Allora, in un'epoca in cui il n. 2 avversario ti si appiccicava alla chiappe pensando solo a menarti, mentre il 5 poteva tranquillamente entrarti di gamba-ginocchio da dietro 10 volte a partita senza avere conseguenze disciplinari, la capacità di Paolino Rossi di materializzarsi dal nulla e fare gol mi rimane nella memoria come una caratteristica del tutto nuova. Era rapido nello scatto, ma meno di altri; era veloce con la palla al piede, ma poi non così tanto. Aveva tecnica e dribbling, ma lo stretto indispensabile. E non aveva la forza fisica bestiale di Pippo Inzaghi, che ti faceva 60 scatti senza palla a partita, resisteva a qualsiasi carica e prima o poi ti si inchiappettava. Eppure, Paolo Rossi metteva in crisi qualunque difensore e qualsiasi difesa. Per me, giocatore gigantesco, la cui crescita - attenzione - è stata interrotta sul più bello.
Ma Bruno, Bruno era proprio un'altra cosa. Un giocatore di livello assoluto, campione totale, al Cruijff, alla Romario, alla Van Basten. Bellezza del gesto, dominio del repertorio tecnico, l'impossibile per lui era routine.
Sul più bello, anche per lui è calato il buio. Non è stato più lo stesso dopo la squalifica. E il terribile infortunio gli tolse quella potenza devastante che lo caratterizzava nello scatto e nel tiro. Alla fine, rese il 50% delle sue possibilità.
Quella partita contro la Juve segnó, a suo modo, un'epoca: la Royal Merda presa a calci in culo. Una cosa incredibile, inaudita. Intorno a Bruno avremmo potuto costruire qualcosa di importante. Ma i tempi non era giusti e Brunetto, Brunetto... troppe cattive amicizie, troppe ingenuità, troppa solitudine. Quante cazzate che ha fatto, nella vita, nella famiglia, nello sport. Un disastro. Avesse avuto vicino due mastini come Tare e Lotito sarebbe diventato il più grande giocatore italiano del dopoguerra, ai livello di Gigi Riva e Baggio, tanto per intenderci.