Campillo, lei fa miracoli?
«Uscire dal tunnel è un cammino duro. Il merito è del ragazzo, dello sforzo che ha fatto per arrivare dov'è ora. Il primo contatto risaliva ai tempi di Liverpool, ci siamo risentiti nel marzo scorso, abbiamo proseguito il lavoro sentendoci al telefono, tramite Skype e videochiamate. E' andato prima agli allenamenti, ha riguardato le partite. Ha lavorato sulla concentrazione e sul rilassamento».
Cos'aveva Luis Alberto? Perché si era perso?
«Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all'interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero».
A tal punto da pensare di lasciare il calcio?
«Era spaesato, era molto vicino al ritiro, non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all'altezza. E' un sintomo abbastanza comune, si percepisce quando vedi tutto nero, ti convinci di non saper fare ciò che sai fare. La difficoltà sta nel farti capire che puoi raggiungere il tuo obiettivo».
Qual è stata la svolta?
«Quando ci siamo rivisti abbiamo prefissato due obiettivi. Il primo: diventare titolare nella Lazio e nel finale dello scorso campionato Luis Alberto ha giocato alcune volte da titolare. Mi ha chiamato il 4 luglio, pochi giorni prima del ritiro precampionato. Il secondo obiettivo l'avrebbe portato a diventare importante per la squadra e posso dire che lo stiamo raggiungendo».corriere dello sport
Il mental coach.
Ognuno può farsi una idea.
La narrativa.