Vertice notturno dopo il ko umiliante con l'Udinese. Il tecnico per ora non rischia, ma il suo futuro torna in discussione Intanto Pallotta cerca nuovi soci per portare avanti il business dello stadio
POLVERIERA ROMA
CRAC INEVITABILE (Corriere dello Sport, 4 Luglio 2020)
Incertezza societaria (sondaggio del magnate dei Miami Heat) e l'equivoco della preparazione
di Guido D'Ubaldo
ROMA
La Roma è una polveriera, la sconfitta contro l'Udinese ha aperto la crisi. Pallotta è molto arrabbiato, ma aspetta la partita di Napoli prima di prendere decisioni. Che in questo momento non riguarderanno la panchina. La gestione della squadra dopo la sosta ha visto crollare le quotazioni di Fonseca, la cui conferma per la prossima stagione a questo punto è a rischio, nonostante un altro anno di contratto. Una sostituzione in corsa era stata presa in esame giovedì notte, ma non è praticabile, non ci sono profili giusti per cambiare ancora durante la stagione, come Pallotta ha fatto spesso in passato, con Zeman, Garcia e Di Francesco. Il presidente ha capito che è meglio aspettare, anche perché ripone fiducia in Fonseca per l'Europa League, avendo il portoghese una buona esperienza in campo internazionale.
GLI EQUIVOCI. La situazione è diventata pesante, affiorano tutti gli equivoci di questa gestione che si avvia a diventare fallimentare. La Roma è ostaggio di Pallotta e Baldini. Sono stati perpetrati degli errori che hanno portato al punto più basso della presidenza americana, la quale in nove anni non ha vinto un titolo. La Roma ha mostrato evidenti lacune sul piano della condizione atletica, da due anni è la squadra con il maggior numero di infortuni. Sono cambiati tanti preparatori atletici, ma tutti devono relazionarsi con Ed Lippie, il personal trainer di Pallotta, che prima di essere mandato a Roma non aveva mai allenato un calciatore. Ancora oggi che non è più in organico è rimasto come consulente, viene a Roma saltuariamente, ma deve essere lui ad avallare i programmi di lavoro, tutti i preparatori atletici si sentono delegittimati. Baldini continua a essere il consigliere ombra di Pallotta, negli anni ha tolto autorevolezza ai direttori sportivi che lui stesso ha indicato, da Monchi a Petrachi. Ora si occuperà di una campagna acquisti che decreterà il ridimensionamento della Roma.
LO STADIO. In questo clima di incertezza il nuovo stadio di proprietà rappresenta l'ultima ancora di salvezza per Pallotta. Il presidente non vuole mollare e spera che a breve ci sia il via libera definitivo per fare entrare nuovi soci interessati al business dello stadio. L'approvazione della convenzione si avvicina, tutti aspettano che la Raggi dia un'accelerazione. Lunedì si riunisce in Campidoglio la maggioranza del Movimento 5 Stelle per discutere del progetto di Tor di Valle. Il meeting è stato voluto dalla stessa Raggi, che incontrerà i consiglieri di maggioranza per esaminare la due diligence svolta sul dossier dopo l'inchiesta della procura di Roma. Ma per arrivare al voto della convenzione in aula ci sarà da aspettare, anche se la Raggi vorrebbe fare di Tor di Valle il cavallo di battaglia in vista delle elezioni. Bisogna tenere presente che oggi al tifoso medio interessa poco se Pallotta riuscirà ad avere lo stadio.
sondaggi da miami. Ci sono altri imprenditori interessati, ma nessuno finora va oltre qualche sondaggio. E' il caso di un gruppo di investitori di Miami, che si è avvicinato al club giallorosso. A capo della cordata c'è Micky Arison, 71 anni, nato a Tel Aviv ma naturalizzato americano e proprietario dei Miami Heat di basket. Arison è il presidente della Carnival Corporation, una delle più grandi compagnie di navi da crociera al mondo. Il suo patrimonio è di 5.8 miliardi di dollari e Forbes lo inserisce al 357esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi al mondo. E' appassionato di calcio ed è molto amico di Beckham. Ma siamo ai primi contatti. Solo quando arriverà la richiesta di documenti la trattativa entrerà nel vivo. A quel punto era arrivato solo Friedkin, che può ancora chiudere l'operazione perché conosce già i numeri e ha studiato i bilanci della Roma, altri dovranno ricominciare daccapo. Jim ha tempo per completare l'aumento di capitale e aspetta qualcuno che possa rilevare la società, che ha brand, storia. Per questo non vuole farsi prendere per il collo. Se non arriva l'offerta giusta Pallotta non vuole cedere. Ha investito nella Roma e fortunatamente per lui è lontano, non avverte la pressione.
Dietro le quinte - Ascesa e declino dell'allenatore
Alchimie, tensioni e lockdown Fonseca ora è chiuso all'angolo (Corriere dello Sport, 4 Luglio 2020)
Non è mai riuscito a imporre il suo gioco, anche per mancanza di uomini adatti. E la squadra è uscita sulle ginocchia dallo stop
di Marco Evangelisti
ROMA
Figlio della guerra, partito per un ideale, Paulo Fonseca si sta lavorando nel petto le emozioni gorgoglianti di un eroe romantico alle prese con eventi di colpo sproporzionati alle sue previsioni, alle sue risorse, fors'anche alle sue qualità. Ne ha viste di cose, quando era bambino e il padre prestava servizio militare in un Mozambico molto più che inquieto, ma quelle probabilmente non se le ricorda. E quando in Ucraina la tensione politica lo costringeva al pendolarismo con tutto lo Shakhtar Donetsk dopo che i bombardamenti erano arrivati talmente vicino da incendiare, letteralmente, le sedie degli uffici.
Allorché è partito per l'ideale romano, fornito di un bel contratto biennale che di netto contando i bonus non va lontano dai tre milioni a stagione, pensava a un'altra vita e in effetti, ora non esageriamo, l'ha trovata, persino serena fino all'approdo del 2020 con le sue apocalissi tascabili. La Roma non ha avuto neppure bisogno dell'epidemia e dei suoi danni collaterali per alimentargli l'angoscia. Nell'anno che è venuto sono arrivate 7 delle 9 sconfitte complessive in campionato, più la defenestrazione dalla Coppa Italia eseguita dalla Juventus. Dopo l'uscita dal blocco dell'attività, tre partite e due sconfitte che avrebbero potuto essere tutte se davanti alla Sampdoria non fosse calato sul palcoscenico Edin Dzeko. Infatti il centravanti nelle due gare successive è stato una volta sostituito e un'altra mandato in panchina.
Si sa che quando James Pallotta, fino a firma contraria proprietario della Roma, comincia a usare la parola nauseato gli allenatori cadono come le mele di Newton. Con tutti i problemi di contratti da onorare o penali da pagare e nuovi tecnici da rintracciare che questo comporta. Fonseca sembra al sicuro, eppure la tesi diffusa è che sia diventato, o possa diventare da domani quando la Roma andrà a Napoli con una voglia di esprimersi paragonabile a quella di un'alga marina, il capro espiatorio di una società che lo ha mandato in missione al comando di una pattuglia di riservisti impauriti. Dopo aver accuratamente ceduto tutti o quasi tutti i soldati scelti.
Questo non è completamente falso, ovvio. Però non si può trascurare quanto di concreto c'è nelle perplessità che il club Roma comincia a nutrire nei riguardi dell'opera di Fonseca. La principale riguarda l'assenza, o meglio la perdita rapida, di qualsiasi identità di gioco. Se qualcuno riesce a individuare una logica in ciò che la Roma tenta di fare in campo è bravo. Fonseca aveva cominciato la stagione infoltendo la fascia centrale del campo e lasciando spazio sui lati ai terzini. Facendo i conti ben presto con l'assenza dei medesimi a destra e l'evanescenza di Kolarov e Spinazzola a sinistra.
Rigido nel far rispettare la regola del pallone lavorato dal basso, Fonseca si è poi reso conto che allo Shakhtar aveva difensori centrali adatti allo scopo e a centrocampo Fred, Bernard, Taison, Marlos. A Roma ha scoperto i talenti di Mancini e non a caso, per mancanza di avversari, continua a giocare Diawara, guarito a forza da un infortunio che di solito va operato e comunque oggi in stato di autoipnosi. Quindi il portoghese ha cominciato a inventarsi cose che raramente hanno funzionato, tipo Ünder a sinistra con l'Udinese, Kolarov fuori, Dzeko a rate. Giusto dire che ai giocatori Fonseca piace molto, per competenza e linguaggio. Almeno, piaceva fino al lockdown. Del seguito non abbiamo certezze, ma certo i piedi molli visti giovedì sera non erano quelli di una squadra pronta a dare i calli per il proprio allenatore. A proposito, qui s'innesta il terzo punto interrogativo che fluttua sulle teste dei dirigenti. Ma che cosa hanno fatto e come sono stati guidati i giocatori durante la sosta forzata? Fonseca risponde che in fondo solo l'Atalanta in questo momento corre più della Roma e allora i punti interrogativi diventano pericolosamente esclamativi.
il commento
Il rosso della vergogna (Corriere dello Sport, 4 Luglio 2020)
di Giancarlo Dotto
Me la sono riguardata il giorno dopo perché ho dubitato dei miei occhi. E anche di quelli di Jim Pallotta. Che, dal suo non so dove, aveva mollato l'epitaffio: "Partita vergognosa!". Eh no, Pallotta. Troppo facile. Fa pensare a quei tumulti di piazza dove il primo a urlare l'esecrazione per un disastro appena avvenuto è sempre il colpevole. No, presidente, non le viene mai facile fare la scelta giusta quando si tratta di Roma. E questa volta la scelta giusta era il silenzio.
È da un pezzo che il rosso della vergogna tinge i muri di Trigoria. Qui, da giovedì sera, siamo oltre la vergogna. Roma-Udinese. Me la sono riguardata ieri da solo per riuscire a credere ai miei occhi. Ci sono horror movie che liquidano la loro "missione" nella superficie del racconto. Ti prendono alla gola, ti fanno rantolare sul divano, spruzzano un po' di sangue, una dozzina di vittime, e poi tutto finisce lì in qualche catartico finale. Due ore dopo non ti ricordi più nemmeno la faccia dell'assassino. Nella trama di questa Roma, della Roma che si è consegnata a Lasagna e compagni, c'è qualcosa che turba ben al di là delle apparenze. E non c'è traccia di un possibile finale catartico. E non c'entra Lasagna, non c'entrano i tifosi assenti, non c'entra il Perotti furioso. C'entra la clamorosa, non più sopportabile assenza di una società. Nelle lucertole dalla testa mozzata, la coda continua ad agitarsi per un qualche tempo, prima di spegnersi o di finire nelle fauci di un gatto. La coda della Roma non si muove più. Nemmeno il gatto la vuole. È l'inerzia. La spina staccata. Il non credere più nemmeno alla possibilità di essere vivi.
In questa tela, invasa dall'acido dei cattivi pensieri prima ancora che dei cattivi risultati, nessuno è più nemmeno la brutta copia di se stesso. Quello non è Paulo Fonseca, ma la sua sbigottita controfigura. Quelli non sono Perotti, Fazio, Kolarov, quello non è Cristante. Quello non è Ünder. Dzeko è talmente enorme che manda bagliori anche dalla deriva. L'acido ha talmente intossicato i corpi che ognuno ha mandato in campo giovedì sera la versione "malata" di sé. E, quando non sono intossicati, sono precari. Puoi recitare quanto vuoi la giaculatoria del "noi siamo professionisti" o del "dobbiamo tirar fuori le palle". Quando sai di essere nel guado di una città fantasma, inevitabile pensare alla propria casa che brucia e immaginarne una migliore. La Roma di giovedì sera non ha la minima chance di qualificarsi nemmeno per l'Europa League.
Due parole alias certezze filtrano da tante macerie. Vengono dal passato per spiegare il non più sostenibile presente. La prima ha un nome e un cognome, Walter Sabatini. Risulta chiaro ormai anche ai chiodi di Trigoria che le funamboliche imprese del Bucaniere cacciatore di uomini e d'aria hanno tenuto in vita l'impossibile scommessa di una società condannata ogni anno a vendere i suoi pezzi migliori e allo stesso tempo capace di battersi con la strapotenza Juventus. L'altra parola chiave è "discredito". La Roma dell'era Pallotta è la tela di Francisco Goya al museo del Prado, Saturno che divora i suoi figli. Direttori sportivi, dirigenti, responsabili sanitari, allenatori e giocatori, scelti, osannati e poi puntualmente scaricati come fazzoletti da naso, senza nemmeno l'onore delle buone maniere. Da quando ha scaricato il Bucaniere, la Roma è una lupa zoppa, un tavolo sbilenco, il cerchio che non fa più la quadra. Pallotta e Baldini sempre più avvinti di qua e la Roma con i suoi tifosi sempre più smarriti di là: due mondi ormai inconciliabili protesi solo a liberarsi l'uno dell'altro. Che facciano in fretta. L'agonia non può durare più a lungo. La data di scadenza superata da mesi. Giovedì sera, all'Olimpico, l'odore era già quello delle cose andate a male.