Michele e la sua lettera d'addio.

Aperto da white-blu, 08 Feb 2017, 07:45

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FatDanny

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Intendiamoci, la mia lettura non la sento in contrapposizione a quella di baldrick, tutt'altro.
Mi ci ritrovo in pieno.

Occorre forse distinguere due piani: a mio avviso questo episodio non può in alcun modo trasformarsi in rivendicazione politica. Ed è assurdo farne argomento di critica a un poletti come se avesse responsabilità dirette.
Poletti è l'esecutore di un processo che ha epigoni in tutto l'occidente e nemmeno solo in esso. Ed è il processo a dover essere attenzionato oggi, non poletti.

Altra cosa è cercare di comprenderne i contorni. E questo non può che interrogare la realtà sociale, politica ed economica che viviamo.
Per comprendere, non per rivendicare.

Per rivendicare c'è la lotta e non passa in alcun modo dai suicidi.

kelly slater

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Citazione di: FatDanny il 09 Feb 2017, 15:39

Poletti è l'esecutore di un processo che ha epigoni in tutto l'occidente e nemmeno solo in esso. Ed è il processo a dover essere attenzionato oggi, non poletti.


Certo, ma Poletti è anche in questo momento un simbolo di quel processo.
Pensare che il precario di oggi nella fascia 25-40 abbia chiaro che qual'e' esattamente il processo e
come si articola presuppone che esista ancora una sorta di coscienza di classe.
Alla fine la narrazione renziana si inserisce bene in un contesto in cui alcuni dogmi sono interiorizzati e non vengono mai messi in discussione, ed è questo che crea l'impotenza, o il senso di impotenza.
Secondo me la generazione di cui stiamo parlando non ragiona in termini di "questo sistema funziona/non funziona" o "è giusto/non è giusto", ma piuttosto ragiona "maledetti ci avete creato un presente da incubo e un futuro impossibile da immaginare" , una sorta di rabbia generazionale verso dei genitori che non solo non hanno creato appunto delle condizioni buone e giuste per loro, ma non gli hanno lasciato in eredità neanche gli strumenti per poter elaborare un cambiamento e reagire.
Quindi simbolicamente Poletti non è un mero esecutore di un processo:  è un padre cattivo e che gli sta rendendo la vita impossibile, e questo  è il primo passo necessario e ineludibile per una presa di coscienza piu' a largo raggio, almeno secondo me.

FatDanny

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Citazione di: kelly slater il 09 Feb 2017, 18:30
Certo, ma Poletti è anche in questo momento un simbolo di quel processo.
Pensare che il precario di oggi nella fascia 25-40 abbia chiaro che qual'e' esattamente il processo e
come si articola presuppone che esista ancora una sorta di coscienza di classe.
Alla fine la narrazione renziana si inserisce bene in un contesto in cui alcuni dogmi sono interiorizzati e non vengono mai messi in discussione, ed è questo che crea l'impotenza, o il senso di impotenza.
Secondo me la generazione di cui stiamo parlando non ragiona in termini di "questo sistema funziona/non funziona" o "è giusto/non è giusto", ma piuttosto ragiona "maledetti ci avete creato un presente da incubo e un futuro impossibile da immaginare" , una sorta di rabbia generazionale verso dei genitori che non solo non hanno creato appunto delle condizioni buone e giuste per loro, ma non gli hanno lasciato in eredità neanche gli strumenti per poter elaborare un cambiamento e reagire.
Quindi simbolicamente Poletti non è un mero esecutore di un processo:  è un padre cattivo e che gli sta rendendo la vita impossibile, e questo  è il primo passo necessario e ineludibile per una presa di coscienza piu' a largo raggio, almeno secondo me.

assolutamente d'accordo ma non puoi metterlo in relazione DIRETTA al suicidio, perché è una speculazione, in termini letterali.
Il tuo discorso aiuta a comprendere quanto avvenuto ma non può divenire argomento politico a mio avviso.
La resa estrema non è argomento politico.

Mentre un argomento politico andrebbe usato per commenti ignobili come questo

http://bianchi.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/02/08/michele-una-gioventu-senza-coraggio/

pan

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ecco, questa è un'altra disamina interessante. la retorica del coraggio.
vorrei un mondo dove fosse lecito avere paura, dove non fosse un disvalore.
dove non sia necessario dimostrare audacia ma solo moralità.
la fragilità, la timidezza, l'introversione vengono visti come mali da combattere, da giudicare negativamente.

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Baldrick

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Citazione di: pan il 09 Feb 2017, 19:46
ecco, questa è un'altra disamina interessante. la retorica del coraggio.
vorrei un mondo dove fosse lecito avere paura, dove non fosse un disvalore.
dove non sia necessario dimostrare audacia ma solo moralità.
la fragilità, la timidezza, l'introversione vengono visti come mali da combattere, da giudicare negativamente.
che dio ti benedica

WernerHeisenberg

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Mi puzza tanto di bufala e la chiosa finale su Poletti è per me un indizio.
Parlo da ragazzo di 23 anni e queste parole le sento e risento spesso da molti dei miei coetanei, solo che purtroppo questi miei coetanei fanno inconsciamente, secondo me, da cani da guardia del sistema che tanto criticano.
Poi sento tanti accorati appelli alla ribellione delle nuove generazioni...cosa dovremmo fare? Mettere a fuoco e ferro le città? Si potrebbe anche fare ma penso che l'Espresso che ha pubblicato la lettera non sia tanto d'accordo.


carib

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Citazione di: WernerHeisenberg il 09 Feb 2017, 20:17
Mi puzza tanto di bufala e la chiosa finale su Poletti è per me un indizio.
Parlo da ragazzo di 23 anni e queste parole le sento e risento spesso da molti dei miei coetanei, solo che purtroppo questi miei coetanei fanno inconsciamente, secondo me, da cani da guardia del sistema che tanto criticano.
Poi sento tanti accorati appelli alla ribellione delle nuove generazioni...cosa dovremmo fare? Mettere a fuoco e ferro le città? Si potrebbe anche fare ma penso che l'Espresso che ha pubblicato la lettera non sia tanto d'accordo.
sei sicuro che non sia d'accordo? Lo scopo primario della vita del fondatore di Repubblica è porre l'imprimatur su uno Stato di polizia. Senza dei capri espiatori non potrebbe essere realizzato

Io purtroppo di lettere di suicidi deliranti come quella in questione ne ho lette diverse. L'esibizionismo di certe schizofrenie è in grado di arrivare fino a questo punto. Poletti, la società, la disoccupazione, tutte stronxate astratte. Il dramma, questi drammi si consumano attraverso i rapporti fondamentali. Sono stati deludenti fino a rendere insostenibile la delusione.

Buon proseguimento

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Thorin

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Citazione di: pan il 09 Feb 2017, 19:46
ecco, questa è un'altra disamina interessante. la retorica del coraggio.
vorrei un mondo dove fosse lecito avere paura, dove non fosse un disvalore.
dove non sia necessario dimostrare audacia ma solo moralità.
la fragilità, la timidezza, l'introversione vengono visti come mali da combattere, da giudicare negativamente.

La paura è un sentimento importante, sembra una frase fatta ma chi non ne ha non può avere neanche coraggio, essendo la qualità che ti fa superare la paura.
Non è un disvalore, ma di certo vivere nella paura non è un bel vivere.

kelly slater

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Citazione di: FatDanny il 09 Feb 2017, 19:14
assolutamente d'accordo ma non puoi metterlo in relazione DIRETTA al suicidio, perché è una speculazione, in termini letterali.
Il tuo discorso aiuta a comprendere quanto avvenuto ma non può divenire argomento politico a mio avviso.
La resa estrema non è argomento politico.


Assolutamente, ma non mi sembra di averlo fatto.
Stavo facendo un discorso più generale su Poletti come simbolo attuale.
Gli stessi giovani del pd gli scrissero una lettera aperta di rifiuto quando parlò
dei giovani che emigrano.
Per me il suicidio non è contemplato come atto politico, ed è chiaro e scontato per me che non puoi ridurre solo al politico l'atto di questo ragazzo, però appunto non lo puoi ridurre neanche solo a una sua patologia personale.
Faccio notare che non è l'unico caso di giovane precario che si suicida e questo
dovrebbe essere la spia di un'impotenza e un disagio.



kelly slater

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* 27.227
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Citazione di: FatDanny il 09 Feb 2017, 19:14
Mentre un argomento politico andrebbe usato per commenti ignobili come questo

http://bianchi.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/02/08/michele-una-gioventu-senza-coraggio/

Un passaggio mi ha colpito di quest'articolo:

Non è vincismo. È semplicemente imparare a vivere. Cercando di individuare (e non è facile) in quale punto del cosmo possiamo noi trovare uno scampolo di felicità. A prescindere dagli altri.

A prescindere dagli altri.
Questa è l'ideologia dell'era in cui sono morte le ideologie.
Poi Carib parla di rapporti fondamentali deludenti.
Se pensi che la felicità vada trovata a prescindere dagli altri cosa
passerai ai tuoi figli?

Sonni Boi

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Comunque i dati mostrano come il numero di suicidi ogni 100.000 abitanti in Italia non sia variato granchè dagli anni '50 ad oggi. Si nota un'impennata anzi negli anni '80, decennio di vacche grasse ed in cui il precariato era direi sconosciuto.

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FatDanny

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Citazione di: Sonni Boi il 10 Feb 2017, 13:32
Comunque i dati mostrano come il numero di suicidi ogni 100.000 abitanti in Italia non sia variato granchè dagli anni '50 ad oggi. Si nota un'impennata anzi I negli anni '80, decennio di vacche grasse ed in cui il precariato era direi sconosciuto.

in cui il precariato era sconosciuto ma in cui un'idea di poter cambiare le cose svaniva.
E si torna al mio discorso, che è molto più esistenziale di quanto si colga.

carib

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La felicità, Kelly Slater? Ma di cosa parli? :?
Amico mio, questo è un topic delicatissimo che tratta argomenti delicatissimi. E' già la seconda volta che alteri il mio pensiero. Non è il caso di far partire flame attribuendo idiozie agli altri interlocutori, no? Finiamola qui, spero tu sia d'accordo.
I rapporti di cui parlo sono quelli che si fondano sugli affetti. Quando questi vengono a mancare si determina una delusione. Se si tratta di rapporti fondamentali, come per es. madre-figlio nel primo anno di vita, la delusione spessissimo lascia tracce indelebili e incurabili se non si interviene in tempo. Per fare prevenzione e, nel caso, curare per guarire, bisogna conoscere l'eziopatogenesi di certe dinamiche. Limitarsi a osservare i sintomi perdendo di vista completamente la persona e addentrandosi in astratte analisi sociologiche, o peggio filosofiche sui massimi sistemi, purtroppo non risolve nulla. Anzi, crea ancor più danni. Stiamo parlando della qualità primaria della vita degli esseri umani. Quella che si fonda sulla salute. Certi atteggiamenti ideologici, privi di fondamento scientifico nel senso più classico del termine, negando e annullando completamente il fatto che la mente umana in presenza dell'anaffettività altrui si può ammalare diventando essa stessa anaffettiva - che nel caso specifico è la depressione fino agli stadi più gravi denunciata in ogni singola sillaba di quella lettera* - IMHO finiscono per assomigliare drammaticamente a quella stessa ideologia che dicono di voler combattere ed abbattere. Perché nella depressione non c'è mai libertà. Figuriamoci in quella che sfocia nel suicidio. Uccidersi non è libero arbitrio. Perché diventa l'unica soluzione possibile per non sentire più addosso il peso del proprio vuoto affettivo interiore. Non c'è nulla di romantico in questo. Non c'è nulla di romantico nell'aver preso atto - o nel credere, delirando e proiettando - che anche nell'ambiente immediatamente circostante c'è anaffettività. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato di non saper rifiutare e separarsi da questo ambiente senza compiere gesti estremi. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato che anche il medico che sostiene di curarti in fondo crede che la depressione sia "un male" incurabile. C'è solo la tragedia di una persona che si è ammalata e ha passato la vita a chiedere disperatamente aiuto, inascoltata. Per questo io tendo a essere convinto che una persona in queste condizioni ne sbatte iltazzo di chi gli dice: guarda che è colpa della società consumistica e dell'iperliberismo brutto sporco e cattivo. O peggio ancora, cito: "della psicoanalisi che è uno strumento di normalizzazione dei desideri, una castrazione degli impulsi desideranti, che molto spesso sono per l'appunto politici". Ma per favore, tra l'altro la psicoanalisi non è una scienza, tanto meno una scienza medica. Sauntazzo uno psicanalista cosa è e come si affronta una depressione.


*che se non è vera è cmq scritta da qualcuno che se ne intende...

Sonni Boi

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Citazione di: FatDanny il 10 Feb 2017, 13:34
in cui il precariato era sconosciuto ma in cui un'idea di poter cambiare le cose svaniva.
E si torna al mio discorso, che è molto più esistenziale di quanto si colga.

Io credo che bisogna fare molta attenzione nell'isolare linee di causalità su un tema del genere.

L'ipotesi che alla base dei molti suicidi vi sia il precariato non spiegherebbe come mai in Grecia vi siano molti meno suicidi che non in Svezia; quella secondo cui la partecipazione politica e la speranza in un cambiamento siano elementi vitali sembra contraddetta dal fatto che l'Arabia Saudita sia il paese con meno suicidi sul pianeta. E così via.

Entrano in gioco troppe variabili, molte delle quali latenti e impossibili da controllare in un'ipotetica regressione. Elementi che fanno parte di un'epoca scompaiono in un'altra per poi riapparire modulandosi con un'intensità differente, e si sovrappongono con altri che magari erano assenti qualche decennio prima.

Possiamo tirare in ballo tantissime ipotesi, ma pretendere di individuare cause concrete qua e la è a mio avviso un esercizio retorico e poco più.

FatDanny

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Ma io non ho cercato di spiegare la causa dei suicidi.
Ho parlato di questo suicidio e di questa depressione, senza alcuna velleità generalista sulla base di quella lettera, trovandola comprensibile.

L'unica riflessione generale fornito è quella sul mondo circostante, ma non significa che chiunque si uccida lo faccia per questo né che questo sia diretto responsabile dei suicidi.

Detto questo il concetto di scientificità dato da Carib è A mio modestissimo modo di vedere la prova provata di quanto affermato qualche tempo fa.
Una presunta primazia interpretativa del tutto ingiustificata.
Ma non mi dilungo in OT.

kelly slater

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Citazione di: carib il 10 Feb 2017, 13:51
La felicità, Kelly Slater? Ma di cosa parli? :?
Amico mio, questo è un topic delicatissimo che tratta argomenti delicatissimi. E' già la seconda volta che alteri il mio pensiero. Non è il caso di far partire flame attribuendo idiozie agli altri interlocutori, no? Finiamola qui, spero tu sia d'accordo.
I rapporti di cui parlo sono quelli che si fondano sugli affetti. Quando questi vengono a mancare si determina una delusione. Se si tratta di rapporti fondamentali, come per es. madre-figlio nel primo anno di vita, la delusione spessissimo lascia tracce indelebili e incurabili se non si interviene in tempo. Per fare prevenzione e, nel caso, curare per guarire, bisogna conoscere l'eziopatogenesi di certe dinamiche. Limitarsi a osservare i sintomi perdendo di vista completamente la persona e addentrandosi in astratte analisi sociologiche, o peggio filosofiche sui massimi sistemi, purtroppo non risolve nulla. Anzi, crea ancor più danni. Stiamo parlando della qualità primaria della vita degli esseri umani. Quella che si fonda sulla salute. Certi atteggiamenti ideologici, privi di fondamento scientifico nel senso più classico del termine, negando e annullando completamente il fatto che la mente umana in presenza dell'anaffettività altrui si può ammalare diventando essa stessa anaffettiva - che nel caso specifico è la depressione fino agli stadi più gravi denunciata in ogni singola sillaba di quella lettera* - IMHO finiscono per assomigliare drammaticamente a quella stessa ideologia che dicono di voler combattere ed abbattere. Perché nella depressione non c'è mai libertà. Figuriamoci in quella che sfocia nel suicidio. Uccidersi non è libero arbitrio. Perché diventa l'unica soluzione possibile per non sentire più addosso il peso del proprio vuoto affettivo interiore. Non c'è nulla di romantico in questo. Non c'è nulla di romantico nell'aver preso atto - o nel credere, delirando e proiettando - che anche nell'ambiente immediatamente circostante c'è anaffettività. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato di non saper rifiutare e separarsi da questo ambiente senza compiere gesti estremi. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato che anche il medico che sostiene di curarti in fondo crede che la depressione sia "un male" incurabile. C'è solo la tragedia di una persona che si è ammalata e ha passato la vita a chiedere disperatamente aiuto, inascoltata. Per questo io tendo a essere convinto che una persona in queste condizioni ne sbatte iltazzo di chi gli dice: guarda che è colpa della società consumistica e dell'iperliberismo brutto sporco e cattivo. O peggio ancora, cito: "della psicoanalisi che è uno strumento di normalizzazione dei desideri, una castrazione degli impulsi desideranti, che molto spesso sono per l'appunto politici". Ma per favore, tra l'altro la psicoanalisi non è una scienza, tanto meno una scienza medica. Sauntazzo uno psicanalista cosa è e come si affronta una depressione.


*che se non è vera è cmq scritta da qualcuno che se ne intende...

Non capisco perchè tu definisca "flame" degli interventi in cui ho solamente espresso le mie idee a partire da cose che avevi detto tu.
Oltretutto non capisco perchè tu mi attribuisca tutto questo romanticismo quando io non sono romantico per niente proprio, e meno che mai riguardo al suicidio.
Io penso che l'anaffettivismo abbia molto a che fare con i valori su cui si fonda la società, non è un disturbo indipendente da qualsiasi contesto.
Tu hai fatto una sorta di diagnosi psichiatrica ( o psicologica ? ) di questo ragazzo basandoti soltanto sulla sua lettera di commiato. Che dire?
Probabilmente hai le competenze per farlo, io sicuramente no, ma questo pero' non mi puo' impedire di avere delle opinioni piu' generali sulla situazione attuale, che come dice Fat ha molto di esistenziale, non è una riduzione: è un allargamento.
La giornalista dell'espresso che afferma che bisogna cercare la felicità a prescincere dagli altri  sara' una madre affettiva?
Se si sara' senz'altro il trionfo dell'ipocrisia: l'importante è il proprio orticello, mio figlio che vince e sticazzi della miseria e della morte intorno.

Dopodichè prendo atto che il tuo approccio è iper-scientifico (psichiatrico) e non apprezzi la psicoanalisi: pacifico, evidentemente ho frainteso il tuo primo post, non era certo mia volontà distorcerlo.

Questo approccio secondo cui la salute sarebbe una cosa neutra che prescinde dal mondo circostante e dalle relazioni sociali ( ed economiche in quanto di potere e di dominio )che ogni persona vive a me spaventa, posso avere un'opinione diversa dalla tua o il principio nazista della Scienza come unica Verità me lo proibisce?

happyeagle

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Ci si ammala e si muore per carenza di vitamine.
Ci si ammala e si muore per carenza di anticorpi.
Ci si ammala e si muore per carenza di lavoro.
La cura per la disoccupazione è il lavoro e solo quello, Michele aveva finito l'album dei no e si era stufato di fare la collezione dei rifiuti, non gli mancava l'affetto, gli mancava il lavoro.

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syrinx

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Citazione di: happyeagle il 10 Feb 2017, 15:17
Ci si ammala e si muore per carenza di vitamine.
Ci si ammala e si muore per carenza di anticorpi.
Ci si ammala e si muore per carenza di lavoro.
La cura per la disoccupazione è il lavoro e solo quello, Michele aveva finito l'album dei no e si era stufato di fare la collezione dei rifiuti, non gli mancava l'affetto, gli mancava il lavoro.

un bel topic, pacato e ragionato, rovinato cosi'.

Buckley

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Citazione di: carib il 10 Feb 2017, 13:51
La felicità, Kelly Slater? Ma di cosa parli? :?
Amico mio, questo è un topic delicatissimo che tratta argomenti delicatissimi. E' già la seconda volta che alteri il mio pensiero. Non è il caso di far partire flame attribuendo idiozie agli altri interlocutori, no? Finiamola qui, spero tu sia d'accordo.
I rapporti di cui parlo sono quelli che si fondano sugli affetti. Quando questi vengono a mancare si determina una delusione. Se si tratta di rapporti fondamentali, come per es. madre-figlio nel primo anno di vita, la delusione spessissimo lascia tracce indelebili e incurabili se non si interviene in tempo. Per fare prevenzione e, nel caso, curare per guarire, bisogna conoscere l'eziopatogenesi di certe dinamiche. Limitarsi a osservare i sintomi perdendo di vista completamente la persona e addentrandosi in astratte analisi sociologiche, o peggio filosofiche sui massimi sistemi, purtroppo non risolve nulla. Anzi, crea ancor più danni. Stiamo parlando della qualità primaria della vita degli esseri umani. Quella che si fonda sulla salute. Certi atteggiamenti ideologici, privi di fondamento scientifico nel senso più classico del termine, negando e annullando completamente il fatto che la mente umana in presenza dell'anaffettività altrui si può ammalare diventando essa stessa anaffettiva - che nel caso specifico è la depressione fino agli stadi più gravi denunciata in ogni singola sillaba di quella lettera* - IMHO finiscono per assomigliare drammaticamente a quella stessa ideologia che dicono di voler combattere ed abbattere. Perché nella depressione non c'è mai libertà. Figuriamoci in quella che sfocia nel suicidio. Uccidersi non è libero arbitrio. Perché diventa l'unica soluzione possibile per non sentire più addosso il peso del proprio vuoto affettivo interiore. Non c'è nulla di romantico in questo. Non c'è nulla di romantico nell'aver preso atto - o nel credere, delirando e proiettando - che anche nell'ambiente immediatamente circostante c'è anaffettività. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato di non saper rifiutare e separarsi da questo ambiente senza compiere gesti estremi. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato che anche il medico che sostiene di curarti in fondo crede che la depressione sia "un male" incurabile. C'è solo la tragedia di una persona che si è ammalata e ha passato la vita a chiedere disperatamente aiuto, inascoltata. Per questo io tendo a essere convinto che una persona in queste condizioni ne sbatte iltazzo di chi gli dice: guarda che è colpa della società consumistica e dell'iperliberismo brutto sporco e cattivo. O peggio ancora, cito: "della psicoanalisi che è uno strumento di normalizzazione dei desideri, una castrazione degli impulsi desideranti, che molto spesso sono per l'appunto politici". Ma per favore, tra l'altro la psicoanalisi non è una scienza, tanto meno una scienza medica. Sauntazzo uno psicanalista cosa è e come si affronta una depressione.


*che se non è vera è cmq scritta da qualcuno che se ne intende...

Carib, io sono d'accordo con te su molto di cio' che hai scritto ma non condivido assolutamente l'ultima riga. Sono stato studente di psicologia alla Sapienza prima e paziente in terapia dopo. L'interesse nella psicanalisi al punto di volerne fare una professione cui dedicare una vita, a mio modestissimo avviso e' gia' di per se' un indizio. Ma sono cose che si capiscono in un secondo tempo. Da come scrivi si evince che tu ne sappia parecchio sull'argomento e probabilmente quanto sto dicendo ti sembrera' la scoperta dell'acqua calda o il frutto di una testa bacata. Secondo me non ci si interessa alla sofferenza mentale per caso o per curiosita' culturale, lo si fa tendenzialmente perche' si vuole capire se stessi e trovare gli strumenti per aiutarsi. Mi ricordo bene le persone che frequentavano la facolta', moltissimi cercavano attraverso gli studi di conseguire la patente di sanita': Se curo gli alltri vuol dire che sono sano. Quelli piu' in buona fede cercavano risposte alle proprie domande, un numero altissimo di iscritti lasciavano perdere al primo anno. Io crollai al secondo quando capii che piu' che aiutare gli altri avrei dovuto prima aiutare me stesso. Me ne andai in terapia e da li' iniziai il mio percorso per cercare di uscire fuori dalla mia depressione, quella cosa che finalmente riuscivo a chiamare per nome dopo averla considerata a lungo inadeguatezza al mondo e alla vita. La mia analista veniva da un tentativo di suicidio quasi portato a termine. Cazzo se lo sapeva cos'era una depressione. Non mi ha mai dato una scadenza, mi disse che poteva durare da uno a cento anni, dipendeva dal livello della botta che avevo preso e dalle mie capacita' individuali di ritrovare fiducia in me stesso e stimoli per uscirne. La mia fortunatamente non era depressione da anaffettivita', era piu' di tipo essenziale, tipo un mantra appreso dalla nascita dove tutto era grigio, senza luce, senza sbocchi. Praticamente, la lettera di Michele. Se non credi in te stesso, se non hai la possibilita' di crederci, cerchi sollievo nella politica e nel sociale, tendi ad esternalizzare quello che hai dentro perche' assumertene la responsabilita' ti porta ancora piu' a fondo, almeno in apparenza, e dico questo perche' in realta' quello e' il momento in cui cominci ad acquisire consapevolezza e compi i primi passi verso l'uscita.
Bene, quando iniziai a muovermi alla ricerca di un senso, il mio senso interiore, persi completamente interesse nella sofferenza mentale, iniziai su consiglio della mia analista, a muovere un passo alla volta, senza cercare il tutto e subito. Un buon analista sa a che punto stai, sa cosa stai passando. C'era passata lei per prima. Ancora oggi sono convinto non avesse risolto tutti i suoi problemi ma ci conviveva alla grande, e sapeva usare le sue magagne per curare gli altri. Secondo me la guarigione non esiste, indietro non si torna ma sai chi sei, conosci te stesso, ti conosci cosi' bene che in certi casi ti basta una frase, una parola detta in un certo modo che riesci a capire anche chi ti sta davanti, siamo tutti umani e nessuno ha un passato glorioso. Sai pero' come reagirai a determinati stimoli e impari a non metterti piu' in condizioni che possano affligerti.
La politica, la disoccupazione, c'entrano assai poco. Se molti individui patiscono una condizione mentale di anaffettivita', il mondo che tenderanno a costruire, i loro rapporti umani, saranno ad essa improntati. Ecco perche' l'unica possibilita' e' cambiare se stessi, se cambi te stesso cambi anche il mondo. Il sogno e' collettivo, la strada, lo sforzo, sono individuali.
Un grande aiuto me lo dette la fotografia, attraverso le immagini prese dal mondo esteriore ricreavo il mio stato emotivo ma ho dovuto fotografare cosi' tanta depressione che quando riguardo le foto da me scattate a volte mi viene da ridere per non piangere (chissa', magari un giorno ci apro un topic e le divido con voi). La nostra debolezza e' la nostra ricchezza piu' grande perche' dove c'e' dubbio c'e' ricerca e dunque possibilita' di soluzione. Mi dispiace molto per tutti i Michele di questo mondo, come umani abbiamo dentro tanta grandezza da sbatterci al cazzo tutti i Poletti di questo mondo.
Concludo dicendo che a Roma ho preso solo porte in faccia cercando lavoro, trovavo solo lavoretti manuali sottopagati e al nero. Me ne sono andato in Inghilterra, mi sono laureato mantenendomi agli studi lavando i piatti la sera. Dal lavare i piatti sono riuscito a lavorare persino come fotografo per l'Universita' di Oxford, eppure a Roma credevo che il mondo ce l'avesse con me. Lo sforzo e' individuale ripeto, purtroppo di gente acciaccata molto peggio di quanto lo fossi io, ce n'e' tanta. E scusatemi se vi ho rotto i [...] :-)   

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