«Nei combattimenti di strada ci sono due tipi di picchiatori:
c'è quello che picchia, vede il sangue, si spaventa e soccombe,
e c'è quello che picchia, vede il sangue e va avanti per uccidere.
Bene ragazzi, io vengo da fuori e vi giuro che c'è odore di sangue».
Marcelo Bielsa, entrando nello spogliatoio dell'Argentina,
prima di una partita con la Colombia.
Ever Demaldé, ventisettenne argentino, possiede un negozio di alimentari a Mendoza. La sua passione più grande, però, non sono le verdure, ma il calcio. Nel tempo libero allena le squadre giovanili locali e si documenta sul suo mito, Marcelo Bielsa. Un giorno, Ever decide di scrivere una lettera al suo maestro in cui gli espone la sua visione del calcio. Vuoi mai che Bielsa decida di prenderla in considerazione, d'altronde non per niente lo chiamano El Loco, il pazzo. Dopo sette mesi, Bielsa telefona a Ever e lo invita a Rosario per seguire un corso intensivo con il suo staff. Ora l'ex droghiere di Mendoza è uno degli osservatori dell'Olympique Marsiglia.
Questo è Bielsa: un filosofo del pallone irascibile, perfezionista e meravigliosamente irrazionale, a cui hanno già intitolato uno stadio nella sua Rosario, quello del Newell's Old Boys, la squadra che all'inizio degli anni '90 trascinò al primo posto nei tornei di Apertura e Clausura e poi fino alla finale di Copa Libertadores, persa contro il San Paolo. In quel Newell's giocavano degli imberbi Sensini, Balbo e Batistuta, scoperti nelle giovanili dallo stesso Bielsa durante delle folli sessioni di allenamento: El Loco si appostava sugli alberi carico di fogli per gli appunti per poterne studiare meglio i movimenti.
Grazie a lui il decaduto e indebitato Marsiglia – l'anno scorso eliminato con zero punti dalla Champions e poi scivolato al 6° posto in Ligue 1, fuori dalla zona Europa – ha conquistato 8 vittorie consecutive e adesso è primo in classifica, con un vantaggio di 4 punti sugli sceicchi parigini.
Eppure l'avvio della stagione marsigliese non era stato promettente, non solo a causa dei risultati (un pari e una sconfitta nelle prime due uscite). Il 4 settembre Bielsa si era infuriato con il presidente Labrune a causa della gestione del mercato: «Aveva preso degli impegni e non li ha mantenuti», lo ha accusato. E poi: «Ha mentito presentandomi un progetto che non può realizzare». L'Olympique è infatti più o meno lo stesso della precedente e fallimentare stagione, ma con un Valbuena in meno, ceduto alla Dinamo Mosca per far cassa. Oltre a lui sono partiti anche il centrale Lucas Mendes, Jordan Ayew e Amalfitano. Al loro posto non sono arrivati né i fedelissimi cileni di Bielsa Isla, Medel e Jara, allenati in Nazionale, né Ocampos o Stambouli, espressamente richiesti dall'allenatore, ma Alessadrini, Barrada, Batshuayi (non certo degli scarponi, comunque) e il difensore brasiliano Doria, che pur essendo oggetto dei desideri di molte squadre europee, Bielsa ha retrocesso in primavera. «Di Doria ho saputo quando l'ho visto alla Commanderie, mentre stava facendo le visite mediche», ha spiegato El Loco.
Se non fosse stato tradito dai vertici societari, che non gli hanno procurato i giocatori-chiave per la sua Weltanschauung calcistica, difficilmente Bielsa avrebbe rinunciato al suo schieramento prediletto, un innovativo 3-3-1-3 (o 3-3-3-1) con una punta centrale di movimento affiancata da due ali capaci di rientrare sul piede opposto ma anche di andare sul fondo. Il nerbo del modulo è costituito dall'enganche, il trequartista che ha il compito fondamentale di far da raccordo fra la fase offensiva e quella difensiva. Non è necessario che sia un classico numero 10. Se c'è una cosa che Bielsa disprezza sono, infatti, i giocatori statici, per quanto tecnici essi siano: «Non esiste un solo motivo, neppure uno, perché un giocatore in campo stia fermo». Per questo, l'argentino predilige lavorare con i giovani, tatticamente ancora plasmabili e, soprattutto, con i polmoni ancora non usurati dagli anni.
Davanti alla difesa a tre, generalmente guidata da un giocatore bravo anche con i piedi, spesso un ex centrocampista, staziona un mediano in grado di rubare palloni e di far ripartire verticalmente l'azione. Verticalidad è infatti la parola d'ordine del Loco, perché alla fine l'obiettivo del calcio è banalmente quello di raggiungere la porta avversaria. Ma non bisogna pensare alle squadre di Bielsa come a delle paladine del contropiedismo più puro. Il rosarino apprezza il valore del possesso palla e vuole che il giocatore che di volta in volta gestisce il pallone diventi il regista della squadra, un po' come accadeva con Sacchi, non a caso idolatrato da Bielsa.
Le partite, perciò, devono essere dominate: occupazione di guerra della metà campo altrui, pressing selvaggio e angoscioso, difesa alta e impulsiva, velocità assassina nella conquista della sfera, ripartenze disperate in verticale e, se necessario, possesso palla mulinante rappresentano, specularmente con il suo carattere, i dogmi dell'argentino. Molti di essi li ritroviamo in Pep Guardiola, che, dopo un colloquio di sei ore con El Loco, fu probabilmente investito dalla visione divina del tika-taka, un mix ardito fra la passione per l'orizzontalismo proprio della storia blaugrana e l'ansia del pressing offensivo tipico del bielsismo.
Il vero cruccio di Bielsa, però, risiede nello scovare le mezzali giuste per il 3-3-1-3. Da ct dell'Argentina in quel ruolo impiegava Javier Zanetti e Sorin, mentre nel Cile ricorreva a Vidal e Isla. Sia nell'Athletic Bilbao sia nell'Olympique Marsiglia è fallito l'esperimento di adattare i terzini al ruolo di mezzala (se fossi il direttore sportivo di Bielsa gli comprerei subito Blind e Lahm per quella zona di campo, ma tant'è), così il passaggio a un fluido 4-2-3-1 è stato obbligato. Nella fase di attacco, i terzini avanzano oltre la linea di centrocampo per sovrapporsi alle ali; il mediano (Romao nell'OM) arretra, in compenso, di qualche metro in copertura, formando quasi una linea a tre con i due centrali; il suo compagno di reparto (Imbula), invece, fa da collegamento fra difesa e attacco; i quattro giocatori offensivi, infine, tramano fittamente alla ricerca dello spazio. Tra loro c'è un rivitalizzato Gignac, bomber con il vizio del cibo spazzatura, che, grazie agli sfiancanti allenamenti dell'argentino, ha perso otto chili e segnato dieci gol, diventando capocannoniere.
Tipico esempio di "partitella del giovedì" sotto la gestione di Bielsa, con un intensità pazzesca e lui in mezzo al campo con le braccia dietro la schiena che urla contro tutti, soprattutto contro un certo Mario.
In questo modo, costretto ad abbandonare forzatamente il 3-3-1-3, Bielsa ha ancora una volta dimostrato, seppur con riluttanza, la sua malleabilità tattica, svestendo i panni del fondamentalista, che tanti ingiustamente gli attribuiscono. L'allenatore rosarino è, infatti, abituato ad arrangiarsi con quello che ha. A Bilbao, dove l'autarchia sul mercato impone di acquistare solo giocatori baschi, trasformò un club di metà classifica in una banda di posseduti capaci di eliminare dall'Europa League corazzate come il Manchester United e il Paris Saint-Germain. E lo stesso sta accadendo a Marsiglia, altra città anti-sistema e ribelle, come El Loco, uno che deve il suo soprannome proprio alla passione kamikaze che infonde nel suo lavoro. Quando dei tifosi del Newell's si presentarono furenti a casa sua dopo una sconfitta per 6-0 contro il San Lorenzo, durante le sue prime settimane da allenatore dei "lebbrosi", Bielsa reagì impugnando una granata della Seconda guerra mondiale e minacciò di farla esplodere se non se ne fossero andati. Nessuno andò più a disturbarlo, e non solo perché il Newell's cominciò a vincere.
«Il mio sogno è allenare in un calcio che sia più moderato, dove si accetta di perdere senza traumi. Ci sono due Paesi al mondo in cui succede: la Svizzera e il Cile. In Argentina quello che succede alla squadra incide sulla vita privata dei tifosi», racconta Bielsa, che però, per primo, ammette di non riuscire a scindere il calcio dalla sua stessa anima.
Durante le partite El Loco se ne sta a bordo campo piegato sulle ginocchia, in una postura irrequieta al confine fra la disperazione e la gloria, fra il crollare per terra a causa di un gol subito e il saltare con una rincorsa liberatoria per festeggiare il vantaggio. Per Bielsa la sconfitta è un inestinguibile dolore fisico, che lo scava nel profondo. «Voi lo sapete che io "muoio" dopo ogni sconfitta? La settimana successiva è un inferno. Non posso giocare con mia figlia, non posso andare a mangiare con i miei amici. È come se non mi meritassi queste allegrie quotidiane. Mi sento inabilitato alla felicità per sette giorni». Durante un viaggio in aereo con Jorge Valdano, Bielsa sorprese il suo interlocutore domandandogli se avesse mai pensato al suicidio dopo una sconfitta. Valdano, povero lui, credette che El Loco stesse scherzando.
La vittoria, invece, dona solo momentaneamente una percezione di compiutezza, per poi ritirarsi lasciando dietro di sé soltanto l'insensata frenesia dei nostri sforzi per raggiungerla. «La gioia di una vittoria in una partita dura cinque minuti, la partita finisce e c'è un senso di effervescenza, una sensazione di adrenalina al massimo che genera eccitazione e felicità. Ma sono solo cinque minuti, e dopo c'è un enorme e grandissimo vuoto. È una solitudine indescrivibile». Per sperimentare quei cinque minuti di felicità, però, Bielsa sarebbe disposto a tutto, anche a tagliarsi un dito, come rivelò a un suo giocatore, le cui motivazioni non gli sembravano sufficientemente guerresche.
El Loco, comunque, è consapevole che una filosofia di vita che mira a identificare la felicità con il successo ci condannerebbe a una perenne insoddisfazione. Così ha imparato a trarre il meglio dal fallimento. «Dovremmo chiarire alla maggioranza delle persone che il successo è l'eccezione, che gli esseri umani solo a volte trionfano. Il successo è deformante, rilassa, inganna, ci peggiora e ci spinge a innamorarci di noi stessi. Il fallimento, al contrario, è formativo, ci solidifica, ci dona coerenza». Ed è forse anche per questo che non lo si vede quasi mai esultare per una rete: perché sa che non sarà un singolo gol segnato a temprargli lo spirito e a rafforzarne le convinzioni. A Bielsa, infatti, non importa vincere per essere amato, ma essere amato per vincere. E per essere amato Bielsa ha bisogno di convertire i calciatori al suo credo, di battezzarli col sudore dei suoi allenamenti, di tramutarli nell'incarnazione delle sofferenze dei tifosi e di assurgere a loro leader. Chi non lo segue, viene ostracizzato, a prescindere dalla fama che lo accompagna. In allenamento e nelle partite ufficiali i calciatori devono scagliarsi su ogni pallone come fosse la loro unica opportunità di segnare, «perché un'opportunità è un gol, e un gol per noi è la vita». Bielsa non riesce a immedesimarsi nel calciatore frivolo e viziato dei nostri tempi, quello che corricchia sul campo come se temesse che, andando più veloce, i milioni guadagnati gli scivolassero dalle tasche. El Loco richiede da tutti i suoi uomini una concentrazione totalizzante. Se non si impegnano, li equipara a degli stupratori e giura di ucciderli.
Non stupisce, quindi, che Bielsa sia un fanatico dei dettagli, al limite dell'ossessivo. Si dice che, prima di una partita con lo Schalke 04, ai tempi dell'Athletic Bilbao, abbia visionato più di quaranta filmati della squadra tedesca, o che abbia inventato ventisei modi diversi per battere una rimessa laterale. A Marsiglia si è fatto consegnare un mazzo di chiavi personale del centro di allenamento, non solo perché ha una concezione della segretezza che farebbe impallidire la Cia, ma anche perché così ha la possibilità di dormire la notte sul posto di lavoro. Saranno contenti la moglie e le figlie, che, secondo la leggenda, Bielsa sveglia periodicamente alle ore piccole perché provino in giardino le sue nuove intuizioni tattiche.
Ad un certo punto dice più o meno: "bisogna mantenere la velocità del pallone", uno dei concetti base del suo calcio.
In Francia osservano con distaccata sufficienza l'exploit dell'Olympique e non solo perché sulla panchina marsigliese sono seduti un apparente caso clinico e un ex droghiere. In molti puntano il dito contro l'irragionevolezza dello schieramento di Bielsa: talvolta la squadra sembra come spezzata a metà fra i reparti e si espone fatalmente al contropiede avversario se la prima linea del pressing viene superata. Dietro i terzini, infatti, si trova una zona di campo totalmente incontaminata, dove un'ala rapida e dal buon dribbling potrebbe comodamente sguazzare. Per ora il Marsiglia non l'ha ancora incontrata. I giornalisti sportivi francesi, un po' malignamente, sostengono che ciò non si sia ancora verificato perché l'OM ha affrontato solo club di basso profilo e che, al primo grosso ostacolo (leggere alla voce "Psg"), capitolerà in maniera rovinosa. Vedremo. Se dovessimo chiedere un parere a Bielsa, lui probabilmente ci risponderebbe: «Un uomo con delle nuove idee è un pazzo, fino a quando le sue idee non trionfano». A quel punto, allora, saremmo costretti a trovargli un nuovo soprannome.
Jacopo Di Miceli