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TERZA ONDATA
Aggiornamento 23 aprile 2021
quanto è ragionato, questo rischio che ci stiamo per prendere da lunedì?
Cominciamo con una piccola rivoluzione nella struttura del grafico che ci accompagna da mesi, per leggere meglio le variazioni: ora il riferimento sono i nuovi casi settimanali ogni centomila abitanti (la linea verde), cioè l'incidenza usata anche nelle scelte per l'assegnamento dei colori alle regioni. 250 casi ogni centomila è la soglia per assegnare automaticamente la zona rossa.
Inoltre il grafico ritorna in scala logaritmica, per leggere meglio salite e discese. Si nota immediatamente l'esplosione di ottobre, quando in tanti cercammo inutilmente di avvisare che stava per arrivare l'uragano. Come si intuisce dal grafico, se le misure fossero state prese il 15 ottobre invece che ai primi di novembre, avremmo avuto un quarto dei morti nella seconda ondata, vuol dire che decine di migliaia di vite si potevano risparmiare anticipando misure che erano inevitabili e sono arrivate solo 20 giorni dopo.
A rivederlo adesso forse potete capire perché il 15 ottobre e i giorni successivi ero così macabro e adirato: era disperazione rispetto a ciò che era evidente ma nessuno, in primis il governo, ascoltava.
Ospedalizzati (arancione), terapie intensive (rosso) e decessi settimanali (nero) sono traslati temporalmente e normalizzati per allinearli ai nuovi casi. Il ritardo è di 4 giorni per gli ospedalizzati, 5 giorni per le TI e 12 giorni per i decessi. Il rapporto è di 7 per gli ospedalizzati, 70 per le terapie intensive e 50 sui decessi: vuol dire che mediamente ogni 7 positivi individuati uno necessita di cure in ospedale, ogni 10 ricoverati uno finisce in terapia intensiva e ogni 100 positivi, due muoiono.
Le curve dei nuovi contagi e quella dei ricoverati si sono distaccate da tempo (dal picco della seconda ondata) perché negli ospedalizzati e TI c'è un effetto 'accumulo': chi necessita di cure lo può richiedere per lungo tempo e quindi si accumula ai nuovi ingressi. La curva dei decessi, che seguiva regolarmente quella degli ospedalizzati, si è invece progressivamente distaccata da questi a partire da fine gennaio, come abbiamo descr più volte, per effetto dei vaccini alle categorie più fragili che hanno progressivamente ridotto la letalità (ma non il rischio di finire in TI, che riguarda prevalentemente categorie non ancora vaccinate).
Dalla differenza tra le due curve la letalità attuale risulta ridotta di circa il 30%, che coincide con la previsione che si poteva trarre in base ai vaccinati di un mese fa. Dagli attuali vaccinati si può stimare invece che tra un mese la letalità sarà ridotta del 50-60% (Francesco Luchetta analizza bene questo punto).
Ma attenzione: una letalità ridotta del 50% non vuol dire che tra un mese avremo la metà dei morti di oggi. Vuol dire che invece di due decessi ogni cento positivi, ne avremo uno ogni cento. Quindi se nel frattempo i nuovi casi saranno diminuiti, avremo meno della metà dei decessi odierni. Ma se nel frattempo i nuovi casi saranno raddoppiati, avremo lo stesso identico numero di morti di oggi.
Quindi si torna alla domanda di partenza: cosa ci dicono le curve odierne e cosa ci dobbiamo aspettare dopo la riapertura?
Primo: i contagi continuano a scendere, ma è evidente che la discesa ha rallentato, probabilmente per l'apertura delle scuole primarie post Pasqua, i cui effetti vediamo oggi. Quindi il tasso di trasmissione è ancora sotto a 1, ma sicuramente superiore allo 0.8 stimato dal CTS in base ai dati delle settimane scorse. Probabilmente lo stato attuale di aperture è il massimo che ci possiamo permettere se vogliamo mantenere la curva in leggera discesa. Quindi, da lunedì i contagi cominceranno a risalire (e lo si vedrà a partire dal 3-4 maggio).
Potremmo forse permetterci di far risalire i contagi, se intanto i vaccinati assicurassero un crollo di letalità e dei casi gravi nel mese successivo. Ma come abbiamo visto, quello che ci possiamo aspettare è un calo del 50% sulla letalità e poco o nulla sulle terapie intensive, fino a che non avremo vaccinato anche gli over 50 sani, cioè coloro che prevalentemente finiscono in TI.
Nel frattempo l'occupazione delle terapie intensive scende ma è ancora altissima, oltre il 30% in tante regioni tra cui ER. Possiamo permetterci di riempirle nuovamente? E quando potremo tornare a curare i pazienti normali, se continuiamo a produrre malati covid?
Vogliamo sperare nel caldo? L'anno scorso fui tra i primi ad avvisare che l'estate ci avrebbe aiutato, lo si notava nei dati di tutti i paesi dell'emisfero sud. Ma non è il caldo ad agire, quanto l'insolazione e lo stare all'aria aperta. Il picco da questo punto di vista lo avremo nella seconda metà di giugno, non ora.
Insomma, ci stiamo infilando in un cul de sac. Non credo proprio che avremo una esplosione improvvisa tipo quella drammatica che sta avvenendo in India, ma nel migliore dei casi avremo un altro mese di situazione difficile negli ospedali e probabili tentativi di recuperare l'errore, mentre aspettando solo altre due settimane saremmo arrivati a una situazione discreta per riaperture definitive.
Come sempre il punto non è tanto quanto chiudi o quanto apri, ma QUANDO lo fai.