TARE: LAZIO ALLA PARI CON TUTTI (Corriere dello Sport)
«La Champions? Anche io ho fretta di viverla, ma non sia un'ossessione. Tutti i giocatori hanno il bonus scudetto: non è utopia, ma uno stimolo. Ai tifosi dico: uniti possiamo vincere»
Tare, da accusato a premiato, nell'ultimo anno ha ricevuto tanti riconoscimenti. E' una nuova vita.
«Ho sempre saputo che c'era pregiudizio nei miei confronti, la scelta di nominarmi diesse è nata in un momento molto delicato. Aveva tutto tranne un senso. Lotito ci aveva visto lungo».
Come ci è riuscito?
«Mi sono sempre detto "il tempo sarà galantuomo". Ho giocato 9 anni in Germania, dove tutto ciò che si sta cercando di fare in Italia è in vigore da 25 anni. Ho avuto un punto di riferimento».
Fuori è considerato il miglior diesse. Dai laziali si sente riconsiderato?
«Più di tutto conta il giudizio del tifoso normale, i risultati aiutano tanto. Ricordo un insegnamento».
Ci illumini.
«Al Fortuna Düsseldorf mi allenava Uli Maslo, avevo segnato 29 gol, prima di ogni partita mi diceva "Igli, quello che hai fatto prima fa parte della storia, devi scordartelo, contano il presente e il futuro"».
Lotito ha detto «Lazio no limits». E' cambiato, è meno intrattabile. Tare è un diesse specializzato, Inzaghi l'allenatore rampante, Peruzzi un'altra bandiera. E' la congiunzione astrale perfetta.
«Assolutamente sì. Il nostro è un gruppo di lavoro fantastico, guidato da Lotito, sta facendo sforzi e sacrifici importanti. Aggiungo Derkum, il team manager, svolge un lavoro fondamentale. E poi De Martino nella comunicazione. Il segretario generale Calveri, un mio braccio destro importante, negli ultimi 10 anni siamo cresciuti insieme tantissimo. L'inserimento di Peruzzi è una scelta giusta. La sua esperienza, il suo modo di vivere l'appartenenza, sono stati fondamentali. Ci aiuta tanto il fatto che io, Simone e Angelo siamo stati giocatori. Questo ci fa vivere con equilibrio le vittorie e ci fa analizzare bene le sconfitte. E' qualcosa di raro nel calcio italiano».
E' il momento della svolta.
«Più che un momento di svolta per la società dev'essere un momento di svolta per il mondo Lazio. Non vedo fiducia, non vedo entusiasmo attorno a noi, nonostante i risultati e i trofei vinti. Ogni anno ripartiamo dallo stesso punto. L'ho sempre detto: per creare qualcosa di importante ci vuole tempo, ci vogliono le persone giuste, ci vuole entusiasmo».
Undici anni da ds, cinque Coppe italiane (3 Coppe Italia e 2 Supercoppe), ma niente Champions. Colpe esterne e interne.
«Non ci sono mai colpe solo da una parte. Conta che in questi dieci anni per 4-5 volte siamo andati vicini alla Champions. Io in primis ho fretta di raggiungerla. Vorrebbe dire tanto per la società, per la squadra, per quello che vogliamo essere. Siamo a buon punto».
La Champions è dichiarata da tutti, anche da Simone, per la prima volta. Come l'avete convinto?
«Non deve essere un'ossessione, è una conseguenza della crescita. Non c'era bisogno di convincerlo.
La crescita del gruppo sta nel fatto che gli stessi giocatori sono convinti: sanno che negli ultimi 3 anni avremmo potuto tranquillamente giocare in Champions».
Ripartiamo da maggio. Boban e Maldini vogliono Tare al Milan. La Juve pensa a Inzaghi. Eppure non abbiamo mai creduto alla Lazio senza di voi.
«Stiamo cercando di portare la società dove merita di stare. Quando vado all'estero mi accorgo che la Lazio è ancora un nome importante. Prima di andare via da qui ci penserò sempre molto bene, so di aver creato qualcosa di bello. Insieme a tutti».
Tare mediatore tra Inzaghi e Lotito. Cos'è successo a giugno? «La città di Roma crea tanto pettegolezzo. Non c'è stato nulla, serviva solo un po' di tempo per riflettere. Non ho mai avuto il dubbio che Inzaghi sarebbe andato via. Al momento opportuno ci siamo seduti e abbiamo capito che il matrimonio era ancora vivo».
Inzaghi ha rinnovato solo per un anno, ci è rimasto male?
«La sua volontà era di firmare per più di un anno, alla fine è stata una scelta giusta per tutte le parti».
Sincero, gli avete dato il bonus scudetto per rabbonirlo.
«Non ce l'ha solo lui, ce l'hanno anche i giocatori. Lo stiamo inserendo in tutti i contratti. Non per utopia, per obiettivo. Il Leicester è stato un esempio per tutti. Sa come si dice? Dove c'è un desiderio, c'è una strada».
Quanto è ancora lunga questa strada?
«Si devono salire altri gradini. Non mi nascondo, se lavoro nel calcio è perché ho degli obiettivi. Mi auguro che negli anni si possa arrivare a tanto. Non c'è una tempistica. Ma è giusto, man mano che si cresce, avere quel pizzico di arroganza per ambire».
Provocazione: con Inzaghi siete legati da amicizia fraterna, ma sembrate opposti. Tare punta su giovani stranieri, Simone guarda agli italiani. Lei è disposto ad aspettare i talenti, lui a volte aspetta anche troppo a lanciarli.
«Non è vero. Tutt'altro. A Roma si dicono le cose nel modo sbagliato. E' tutto condiviso, studiamo i giocatori insieme. Magari, a volte, quando c'è un po' di indecisione, mi prendo la responsabilità, spingo. Se c'è un italiano forte, adatto alla causa e al gioco, sono il primo a puntarlo. La mia realtà è fatta di equilibri, ci sono commenti che distruggono il lavoro. Si fa un acquisto e si dice "questo è di Inzaghi e questo è di Tare". Si creano isole, è sbagliato».
Da ragazzo lei tifava per il Milan di Sacchi. Mesi fa Sacchi l'ha chiamata per farle i complimenti. Che ha provato?
«Amavo il suo calcio e ricevere i suoi complimenti mi ha inorgoglito».
Ambizioni e soldi, dire no al Diavolo è stato un sacrificio d'amore? Quando ha incontrato Boban e Maldini cosa vi siete detti?
«Zvone (Boban, ndi) lo conoscevo. E' stato un mio idolo, lui sa il motivo. Paolo lo conoscevo da giocatore e ho avuto modo di conoscerlo meglio. E' una persona esemplare. Ho toccato con mano l'atto d'amore che hanno compiuto. Anche la mia è stata una scelta d'amore. Ho capito che andare via dalla Lazio sarebbe stata una cosa sbagliata. Ho deciso con il cuore, non per soldi».
E' vero che Lotito le ha offerto un nuovo contratto a giugno dopo il quadriennale di novembre?
«Non volevo sfruttare l'occasione di mercato. Siamo rimasti d'accordo così: avremo modo di parlare in tempi opportuni. Le priorità erano altre...».
«E' stato un mercato intelligente», ha detto. Manca un terzo centravanti, ribattiamo. Inzaghi aspettava Llorente o uno come lui.
«Stiamo parlando dell'arrivo di una riserva della riserva. In un gruppo dove gli equilibri sono fondamentali, la terza punta non è mai stata una priorità. Il sogno era mantenere questo gruppo intatto. Il problema vero era sulle fasce, con il 3-5-2 è fondamentale disporre di giocatori molto veloci. In più serviva un centrale difensivo forte. Llorente ci era stato offerto come tanti altri nomi, ma non era fattibile, gli equilibri sono ben precisi. Punto su un giovane come Adekanye, uscirà fuori».
Di attaccanti ne ha valutati tanti, ora non dica il contrario.
«L'acquisto era subordinato all'eventuale partenza di Caicedo. Avevamo trovato un giovane con caratteristiche simili, ma la sua società non l'ha voluto vendere. Questo non è successo a fine mercato, all'inizio. Ci sono alternative, quando è servito abbiamo "alzato" Milinkovic da centravanti».
Monte ingaggi record, stipendi anche da 3 milioni, finalmente riuscite a trattenere i big, ma evitate sempre di fare un passo in più sul mercato. Una volta è possibile?
«E' come se nell'economia di una famiglia, ogni componente, per mesi, sforasse il budget. Resto prudente. Mi piace molto l'idea di una società solida, capace di rinunciare a proposte irrinunciabili. Non tutti possono farlo. Siamo la seconda squadra più titolata d'Italia negli ultimi 10 anni e i budget sono imparagonabili. Giocare dieci finali in dieci anni è una cosa che tanta gente non considera. Chi fa questo mestiere lo sa: dietro una o due finali può esserci casualità. Dietro dieci no. Non mi piace fare il passo più lungo della gamba. So da dove siamo partiti. L'ha detto lei, adesso riconosciamo stipendi anche da 3 milioni. Prima era utopia. Ci tengo ad andare avanti su questa strada».
E' abituato a centrare acquisti, per due anni di fila ha pensato a Wesley per l'attacco, non l'ha mai preso.
«E' stata una questione tecnica. Programmo il mercato molto prima che inizi. Il suo acquisto era previsto sempre in caso di uscita di Caicedo».
A proposito, Caicedo rinnova? Siamo sicuri?
«Ha accettato, a giorni firmerà».
Per Vavro due panchine di fila.
«E' successo a tanti giocatori nuovi, l'inserimento è graduale. Giocare il derby era un rischio. E' normale che ci sia rimasto male, giocherà tante partite importanti».
Badelj non è stato sostituito. Cataldi è al rilancio, Berisha e Lukaku si riprenderanno?
«Abbiamo fatto le coppie. Milinkovic e Berisha, Luis Alberto e Cataldi, utile come mediano basso e mezzala. Poi Leiva e Parolo, come settimo centrocampista Anderson. Ci puntiamo molto, mi ricorda la storia di Luiz Felipe. Berisha era stato il miglior centrocampista dell'Europa League. Le caratteristiche della nuova Lazio sono molto più adatte a lui. Aggrediamo più alti, ha le qualità per farlo. L'ho visto nell'ultima partita con il Kosovo, è il Berisha che conoscevo. Anche Lukaku può essere di nuovo utile».
Se fosse partito Milinkovic chi sarebbe arrivato? Ora lo può dire.
«Yazici aveva le caratteristiche giuste, ma c'era anche un altro nome».
Sergej al top è il più forte centrocampista d'Europa?
«E' uno dei migliori al mondo».
De Ligt 65 milioni, Jovic al Real per 60. Milinkovic può valere 100 e più stando agli ultimi prezzi?
«Ci sono giocatori che hanno un mercato a parte».
Ciro si è sbloccato anche con l'Italia.
«Il gol di Ciro e la partita di Acerbi, due immagini molto belle. "Ace" è un esempio, è davvero un leone. Non molla mai, non avevo mai visto uno così. Mi rivedo in lui per la tenacia. Ho parlato con Ciro dopo la partita con l'Italia, ho rivisto il bomber che conosciamo tutti. Poteva andare altrove, ha deciso con il cuore. E nel mio cuore ha un posto speciale».
E' Correa il top player del futuro?
«Giocatore raro, ragazzo eccezionale. Ha un potenziale indescrivibile. Ad Auronzo gli ho detto "mi auguro sia il tuo anno". Ha aggiunto il gol e la maturità del top player al talento. Se sarà ancora più prolifico diventerà un grandissimo».
Avete tenuto tutti e li blinderete ancora di più.
«Correa firmerà a breve. Milinkovic ha un contratto importante, verrà allungato di un anno, con gli equilibri giusti. Non devono essere stravolti, sono piccole cose che fanno la differenza. Luis Alberto? La sua considerazione è alta, ci vedremo al momento opportuno».
E' saltato il baby difensore Pavlovic, è arrivato il baby attaccante Moro, prim'ancora il difensore Cipriano. Sono le nuove scommesse.
«Pavlovic non è detto che non ridiventi un obiettivo in futuro. Lo sa lui, lo sa il Partizan. Moro ha caratteristiche importanti, in Spagna è molto considerato. L'ho visto nei primi allenamenti, è di grande prospettiva. Senza sembrare pazzo, e fuori da ogni logica, dico che ha un baricentro alla Messi. Sono curioso di vedere la crescita di Cipriano».
Neto e Jordao al Wolverhampton per 27,5 milioni. Un capolavoro l'acquisto o la cessione?
«Io dico che tutti e due faranno una grande carriera, lo vedrete».
Ventiquattro posti in lista Uefa, uno in meno. Murgia sarebbe stato utile per comporla.
«Alessandro fa parte di quei ragazzi, come Palombi, Lombardi e Filippini, che hanno vinto tanto con la Primavera e a cui io e Inzaghi siamo legati. I giovani devono essere bravi a pazientare. Cataldi ha fatto un percorso tra mille difficoltà, sono contento che abbia rinnovato. Fuori lista c'è Anderson anche perché Marusic è squalificato 3 turni, serviva uno a destra».
Avete creato una Lazio più aggressiva per fare paura, per andare a prendervi la Champions.
«Non dobbiamo porci limiti. La qualità è molto alta. Dobbiamo essere capaci di imporre il gioco, aggredendo alti, con gli equilibri giusti, sempre fondamentali, si può fare la differenza. Riconquistando palla possiamo fare male a chiunque. Le prime gare l'hanno detto».
L'ottavo posto grida vendetta.
«Era l'anno più facile per raggiungere la Champions. Ci sono blackout inspiegabili, è lo scatto che manca».
Nel 2013 parlò di modello "Borussia Dortmund". Siamo nel 2019, oggi cosa dice?
«Cinque anni fa era utopia pensare di mettere premi scudetto nei contratti, cinque anni dopo lo scudetto è un pensiero che ci passa per la mente attraverso la crescita logica di questo gruppo. Ci deve motivare l'esempio del Leicester».
E' mai stato vicino ad un altro Klose?
«E' Leiva. Un leader, una grandissima sorpresa anche per me. Sapevo che era forte, non sapevo quanto lo fosse fuori dal campo. Gli stessi Parolo, Radu e Lulic sono persone di riferimento».
Pole scudetto e Champions: chi vede in prima fila?
«La Juve è la Juve. L'Inter, con Conte, ha aumentato la consapevolezza da outsider. Il Milan ha investito, l'Atalanta non è da sottovalutare. Napoli e Inter stanno dietro la Juve e le dico una cosa».
Cosa?
«Mi piacerebbe che fossimo dentro a quest'ultima mischia, sono consapevole che possiamo giocarcela con tutti».
Qual è l'acquisto che l'ha sorpresa di più?
«De Ligt ha grandissime potenzialità. Se avrà la pazienza di imparare diventerà il più forte del mondo».
E' stato il primo week-end senza mercato, come l'ha vissuto?
«In famiglia, con i miei figli. Difendo i nostri momenti con molta gelosia. E' la parte più bella della mia vita».
Quante partite vede al giorno?
«Studio lo sviluppo di altre nazioni, di altri campionati, aspetti tecnici e gestionali. Settimanalmente faccio un report di tutte le cose che seguo, scrivo appunti su campionati, squadre e giocatori. Da ottobre pianifico il futuro».
Nuovo look, meno chili, un po' di barba, physique du rôle. Una volta ha detto "per la Lazio ho rischiato la vita", era l'anno della Champions con Pioli. Oggi come vive, Tare?
«Esperienze simili ti fanno capire come funziona la vita. Ho imparato a vivere lo stress diversamente, dedico momenti a me stesso, alla salute e alla famiglia. Curo l'alimentazione, faccio attività fisica ogni giorno, pratico la meditazione, aiuta».
Parla sei lingue, i giocatori le danno del tu, lingua universale.
«Mi piace che mi chiamino per nome. Non devi avere un rapporto distaccato».
Accusa: Tare è ingombrante nello spogliatoio.
«Negli anni si riflette di più. All'inizio ero molto emotivo, ero ancora giocatore, vivo le cose diversamente. Ma poi capita, come l'anno scorso, qualche reazione istintiva. Fa parte di me (risata, ndi)».
Tifosi, allenatori, giocatori, giornalisti, manager, colleghi. Con chi ha litigato di più in questi anni?
«Con i giornalisti, tutti i giorni, e lei è uno di questi (risata, ndi)».
Qual è il colpo che non ripeterebbe?
«Postiga. Non avevamo la possibilità di fargli effettuare le visite, ci fidammo del Valencia, era rotto».
Grandi colpi, anche flop. Vogliamo ricordare Kakuta?
«Lo rifarei. E cito Saha, preso a febbraio per l'infortunio di Klose. E' diventato un pretesto per criticare».
Qual è il prossimo colpo?
«E' il gruppo, si fidi. E' la migliore squadra che abbiamo mai avuto. Lo dico per il lavoro svolto, per come si è preparata, per l'idea, il coinvolgimento, le energie, c'è tutto. Lo dissi ad Auronzo, ne sono più sicuro adesso».
Sa già cosa farà a gennaio?
«Non è un mercato utile, spero di non dover riparare nulla».
Domanda interessata: i procuratori avranno sempre l'obbligo del silenzio?
«E' questione di dinamiche, di prezzi. Sono chiaro: se escono notizie è difficile lavorare assieme».
Con quanti ha rotto?
«Parecchi...».
Ne sono rimasti pochi.
«Pochi no, ma giusti».
E noi giornalisti quanto siamo "rompi"?
«Da 1 a 10 dico 100. Ma questo non lo scriva».