapposti. Barriere con il compito di separare le zone-bene da quelle -male. Dove "bene" e "male" indicano una percezione di massima, naturalmente, secondo il senso comune. E naturalmente già stabilire le tendenze del senso comune è sdrucciolevole. Ma tenendosi su un piano di massima, si può fare.

Quello che succede a Tor Sapienza, nel quadrante est, è esemplare in questo senso. La zona di viale Morandi, che mi è capitato di frequentare a lungo negli scorsi mesi, viene da alcuni definita "il Fortino". I palazzi popolari dell'Ater, oltre cinquecento appartamenti assegnati nel '78, formano un rettangolo attorno a una striscia di cemento armato a un piano. Questa ospitava negozi e servizi pubblici, prima che chiudessero uno dopo l'altro e venissero occupati a scopo abitativo. Nelle dinamiche interne al complesso Morandi, gli occupanti della spina sono malvisti dagli assegnatari dell'Ater. Ancora più in basso nella gerarchia, ci sono quelli che vivono nei garage e cantine della stessa spina centrale.

Nominalmente il complesso fa parte di Tor Sapienza, che ha il nucleo originario nella borgata d'origine fascista al di là di viale De Chirico. Ma questo stradone impersonale, che collega la Prenestina e la Collatina, taglia fuori viale Morandi dall'ex borgata. È questo il confine. È qui che gli abitanti del complesso si fanno lasciare da chi li accompagna, per fingere di tornarsene nella parte nobile di Tor Sapienza.

Per rintracciare un altro esempio notevole si può andare nel quadrante ovest, dove il toponimo "La Massimina-Casal Lumbroso" mette insieme elementi significativamente lontani. Una zona subito oltre il Grande Raccordo Anulare, questa, isolata ma non autonoma dal contesto urbano – a proposito della scivolosità delle definizioni, del rischio delle semplificazioni, come quella che vorrebbe fuori Roma ciò che è fuori dal G.R.A.

Lungo un paio di chilometri di via Aurelia, partono tre assi a ridosso dei quali si sviluppano zone fortemente caratterizzate. Le pretenziose ville di Casal Lumbroso cedono il passo alla borgata storica intorno a via della Massimilla, prima che la densità torni ad allentarsi con le villette e le piccole palazzine di via Ildebrando della Giovanna. Il saliscendi sociale è ripido, qui, come le strade.

Non bastano insomma le mura, aureliane o serviane o quali che siano. Non bastano i municipi e i distretti sanitari Asl. Per tentare di leggere le articolazioni di questa città, bisogna scendere a vederla. La loro natura è intuitiva, a condizione di stare sul territorio. A quel punto, molti confini che segnano le parti di Roma emergono brutalmente. Se pure sfuggono alle mappe, ci sono e continuano a svilupparsi.

"Roma fa schifo" non significa nulla. "È stata Roma", il tormentone di Suburra, non va oltre la forza di una frase a effetto. Tentare di definire qualsiasi luogo è un esercizio ambizioso, ma bisogna andare in profondità: l'utopia di conoscere Roma non significa abbandonarsi alle semplificazioni. Secondo me soltanto affrontare le varie tonalità di una metropoli, il quarto comune più popoloso d'Europa, permette di leggere i conflitti che la muovono. E scoprire che i suoi diversi elementi stanno gomito a gomito, sparsi sul territorio, impegnati in un non-dialogo basato su diffidenza e voglia di distinzione.

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Monsieur Opale

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secondo me stiamo facendo due discorsi che mi rammentano le famose "convergenze parallele"

voglio dire, pur condividendo il senso di quel che dici, per rispondere ai bisogni di una città serve volar basso e pratico (da gabbiano, direi)
le analisi, si, scendono in profondità, consentono di comprendere, di avere consapevolezza, di sapere che le cose, in politica, non accadono per volontà della natura

ma sapere e capire non risponde ai bisogni

voglio dire non è che a un certo punto, che ne so, il 30 marzo 2019 alle 15.30 saremo tutti illuminati e pronti per la giusta direzione...per cui quel che chiedo, aldilà della mia responsabilità, della mia etica e del mio eventuale sticazzismo è che la macchina funzioni.

Questo me lo devono i conducenti. Me lo devono sia che io sia una personcina giusta, sia che io sia una bestia.
E' il loro dovere.

Poi, parlare di come dovrebbe essere, ipotizzare nuovi mondi e narrazioni (bellissimo a auspicabile) ci azzecca poco col tema degrado.


kelly slater

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Segnalo questo ottimo articolo di Christian Raimo su Internazionale, che giustamente pone il problema del degrado culturale in cui versa Roma e sull'attuale ottusa politica di chiusura degli spazi alternativi che producono cultura autogestendosi e senza ricevere sussidi comunali.

p.s. Raimo è un romanista demmerda e purtroppo deve fare un accenno gratuito offensivo nei confronti della Lazio, purtroppo sappiamo che chi soffre di quella malattia dai colori piscio ruggine prima o poi deve mettere qualche minchiata in mezzo, provate a sorvolare questo piccolo neo e andate al senso del discorso.



opinioni
Roma sta morendo e nessuno fa niente
Christian Raimo   
Christian Raimo, giornalista e scrittore

E insomma, come volete che diventi Roma? L'altro giorno c'è stato l'ennesimo atto poliziesco: con motivazioni risibili, hanno messo i sigilli al circolo DalVerme, nel quartiere Pigneto, uno dei pochi posti di questa città a fare musica decente, a portare artisti internazionali a suonare a un prezzo abbordabile, ad aver creato un luogo a cui potersi affezionare.

Non so che idea di cultura avete per questa città, se chiudete il Circolo degli artisti, il Rialto, il Valle, Scup, se minacciate di sgombero l'Esc, la palestra popolare di San Lorenzo, l'Angelo Mai, se minacciate di sgombero o sgomberate qualunque teatro occupato, qualunque cinema occupato, qualunque cosa, se non avete i soldi per finanziare nessun progetto, se l'amministrazione comunale e regionale hanno a disposizione pochi spicci che elargiscono dopo anni, se pensate di fare un cartellone di un'estate romana con il volontarismo e la frustrazione degli artisti che non hanno un posto dove esibirsi.

Vi beate di celebrare la romanità, Pasolini, Fellini, Scola, Verdone, la Magnani, e dove pensate che si siano formati gli artisti, dove pensate che abbiano cominciato a lavorare? Vi riempite la bocca della Roma alternativa, citate a memoria le battute di Amore tossico e Lo chiamavano Jeeg Robot ma non avete mai messo piede nel teatro occupato di Ostia o in quello di Tor Bella Monaca.

Avete riempito questa città di agenzie immobiliari e di agenzie interinali, avete fatto diventare tutti quanti gestori di un airbnb

Celebrate la grande stagione dell'effimero di Renato Nicolini e delle cantine, delle gallerie artistiche dove nascevano i pittori che oggi riempiono i musei del mondo, Pino Pascali, Mario Schifano, i collettivi come il pastificio, e avete ridotto il centro storico a una serie di trattorie fintotipiche con un'amatriciana a 14 euro, la camorra che ricicla i soldi con le pizzerie e i bar alla moda, i negozietti di souvenir con le statuine del gladiatore con la tunica della Lazio.

Avete riempito questa città di agenzie immobiliari e di agenzie interinali, avete fatto diventare tutti quanti gestori di un airbnb, avete detto ai ragazzi di vent'anni di non preoccuparsi se non hanno una laurea, dell'estro, una competenza, ma di assicurarsi che la nonna riservi a loro la proprietà di un appartamentino a Portuense.

Avete sostituito l'arte, la cultura, la vita con la sicurezza e la legalità. E la legalità in questa città sono le crostacerie, le hamburgherie, le lasagnerie, le tiramisuerie, i negozi di patatine olandesi, l'invasione di posti per sbocconcellare a trenta euro a persona che si chiamano "officine della nduja", "smart trattoria", "liquidi e solidi", i diecimila locali in cui si fa un'apericena con gli alcolici del discount mescolati, un po' di riso scotto e verdurine bruciacchiate e minisupplì appena decongelati.

La legalità sono i concerti in programma quest'estate, a 70, a 80, a 120 euro, sono le piazze, le strade, i cortili, piazza del Popolo, i Fori imperiali, tutto occupato ogni sabato, ogni domenica dai gazebo di qualche company che deve pubblicizzare le tariffe nuove del telefonino, stand con qualche uomo sandwich travestito da cellulare gigante che ondeggia sotto la musica a palla, circondato dagli animatori che si sgolano per far ballare ai bambini un po' di pessima techno.

La legalità è un calendario di iniziative di solidarietà che ha sostituito il calendario degli eventi, sono le librerie che chiudono, come la libreria Croce, Bibli, Invito alla lettura, le Arion, o che si devono reinventare come librerie-bar dove i libri sono relegati a qualche scaffaletto e c'è un poster con una fotocopia ingrandita di un romanzo di David Foster Wallace. Sono i teatri come l'Eliseo che mettono un ristorante di lusso all'interno.

Un infinito parcheggio in doppia fila

La legalità sono i teatri che riescono a campare solo affittando alle compagnie amatoriali. Sono le sale dei McDonald's per fare le feste dei bambini. È una programmazione cinematografica di una città di provincia di vent'anni fa, senza sale in lingua originale, senza sale d'essai, senza sale per gli studenti. È il teatro dell'università che non fa progetti. È un teatro India con un distributore automatico per poter prendere un caffè. Sono i musei vuoti, le mostre di second'ordine raccattate all'Ara Pacis o al Palazzo delle esposizioni pur di riempire la programmazione, le sedi dell'università continuamente affittate per i convegni o vendute per fare cassa, sono le biblioteche stracolme di studenti che si arrampicano su uno strapuntino pur di riuscire a leggere, le biblioteche che non possono fare prestito, che chiudono alle sette, la prossima settimana alle cinque per problemi di personale, quella dopo ancora alle tre, quella dopo ancora faranno servizio a giorni alterni.

È una stazione Termini blindata, una stazione Tiburtina che vorrebbe essere avanguardia ed è già un deserto di negozi semichiusi, è una città in cui di notte sono aperti solo i negozietti dei bengalesi, i supermercati Carrefour e i bancomat: e una massa di ragazzi ciondolanti in preda alla fame chimica. In cui i mezzi pubblici dalle otto di sera in poi sono inesistenti e le zone a traffico limitato e i vigili sono lì apposta come avvoltoi per fare cassa sul disagio di accedere a qualunque cosa. Sono la diminuzione dei fondi anche ai luoghi riconosciuti e istituzionali, la Casa del cinema, il Teatro di Roma, il Romaeuropafestival.

Ogni giorno prendete Roma e la trasformate in un posto che somiglia a un maxischermo con qualche spot in loop, a un infinito parcheggio in doppia fila. Volete questo? Volete questa città? Immaginate che sia questa la città che fa venire voglia di starci, di vivere, di farci crescere i figli?


pan

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.. pensa, a me è proprio quel riferimento negativamente gratuito alla Lazio, che fa diventare tutto il resto dell'articolo un ammasso, un elenco di concetti corretti, ma appiccicaticci e quindi ovvi.. 'na spruzzatina de Pasolini de qua, un ricordo del Circolo degli Artisti de qua.. e il pezzo giusto è fatto.
perché ci vuole coraggio, parlando di degrado culturale, infilarci la "statuina del gladiatore con la tunica della Lazio" quando i primi esponenti del degrado estetico/culturale fatto de bruchi, tute, volgarità esibite, eccessi, gadget raccapriccianti, gladiatori, branchi di lupi, facciate di scuole pubbliche sporcate con l'effige del loro capitano, (quest'ultimo tra l'altro fautore del degrado in quanto proprietario di un residence fatiscente dove si vive nello schifo).. sono in maniera netta e certificata proprio loro.
dice.. ma pan.. che t'attacchi ad una piccola frase e tralasci un bell'articolo?
si.. perchè, difetto mio, è dalla sfumatura, dalle piccole cose che mi accorgo della bontà, della sincerità del tutto.
ne ho piene le scatole di queste prese di posizione a comando, di tutti 'sti birignai, degli indignati seriali come per esempio accade contro i razzismi soltanto quando provengono da parte Lazio  e quando provengono dalla sponda roma tutti questi intellettuali con la maglietta giallo/rossa magicamente nun s'indignano più, non ne fanno manco cenno, perdendo tutta la loro indole di rivoluzionari/democratici/pacifisti.

bastava mettere, nel suo raffinatissimo elenco, "statuina del gladiatore con la tunica della roma" ed io, pensa, al suo articolo c'avrei pure creduto.
(lo so.. sò integralista.. fratelli laziali, perlomeno voi perdonatemi)

Alex_k

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Thorin

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Tre, ma non faccio testo perchè avrei trovato l'articolo comunque troppo retorico.

Rugiule

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L'articolo non l'ho letto, ma le considerazioni di pan sono universali

Monsieur Opale

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quelle cantine, quelle di Nanni, Pascali, Vasilicò nascevano come funghi perchè all'interno di quelle cantine c'era vero fermento, c'era vera qualità, c'era un vero flusso culturale interno e internazionale in procinto di riversarsi con forza nella/e città.

le cose accadono se hanno senso, forza intrinseca e se rispondono ad una necessità, non se sono "fiche"

lo svilimento culturale romano (e non solo) non si spiega con quanto dice Raimo (anche perchè presisteva a quelle chiusure) si spiega con ragioni più ampie, più universali

le dinamiche, di qualsiasi natura, quando si innestano, si innestano perchè strutturali, funzionali a reali esigenze di mutamento e non perchè 4 artisti in una cantina decidono di fare cose alternative (quella resta roba per una elite)

si celebra Nicolini perchè aveva portato nella vita vera "quella roba"

poi, davvero, leggendo, mi sembra si sia sbrodolato addosso, sempre la solita pippa: voi avete fatto/sbagliato/distrutto....un elenco bislacco che neanche alla fiera del luogo comune...

e poi quella critica alla "postmodernità", in quella forma (i telefonini, l'amatriciana a 14 euro, il naming delle imprese
è perdente

se combatti così sei destinato a perdere, preoccupati dell'egemonia e non della critica da bloggaro, Mr. Raimo

genesis

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Mi aggiungo, sono il quarto.

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Thorin

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Citazione di: Monsieur Opale il 10 Mag 2016, 08:27
quelle cantine, quelle di Nanni, Pascali, Vasilicò nascevano come funghi perchè all'interno di quelle cantine c'era vero fermento, c'era vera qualità, c'era un vero flusso culturale interno e internazionale in procinto di riversarsi con forza nella/e città.

le cose accadono se hanno senso, forza intrinseca e se rispondono ad una necessità, non se sono "fiche"

lo svilimento culturale romano (e non solo) non si spiega con quanto dice Raimo (anche perchè presisteva a quelle chiusure) si spiega con ragioni più ampie, più universali

le dinamiche, di qualsiasi natura, quando si innestano, si innestano perchè strutturali, funzionali a reali esigenze di mutamento e non perchè 4 artisti in una cantina decidono di fare cose alternative (quella resta roba per una elite)

si celebra Nicolini perchè aveva portato nella vita vera "quella roba"

poi, davvero, leggendo, mi sembra si sia sbrodolato addosso, sempre la solita pippa: voi avete fatto/sbagliato/distrutto....un elenco bislacco che neanche alla fiera del luogo comune...

e poi quella critica alla "postmodernità", in quella forma (i telefonini, l'amatriciana a 14 euro, il naming delle imprese
è perdente

se combatti così sei destinato a perdere, preoccupati dell'egemonia e non della critica da bloggaro, Mr. Raimo

Grande MO, sono d'accordo con te.
La critica alla società attuale si deve fare, ma è intelligente prendere atto dei cambiamenti ed adattarsi, non si può pretendere di restare agli anni 90 perchè a noi i 2010 fanno schifo, o si fa la fine dei dinosauri.

Una volta le associazioni culturali erano il motore dell'innovazione, ora si stanno trasformando in un freno conservatore, il presente sono i Trapizzini, i Banco, i laboratori gastronomici e sì, anche le librerie col bar (Bukowski le avrebbe amate o odiate?), perchè altrimenti chiudi.

Hai voglia a parlare di cinema d'essai, che non ci sono più perchè neanche il pubblico c'è più, altrimenti sarebbero ancora aperti.

Seamus

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Citazione di: kelly slater il 09 Mag 2016, 20:18
Segnalo questo ottimo articolo di Christian Raimo su Internazionale, che giustamente pone il problema del degrado culturale in cui versa Roma e sull'attuale ottusa politica di chiusura degli spazi alternativi che producono cultura autogestendosi e senza ricevere sussidi comunali.

p.s. Raimo è un romanista demmerda e purtroppo deve fare un accenno gratuito offensivo nei confronti della Lazio, purtroppo sappiamo che chi soffre di quella malattia dai colori piscio ruggine prima o poi deve mettere qualche minchiata in mezzo, provate a sorvolare questo piccolo neo e andate al senso del discorso.

L'articolo l'ho trovato bello, comunque uno stimolo importante.
Ma l'accenno alla statuina è veramente paradossale ed infatti gli ho risposto (come ErCuppolone).

Ama Roma, combatti il romismo

:asrm

TomYorke

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* 11.701
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Citazione di: Thorin il 10 Mag 2016, 09:48
Grande MO, sono d'accordo con te.
La critica alla società attuale si deve fare, ma è intelligente prendere atto dei cambiamenti ed adattarsi, non si può pretendere di restare agli anni 90 perchè a noi i 2010 fanno schifo, o si fa la fine dei dinosauri.

Una volta le associazioni culturali erano il motore dell'innovazione, ora si stanno trasformando in un freno conservatore, il presente sono i Trapizzini, i Banco, i laboratori gastronomici e sì, anche le librerie col bar (Bukowski le avrebbe amate o odiate?), perchè altrimenti chiudi.

Hai voglia a parlare di cinema d'essai, che non ci sono più perchè neanche il pubblico c'è più, altrimenti sarebbero ancora aperti.

Nelle quali magari il commesso ti prepara un ottimo Spritz, ma non ti dice niente su Bukowski.
Non sono i luoghi che resistono al "cambiamento" ad essere un freno conservatore. E' proprio questa ventata di finto cambiamento ad essere intrisa di conservatorismo.
Questo dar per scontato che il 2010 sia 'sta roba che stiamo vivendo mi manda ai matti. Ma chi l'ha detto che si può sopravvivere solo così?! la realtà è che si è deciso che si può sopravvivere così. E' una scelta politica ben precisa.
Per tornare al discorso delle libreria, ma andare in libreria a cercare i libri e al bar a prendese un caffè, è una cosa da conservatori? Chiaro che se le librerie-supermercato hanno, per mille ragione, una posizione dominante nel mercato e sono quelle che hanno più agevolazioni e più spazi, poi il "mercato" lo crei. Infondi un bisogno che non è assolutamente necessario, e lo spacci come inevitabile cambiamento per stare al passo coi tempi.

Monsieur Opale

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ma non è qui che passa il treno del cambiamento o del rinnovamento
questi sono falsi obiettivi, sono solo facce multiformi e cangianti del mercato (che si adatta)
la battaglia vera è su temi più alti
poi ce po' sta la libreria-sauna, il fioraio-gommista o il salumiere-pittore

saranno le contraddizioni, una volta fattesi inaccettabili, a dare impulso ad "altro"

stare al passo coi tempi, significa poco e niente, è soltanto un accomodamento (più o meno gradito/accettato..) alla contemporaneità

agire sulla contemporaneità non dipende da "avanguardie illuminate" che tracciano la strada alle masse (questo dovrebbe esser chiaro da un secolo), quanto dalle tensioni (vere e traumatiche) che si esercitano sulla realtà e che necessariamente avviano un processo di mutazione

le cose accadono indipendentemente dalla nostra volontà (lo diceva anche GLF ai tempi belli)
sembra una roba conservatrice, apolitica, rassegnata
ma non lo è
perchè poi, in quel processo, li si con un senso, ti inserisci

vabbè

e poi con gli amici dei gabbiani non parlo

Thorin

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* 3.081
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Citazione di: TomYorke il 10 Mag 2016, 11:44
Nelle quali magari il commesso ti prepara un ottimo Spritz, ma non ti dice niente su Bukowski.
Non sono i luoghi che resistono al "cambiamento" ad essere un freno conservatore. E' proprio questa ventata di finto cambiamento ad essere intrisa di conservatorismo.
Questo dar per scontato che il 2010 sia 'sta roba che stiamo vivendo mi manda ai matti. Ma chi l'ha detto che si può sopravvivere solo così?! la realtà è che si è deciso che si può sopravvivere così. E' una scelta politica ben precisa.
Per tornare al discorso delle libreria, ma andare in libreria a cercare i libri e al bar a prendese un caffè, è una cosa da conservatori? Chiaro che se le librerie-supermercato hanno, per mille ragione, una posizione dominante nel mercato e sono quelle che hanno più agevolazioni e più spazi, poi il "mercato" lo crei. Infondi un bisogno che non è assolutamente necessario, e lo spacci come inevitabile cambiamento per stare al passo coi tempi.

Ma perchè, il commesso di una qualsiasi libreria Arion mi sa spiegare la differenza fra Donne e Storie di Ordinaria Follia? Tra l'altro è un franchising, almeno una volta si rimpiangeva la libreria di quartiere...
Andare in libreria a prendere un libro ed al bar a bere un caffè non è da conservatori, criticare chi unisce le due cose lo è.
E aggiungo, spesso chi apre un caffè letterario ha più passione di chi apre una Arion (bada bene, non ce l'ho con le Arion, semplicemente è stata nominata nell'articolo) in franchising, proprio perchè vede la libreria come un luogo di cultura nel quale fermarsi anche al di fuori dell'acquisto di un libro, non come un semplice negozio.

Monsieur Opale

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il rischio è sempre quello di scivolare nell'elitarismo, un nostro antico vizio
soffermandoci sul classico dito e ignorando la luna
w lo snobismo proletario

:)

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TomYorke

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Citazione di: Thorin il 10 Mag 2016, 12:05
Ma perchè, il commesso di una qualsiasi libreria Arion mi sa spiegare la differenza fra Donne e Storie di Ordinaria Follia? Tra l'altro è un franchising, almeno una volta si rimpiangeva la libreria di quartiere...
Andare in libreria a prendere un libro ed al bar a bere un caffè non è da conservatori, criticare chi unisce le due cose lo è.
E aggiungo, spesso chi apre un caffè letterario ha più passione di chi apre una Arion (bada bene, non ce l'ho con le Arion, semplicemente è stata nominata nell'articolo) in franchising, proprio perchè vede la libreria come un luogo di cultura nel quale fermarsi anche al di fuori dell'acquisto di un libro, non come un semplice negozio.

Ma infatti anche Arion può essere classificata tra le librerie-supermercato.
Poi sul mercato dell'editoria ci sarebbe talmente tanto di cui discutere che ci vorrebbe un altro topic.
Comunque, tra un caffè letterario, e le librerie bar che vanno per la maggiore, ci passa un bel mare de cambiamento eh.

TomYorke

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Citazione di: Monsieur Opale il 10 Mag 2016, 12:03
ma non è qui che passa il treno del cambiamento o del rinnovamento
questi sono falsi obiettivi, sono solo facce multiformi e cangianti del mercato (che si adatta)
la battaglia vera è su temi più alti
poi ce po' sta la libreria-sauna, il fioraio-gommista o il salumiere-pittore

saranno le contraddizioni, una volta fattesi inaccettabili, a dare impulso ad "altro"

stare al passo coi tempi, significa poco e niente, è soltanto un accomodamento (più o meno gradito/accettato..) alla contemporaneità

agire sulla contemporaneità non dipende da "avanguardie illuminate" che tracciano la strada alle masse (questo dovrebbe esser chiaro da un secolo), quanto dalle tensioni (vere e traumatiche) che si esercitano sulla realtà e che necessariamente avviano un processo di mutazione

le cose accadono indipendentemente dalla nostra volontà (lo diceva anche GLF ai tempi belli)
sembra una roba conservatrice, apolitica, rassegnata
ma non lo è
perchè poi, in quel processo, li si con un senso, ti inserisci

vabbè

e poi con gli amici dei gabbiani non parlo

Ma questo non significa che non accadano con una volontà ben precisa. E spesso il rinnovamento non c'entra niente.

Ma queste sono cose terrene, torno a volare con i compagni gabbiani!!

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