Volevo intervenire su questo topic da qualche giorno ma non ho mai avuto il tempo di farlo in maniera esaustiva. Avrei potuto buttare due righe veloci o postare una risposta tranchant, ma probabilmente sarei stato frainteso e avrei solo generato un inutile flame.
Fatta questa doverosa premessa, passiamo al dunque: l'Italia e le migrazioni e le migrazioni del XXI secolo tout court.
Leggo parecchio di gente, in molti casi amici veri che, a seguito dei noti fatti della nave aquarius, si auspicano, in modo ingenuo secondo me, l'apertura totale dei nostri confini. È un'utopia, ma un'utopia ai confini della distopia, che tiene pochissimo conto di alcuni dati oggettivi. Ora, io credo che tutti noi siamo favorevoli ad un mondo senza barriere, senza povertà, senza differenze tra i suoi abitanti, un mondo unito e solidale davvero, ma a me non interessa affatto disquisire di cose che sono lontane secoli da oggi, semmai ci arriveremo. A me interessa l'attuale. E l'attuale ci dice che questo movimento migratorio di massa è un qualcosa che va necessariamente regolato per il bene di tutti, soprattutto dei paesi africani.
Ah, lo dico subito perché già immagino le accuse che sto per beccarmi: vi parla una persona che per anni ha lavorato nel settore dell'asilo e dell'accoglienza e l'ha fatto con convinzione, dedizione e tanta passione. Conosco decine di persone che hanno fatto la traversata, conosco molte coop che operano nel settore, conosco l'iter delle richieste di asilo e come lavorano le commissioni, certe cose le ho viste e vissute da dentro.
Partiamo dall'Italia. Siamo un paese in cui almeno due generazioni di persone, indicativamente i nati tra fine anni '70 e metà anni '90, hanno avuto e hanno tuttora enormi problema di carattere occupazionale e grandi difficoltà a mettere su famiglia e a fare figli, il tasso migratorio è negativo nonostante le entrate da record di questi anni. E aggiungo che siamo il paese che ha più poveri in Europa. Il Paese che ha più poveri in Europa. Come fa un paese che ha un welfare state così in affanno, con i vari Cottarelli e Bonino che non fanno altro che demonizzare la spesa pubblica lanciando continui appelli per ridurre il debito a sobbarcarsi centinaia di migliaia di persone che necessitano tutto, dalla scolarizzazione, alle spese mediche, al vitto e alloggio? E vi lascio immaginare cosa accadrebbe con le frontiere completamente aperte da parte nostra ma con le norme europee vigenti attorno a noi. Un vero e proprio disastro sociale. Fanno i lavori che non vogliono fare gli italiani, direte voi. Vero, perché nessun italiano vorrebbe fare il bracciante a quelle condizioni disumane, perché i braccianti italiani quelle condizioni le hanno combattute per decenni e sono tornate, è un caporalato di ritorno, proprio perché è aumentata a dismisura la massa di "schiavi" disponibili sul mercato, una sorta di dumping salariale agricolo che è sempre più diffuso nel sud.
L'Italia negli ultimi 10 anni ha accolto tantissimo in virtù della sua posizione geografica e di un loop giuridico che, teoricamente, ci imporrebbe di accogliere indefinitivamente chiunque voglia attraversare il Mediterraneo.
Il loop è il seguente: il barcone oltrepassa il confine marittimo libico, a quel punto è automaticamente un natante in naufragio perché spesso non c'è nemmeno il carburante per arrivare in Italia e chi lo conduce non è il mitologico scafista, ma un poraccio dei tanti che non ha mai preso il mare in vita sua. In base a ciò che dice il diritto del mare quell'imbarcazione va salvata e portata nel cosiddetto "porto sicuro", che non può essere Tripoli, ma nemmeno Tunisi o la Valletta. Perché questo? Perché a questo punto interviene il secondo step del loop, la richiesta di asilo. I naufraghi in quella fase diventano richiedenti asilo. Ora, l'asilo è normato in maniera molto chiara sia nell'ambito del diritto internazionale che nel nostro ordinamento, in breve chi ha diritto allo status di rifugiato è colui che fugge dal proprio paese in quanto perseguitato per idee politiche, credo religioso, gruppo etnico, sociale ecc. Due esempi facili: il pachistano musulmano che si converte al cristianesimo è chiaramente un rifugiato per via delle leggi pachistane sull'apostasia, idem il musulmano birmano vittima della persecuzione etnica nel suo Paese. Il flusso odierno, invece, è per lo più proveniente dai paesi dell'Africa occidentale, che paradossalmente si trovano nel periodo più prospero e pacifico della propria storia, non lo dice anderz, lo dice la banca mondiale. Le guerre si sono ridotte considerevolmente, non c'è più una situazione di conflitto generalizzato in paesi come Costa d'Avorio, Ghana, Gambia, Guinea o Senegal, i conflitti che sussistono, penso al Mali o alla Nigeria, sono a bassa intensità e interessano ormai solo zone periferiche e semidisabitate di quei paesi; è inoltre molto complicato fuggire dall'Africa senza il denaro a disposizione per affrontare il viaggio, i più poveri la traversata non se la possono nemmeno permettere. Possiamo affermare, e sono i numeri a dircelo, che pochissimi di coloro che fanno la traversata hanno diritto allo status di rifugiato, un numero inferiore al 20% di cui si legge un po' dappertutto perché la stampa non fa distinzione tra le diverse forme di protezione che concede lo stato italiano e la protezione umanitaria, che è quella nettamente maggioritaria, è vigente solo in Italia ed è più una forma di sanatoria che altro. Una prova evidente del fatto che non stiamo parlando di popolazioni in fuga è la differenza di genere; una fuga da un conflitto necessariamente coinvolge i nuclei familiari, vedi i siriani; in questo caso le donne sono una percentuale irrisoria rispetto agli uomini e spesso arrivano per alimentare il mercato della prostituzione.
Lo preciso, a scanso di equivoci, non sto dicendo che in Africa occidentale stanno come nel principato di Monaco, la povertà c'é, la vita è dura e non c'é una struttura economica tale da supportare l'enorme crescita della popolazione degli ultimi decenni, ma ci torno dopo.
Il loop, dicevamo, continua con lo stranoto regolamento di Dublino che ci obbliga alla valutazione delle richieste di asilo e, per forza di cose, all'accoglienza, alla revisione dei ricorsi ecc ecc. In poche parole arrivare oltre il limite delle acque territoriali libiche, seppur rischiosissimo in quelle condizioni, equivale a un pass di anni per l'Europa (o almeno per un singolo paese europeo), un pass che però non ti concede la dignità, non ti concede il lavoro, non ti concede la ricchezza.
E chi guadagna da tutto ciò? Molti soggetti, in modo lecito e illecito con tante sfumature di grigio in mezzo. Dai trafficanti di esseri umani africani agli schiavisti del nostro meridione, dalle ONG ormai gestite alla stregua di multinazionali, alle coop, tra le più grandi dispensatrici di precarietà e aggiramento delle regole sul lavoro in Italia.
E perché accade tutto ciò? Per le rimesse, per arricchire la famiglia rimasta nel paese di origine. Un obiettivo più che legittimo, ma che alla lunga ha effetti negativi proprio sui paesi in via di sviluppo. Un paese il cui pil ha una percentuale alta di rimesse è un paese incapace di sviluppare un proprio tessuto produttivo e, in ultima analisi, è un paese sotto ricatto da parte degli Stati dai quali fuoriesce il flusso delle rimesse e dai soggetti che ne regolano il mercato (vedi la crisi in Somalia del 2015). Le rimesse dopano i mercati interni e svalutano grandemente il lavoro creato in loco, causando altra emigrazione. È ovvio, se il potere di acquisto di una famiglia di un operaio ivoriano è nettamente inferiore a quello della famiglia di uno che vende gli occhiali in spiaggia a Torvaianica cosa succederà?
Rimpiango i tempi in cui a sinistra si supportavano i movimenti che volevano veramente affrancare l'Africa dal giogo del postcolonialismo. Grandi personaggi come Sankara, Nkrumah, Lumumba, Agostinho Neto hanno lottato una vita per l'indipendenza e lo sviluppo dell'Africa, non certo per la fuga della sua migliore gioventù.
Se la soluzione non può essere la chiusura dei porti non può certamente essere l'apertura totale delle frontiere.