Citazione di: carib il 10 Feb 2017, 13:51
La felicità, Kelly Slater? Ma di cosa parli?
Amico mio, questo è un topic delicatissimo che tratta argomenti delicatissimi. E' già la seconda volta che alteri il mio pensiero. Non è il caso di far partire flame attribuendo idiozie agli altri interlocutori, no? Finiamola qui, spero tu sia d'accordo.
I rapporti di cui parlo sono quelli che si fondano sugli affetti. Quando questi vengono a mancare si determina una delusione. Se si tratta di rapporti fondamentali, come per es. madre-figlio nel primo anno di vita, la delusione spessissimo lascia tracce indelebili e incurabili se non si interviene in tempo. Per fare prevenzione e, nel caso, curare per guarire, bisogna conoscere l'eziopatogenesi di certe dinamiche. Limitarsi a osservare i sintomi perdendo di vista completamente la persona e addentrandosi in astratte analisi sociologiche, o peggio filosofiche sui massimi sistemi, purtroppo non risolve nulla. Anzi, crea ancor più danni. Stiamo parlando della qualità primaria della vita degli esseri umani. Quella che si fonda sulla salute. Certi atteggiamenti ideologici, privi di fondamento scientifico nel senso più classico del termine, negando e annullando completamente il fatto che la mente umana in presenza dell'anaffettività altrui si può ammalare diventando essa stessa anaffettiva - che nel caso specifico è la depressione fino agli stadi più gravi denunciata in ogni singola sillaba di quella lettera* - IMHO finiscono per assomigliare drammaticamente a quella stessa ideologia che dicono di voler combattere ed abbattere. Perché nella depressione non c'è mai libertà. Figuriamoci in quella che sfocia nel suicidio. Uccidersi non è libero arbitrio. Perché diventa l'unica soluzione possibile per non sentire più addosso il peso del proprio vuoto affettivo interiore. Non c'è nulla di romantico in questo. Non c'è nulla di romantico nell'aver preso atto - o nel credere, delirando e proiettando - che anche nell'ambiente immediatamente circostante c'è anaffettività. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato di non saper rifiutare e separarsi da questo ambiente senza compiere gesti estremi. Non c'è nulla di romantico nell'aver constatato che anche il medico che sostiene di curarti in fondo crede che la depressione sia "un male" incurabile. C'è solo la tragedia di una persona che si è ammalata e ha passato la vita a chiedere disperatamente aiuto, inascoltata. Per questo io tendo a essere convinto che una persona in queste condizioni ne sbatte iltazzo di chi gli dice: guarda che è colpa della società consumistica e dell'iperliberismo brutto sporco e cattivo. O peggio ancora, cito: "della psicoanalisi che è uno strumento di normalizzazione dei desideri, una castrazione degli impulsi desideranti, che molto spesso sono per l'appunto politici". Ma per favore, tra l'altro la psicoanalisi non è una scienza, tanto meno una scienza medica. Sauntazzo uno psicanalista cosa è e come si affronta una depressione.
*che se non è vera è cmq scritta da qualcuno che se ne intende...
Carib, io sono d'accordo con te su molto di cio' che hai scritto ma non condivido assolutamente l'ultima riga. Sono stato studente di psicologia alla Sapienza prima e paziente in terapia dopo. L'interesse nella psicanalisi al punto di volerne fare una professione cui dedicare una vita, a mio modestissimo avviso e' gia' di per se' un indizio. Ma sono cose che si capiscono in un secondo tempo. Da come scrivi si evince che tu ne sappia parecchio sull'argomento e probabilmente quanto sto dicendo ti sembrera' la scoperta dell'acqua calda o il frutto di una testa bacata. Secondo me non ci si interessa alla sofferenza mentale per caso o per curiosita' culturale, lo si fa tendenzialmente perche' si vuole capire se stessi e trovare gli strumenti per aiutarsi. Mi ricordo bene le persone che frequentavano la facolta', moltissimi cercavano attraverso gli studi di conseguire la patente di sanita': Se curo gli alltri vuol dire che sono sano. Quelli piu' in buona fede cercavano risposte alle proprie domande, un numero altissimo di iscritti lasciavano perdere al primo anno. Io crollai al secondo quando capii che piu' che aiutare gli altri avrei dovuto prima aiutare me stesso. Me ne andai in terapia e da li' iniziai il mio percorso per cercare di uscire fuori dalla mia depressione, quella cosa che finalmente riuscivo a chiamare per nome dopo averla considerata a lungo inadeguatezza al mondo e alla vita. La mia analista veniva da un tentativo di suicidio quasi portato a termine. Cazzo se lo sapeva cos'era una depressione. Non mi ha mai dato una scadenza, mi disse che poteva durare da uno a cento anni, dipendeva dal livello della botta che avevo preso e dalle mie capacita' individuali di ritrovare fiducia in me stesso e stimoli per uscirne. La mia fortunatamente non era depressione da anaffettivita', era piu' di tipo essenziale, tipo un mantra appreso dalla nascita dove tutto era grigio, senza luce, senza sbocchi. Praticamente, la lettera di Michele. Se non credi in te stesso, se non hai la possibilita' di crederci, cerchi sollievo nella politica e nel sociale, tendi ad esternalizzare quello che hai dentro perche' assumertene la responsabilita' ti porta ancora piu' a fondo, almeno in apparenza, e dico questo perche' in realta' quello e' il momento in cui cominci ad acquisire consapevolezza e compi i primi passi verso l'uscita.
Bene, quando iniziai a muovermi alla ricerca di un senso, il mio senso interiore, persi completamente interesse nella sofferenza mentale, iniziai su consiglio della mia analista, a muovere un passo alla volta, senza cercare il tutto e subito. Un buon analista sa a che punto stai, sa cosa stai passando. C'era passata lei per prima. Ancora oggi sono convinto non avesse risolto tutti i suoi problemi ma ci conviveva alla grande, e sapeva usare le sue magagne per curare gli altri. Secondo me la guarigione non esiste, indietro non si torna ma sai chi sei, conosci te stesso, ti conosci cosi' bene che in certi casi ti basta una frase, una parola detta in un certo modo che riesci a capire anche chi ti sta davanti, siamo tutti umani e nessuno ha un passato glorioso. Sai pero' come reagirai a determinati stimoli e impari a non metterti piu' in condizioni che possano affligerti.
La politica, la disoccupazione, c'entrano assai poco. Se molti individui patiscono una condizione mentale di anaffettivita', il mondo che tenderanno a costruire, i loro rapporti umani, saranno ad essa improntati. Ecco perche' l'unica possibilita' e' cambiare se stessi, se cambi te stesso cambi anche il mondo. Il sogno e' collettivo, la strada, lo sforzo, sono individuali.
Un grande aiuto me lo dette la fotografia, attraverso le immagini prese dal mondo esteriore ricreavo il mio stato emotivo ma ho dovuto fotografare cosi' tanta depressione che quando riguardo le foto da me scattate a volte mi viene da ridere per non piangere (chissa', magari un giorno ci apro un topic e le divido con voi). La nostra debolezza e' la nostra ricchezza piu' grande perche' dove c'e' dubbio c'e' ricerca e dunque possibilita' di soluzione. Mi dispiace molto per tutti i Michele di questo mondo, come umani abbiamo dentro tanta grandezza da sbatterci al cazzo tutti i Poletti di questo mondo.
Concludo dicendo che a Roma ho preso solo porte in faccia cercando lavoro, trovavo solo lavoretti manuali sottopagati e al nero. Me ne sono andato in Inghilterra, mi sono laureato mantenendomi agli studi lavando i piatti la sera. Dal lavare i piatti sono riuscito a lavorare persino come fotografo per l'Universita' di Oxford, eppure a Roma credevo che il mondo ce l'avesse con me. Lo sforzo e' individuale ripeto, purtroppo di gente acciaccata molto peggio di quanto lo fossi io, ce n'e' tanta. E scusatemi se vi ho rotto i [...] :-)