Un monastero nella Ciuvascia
A proposito di clero: un giornalista francese mi ha dato il contatto di un vandeano fattosi sacerdote ortodosso, «una personalità forte, vedrai». Lo chiamo via WhatsApp, ci possiamo incontrare? Risponde sì, certo, se per lei non è troppo fuori mano, sono nella Ciuvascia. Ah. La Ciuvascia. Da Mosca sono 600 chilometri. Inizia subito a espormi l'itinerario nei dettagli: una notte di treno partendo dalla stazione di Kazanskij, un cambio all'alba, poi la vengo a prendere io, può rimanere tutto il tempo che vuole, è piacevole, vedrà. Passiamo in modalità videochiamata, ne valeva la pena, perché padre Vasilij, sulla sessantina, barba intonsa, sguardo malizioso, ha una mente di tutto rispetto. Gli dico che in questi giorni ho delle faccende da sbrigare a Mosca, ma che prendo in considerazione l'invito. «Quando vuole», risponde, e nei giorni successivi questa è un'idea che mi conforta.
Di volta in volta circolano voci che preannunciano la legge marziale, la catastrofica evacuazione di tutti gli stranieri, il French bashing per strada, l'ambasciata accerchiata come a Saigon, la chiusura dell'intero spazio aereo, l'esplosione di una centrale nucleare, l'assassinio di Zelensky per mano dei mercenari della Wagner e infine Putin che, stando così le cose, preme il pulsante, ma io continuo a ripetermi che «se dovesse mettersi davvero male» prendo il treno alla stazione di Kazanskij e vado ad aspettare la fine del mondo nella Ciuvascia, nel bucolico ritiro di padre Vasilij. Per scrivere un libro non c'è niente di meglio, credo. Ma non è successo, da un lato perché al momento la fine del mondo non è arrivata, o non ancora, ma soprattutto perché ho avuto una seconda conversazione con padre Vasilij che mi ha raggelato, con la sua aria da bonaccione mi ha fatto un discorsetto sui nazisti che governano l'Ucraina – occhio però, che mica tutti gli ucraini sono nazisti, ce ne sono anche di bravi – e sulla sensatezza dell'Armata russa che ha cura di risparmiare i civili. Che Iddio la protegga, e con lei Vladimir Vladimirovic.
In una chiesa della Piazza Rossa. Mosca, 4 marzo 2022
La gente gente
Un'amica parigina, al telefono: «ma la gente? Non gli intellettuali come me e te, ma la gente gente. È del tutto disinformata? È a favore della guerra? Sta con Putin?.» Difficile rispondere. La gente gente è sempre un'incognita. Un altro dei miei amici, italiano, un giorno, ridendo, mi ha detto: «il mio Paese è stato governato dieci anni da Berlusconi e non ho mai conosciuto nessuno che votasse per Berlusconi». A dire la verità io, di putiniani, ne conosco, ma sono più che altro francesi espatriati, non russi. I russi che ho incontrato in questi giorni sono proprio come li ho descritti, e se la loro sorte mi provoca un turbamento così profondo è perché mi somigliano. Ciò che stanno provando Masha, Lionia e i loro amici è esattamente ciò che proveremmo io e i miei amici se una tale catastrofe accadesse in Francia. Qui, in dieci giorni, ho dovuto prendere una ventina di taxi; a Mosca preferisco la metro, è la più bella del mondo, ma su un taxi si parla con più tranquillità alla gente gente, e quindi ecco il risultato del mio sondaggio, tenuto conto del mio orribile russo. All'incirca un terzo dei tassisti si è rifiutato di rispondere – soprattutto all'inizio, quando usavo il termine vojna, guerra, senza sapere che anche solo a sentirlo pronunciare rischiavi di finire in galera. Un altro terzo non ha rifiutato di parlarne, però mi detto che sono tutte sciocchezze. «Guerra? Quale guerra? Guardi che bel tempo, la gente gira all'aria aperta, passeggia, si diverte, fa shopping, ma lei lo sa cos'è una guerra, ha mai sentito parlare di Stalingrado?». In una parola: normal'no, che in russo significa «tutto benissimo, grazie». In senso più esteso: tutto ok, tutto sotto controllo, chi deve gestire fa il suo mestiere, gestisce, sa quel che fa, e tu circola, avanti, circola. Normal'no. L'ultimo terzo, un terzo cospicuo, a dire il vero: quelli che come il saggio padre Vasilij partono in tromba con il genocidio dei russi nel Donbass, con i nazisti che bisogna sradicare, con Putin che fa del suo meglio per salvare il mondo.
Emmanuel Carrère nella stazione Kievscaya della metropolitana
Per maggiore accuratezza sono andato a trovare Valerij Fjodorov, che dirige uno dei tre principali istituti di sondaggi di opinione russi. Il suo è finanziato dal governo, si affretta a precisare, come se non volesse prendermi alla sprovvista, ma l'istituto Levada, più indipendente, non ha ancora fornito i suoi dati, e in seguito avrò modo di verificare che tra l'uno e l'altro le cifre differiscono solamente di due o tre centesimi. Su un campione di 1600 persone intervistate al telefono, le conclusioni sono queste: a favore della guerra, il 68 per cento; contro la guerra, il 22 per cento. I dati, poco incoraggianti, corretti poi dalle variazioni stagionali: il numero di persone favorevoli alla guerra, dall'inizio della settimana, è in leggero ma costante aumento, mentre sono in simmetrico calo i contrari. I «pro-guerra» sono, c'era da immaginarselo, più anziani, in maggioranza maschi, più poveri, meno istruiti, meno urbanizzati, informati dalla televisione; gli «anti-guerra» invece, più giovani, più donne, più urbanizzati, più ricchi, più istruiti, s'informano sui social. Loro e noi: per averne conferma non c'era necessità di Valerij Fjodorov, tuttavia lui ha aggiunto un paio di cose interessanti. La prima è che, a parte una percentuale relativamente esigua di esagitati – meno del 20 per cento – i «pro-guerra» non si definiscono affatto «pro-guerra».
Loro non vogliono la guerra, nessuno dotato di buonsenso può volere la guerra. È solo che ritengono che sia l'Ucraina, con il sostegno dell'Occidente, a fare da otto anni una guerra spietata alla Russia. Mentre gli «anti-guerra» pensano che Putin, la settimana scorsa, abbia iniziato la guerra (cosa che, se fosse vera, si avrebbe tutto il diritto di rimproverargli), i «pro-guerra», al contrario, sanno che lui si sta impegnando per porvi fine (e chi può essere così scriteriato da lamentarsene?). L'altra nota interessante riguarda le sanzioni. La gente che conosco trova terribile il grande salto all'indietro appena iniziato, che ha molte possibilità di durare diversi anni, decine di anni (ancora una volta, guardate all'Iran, guardate all'Iraq). Ma il paradosso che, per ironia della sorte, dà ragione a Putin, è che le sanzioni colpiranno gli amici dell'Occidente, non i suoi. Sono le persone come noi, gli «anti-guerra», gli «anti-Putin», ad andare in malora, intrappolati in un mondo senza Apple, senza Netflix, senza camembert, senza viaggi all'estero. Ma la Russia di base? La gente gente, come dice la mia cara amica? Cosa può fregargliene al popolo che non si possa girare in Jaguar, bere Dom Pérignon, sciare a Courchevel? Non è mai andato all'estero, il popolo, non ha mai messo il naso fuori dalla sua oblast'; il 70 per cento dei russi non ha il passaporto e a malapena sa che esiste. Che esiste Putin, invece, sì che lo sa, e sa che lui vuole bene al popolo. Come mi ha detto un tassista particolarmente gioviale, mentre mi riportava a casa dopo l'appuntamento con il direttore dell'istituto di sondaggi: «Non sarà per niente male ritrovarsi tutti insieme, tutti uguali, come prima, al calduccio, vo dnié!» (vo dnié vuol dire «nella stessa tana»).
Leggenda urbana?
Questa storia mi è stata raccontata due volte, con leggere variazioni, e non so se le aggiungano o le tolgano credibilità. Una ragazza cammina sola per strada portando un cartello che dice «Nié molcitié», non restate zitti. Ne ho incrociate parecchie, sono ragazze, soprattutto ragazze, a fare questa cosa incredibilmente coraggiosa: uno non resiste così nemmeno cinque minuti, ti arrestano prima, e poi ti condannano a una pena che aumenta di giorno in giorno. Un tipo giovane, con la testa rapata, si avvicina alla ragazza e le dice: «Cos'è che fai? – Lo vedi, no? E lui: Hai ragione. Io sono un neonazista e questa guerra non la voglio, e i miei amici neonazisti, nemmeno. Lei: Io sono ebrea. – Io, neonazista. Siamo tutti e due d'accordo, allora». Si abbracciano. Lei si allontana con il suo cartello, dritta filata verso il carcere, l'ha già messo in conto. Lui la chiama di nuovo, lei si gira, lui le fa il saluto nazista, alla Hitler. Lei gli sorride. (Che la storia sia vera o no, che il ragazzo fosse davvero un neonazista o che se ne sia solo vantato, siamo in una situazione in cui dichiararsi nazisti diventa un atto di ribellione e di difesa della libertà. Zelensky e i suoi sono nazisti? Ok, anch'io, allora. Questo è un paese di matti e quel che sta succedendo è roba da matti.)
Una veduta dall'alto della Piazza Rossa. 4 marzo 2022
Le assistenti di volo
Quando leggerete questo articolo, ammesso che siate ancora lì per poterlo leggere, un video allucinante sarà diventato virale, il mondo intero l'avrà commentato, dimenticato, sostituito con altri video virali, ma credetemi, il video di cui vi sto parlando è una profonda esperienza distopica, è un Black Mirror all'ennesima potenza, e l'ho scoperto all'alba di domenica 6 marzo, in un albergo di Mosca, questo video che mostra Vladimir Putin seduto a un tavolo con una delegazione di donne assistenti di volo mentre spiega loro a che punto è la guerra. Si è chiosato molto sulla solitudine di Putin. Sappiamo che non vede praticamente nessuno, che il Covid ha decuplicato le sue paranoie, che per essere ricevuti da lui qualche minuto bisogna prima isolarsi con i tipi dell'Fsb, il Servizio federale di sicurezza, stare 14 giorni in osservazione, e che le ultime apparizioni pubbliche hanno confermato questo suo stato di bunkerizzazione e di compartimento stagno. Il dialogo con Macron, seduti ognuno a un'estremità di un tavolo lungo 15 metri. Il monologo di 55 minuti che ha segnato il calcio d'inizio della guerra (scusate, dell'operazione speciale). La riunione del Consiglio di sicurezza, con la guardia personale che, appunto, si mantiene a parecchia distanza dalla sua persona, ognuno prudentemente collocato dietro il proprio leggio, ognuno che se la fa sotto dalla strizza, e quel terribile e portentoso momento in cui tutto piomba addosso a Naryshkin, il capo dei servizi d'intelligence esterni, che Putin si diverte a umiliare in diretta, sotto gli occhi dell'intero pianeta, e allora pensiamo che sta andando troppo oltre, che mostrandosi così sadico verso i collaboratori più fedeli apre la porta a ciò che, al momento, sembra l'unica speranza dell'umanità: la rivoluzione di palazzo, l'assassinio.
È completamente solo, pensiamo, è impazzito, e la cosa peggiore – se c'è mai fine al peggio – è che lui è ben consapevole di aver fatto un'enorme cazzata ma ormai è troppo tardi per tornare indietro, e allora tant'è, preme a tavoletta sull'acceleratore, dritto in bocca all'abisso, e noi insieme a lui, nessuno salterà giù dal treno. Questa versione shakespeariana, in netto contrasto con il cinismo calcolatore che a lungo abbiamo attribuito a Putin e che gli è valso tanti ammiratori, temo proprio sia vera, ma ciò che affascina, nell'incontro con le assistenti di volo, è lo zelo profuso a smentirla. Il tavolo è lungo quanto quello del colloquio con Macron, ma le assistenti di volo intorno a lui sono una ventina, attente e briose, tutta quella gente gomito a gomito, e lui rilassato, quasi nella parte dello zione, prende il tè insieme a loro. La prossima volta, immaginiamo, terrà sulle ginocchia dei bambini, come Stalin. In questa cornice, dice le cose senza peli sulla lingua ma non da paranoico bensì da tipo energico e schietto, che ama fare le cose fatte bene. Dice per esempio che se le sanzioni continueranno – iniziano ad avere effetto – saranno considerate una dichiarazione di guerra, e quindi non sarà più contro la sola Ucraina che la Russia, malgrado la pazienza portata, sarà in guerra, ma contro tutti i Paesi che sostengono l'Ucraina. Contro il nostro, la Francia, per esempio. Quel che dice è allucinante ma lo dice alle assistenti di volo usando un tono ragionevole, umano, e se già ci sembra spaventoso che la nostra sorte, di noi tutti, dipenda da un uomo che non ha scampo, di colpo ci chiediamo se non sia ancora più spaventoso che quell'uomo non abbia affatto l'aria di non avere scampo.
Il fermo di un manifestante. Mosca, 6 marzo 2022
La manifestazione
Lionia, che davvero si fida di me, su Telegram mi ha inserito nella chat di un gruppo che di ora in ora dà notizie del fronte «anti-guerra» e annuncia manifestazioni di massa per domenica 6 marzo alle 14.00, nel centro di tutte le grandi città russe. C'è la lista dei luoghi di convergenza, e a Mosca è piazza Manezhnaja, accanto al Cremlino. Visto che in tempi normali in Russia una manifestazione non può avere più di dieci partecipanti, visto che le autorità devono essere avvertite due settimane prima e visto che i tempi non sono per niente normali mi domando con un certo timore come si svolgerà. Risposta: come una passeggiata. Meno giovani di quanti mi aspettavo, nell'insieme; gruppi di famiglia, in alcuni casi; le persone fanno come se approfittassero di una fredda ma soleggiata domenica di primavera per passeggiare intorno al Cremlino. Formano un fiotto umano non troppo denso, non troppo organizzato, che filtra attraverso i bastioni delle Omon, le forze speciali di polizia, che reagiscono in modo aleatorio. Numerosissimi, numerosissimi davvero, gli agenti Omon; sono anche piuttosto nervosi, alcuni fanno cordone, altri pattugliano, ma si direbbe che nemmeno loro abbiano ricevuto ordini precisi. Chi manifesta incrocia o ne sorpassa un gruppo, e loro possono far finta di nulla, accettare che tu stia piacevolmente bighellonando; oppure possono dirti più o meno delicatamente di circolare – mi è successo diverse volte, e mi hanno fatto più paura che male – e può anche succedere che all'improvviso in tre o quattro si mettano a inseguire qualcuno, a pestarlo di brutto, a trascinarlo alle camionette. Perché quella persona in concreto e non un'altra, visto che nessuno porta striscioni o cartelli, né urla slogan? Perché, come dice un proverbio, ogni chiodo che sporge non richiama un martello? Assistiamo ogni minuto alle diverse forme di violenza, sappiamo che essere arrestati in quel modo è una faccenda molto grave, anni sottochiave in carcere, e subito dopo la manifestazione scoprirò che quasi 5.000 persone sono state arrestate, domenica, in Russia; tuttavia quest'ultima è una misura sporadica, non scatena mai una vera reazione, non si trasforma mai in uno scontro in piena regola. A più riprese ho temuto che i cosmonauti, che è come la gente chiama le Omon, caricassero o addirittura sparassero.
Non è accaduto, la manifestazione si è dispersa nello stesso modo indefinito con cui si era formata. Ero venuto con un giornalista francese, con sua moglie, russa, e con la fotografa, russa anche lei. Mi piacerebbe poter scrivere i loro nomi ed esprimere così tutta la mia gratitudine, perché da solo mi sarei cagato sotto molto di più. Tutti e quattro, mentre andavamo via, abbiamo provato una specie di sfinimento, difficile da definire e persino da confessare.
Se il pericolo può galvanizzarci, ecco, non ci ha galvanizzati. Gli sguardi non si sono accesi, anzi, nemmeno s'incrociavano. Nessuna esaltazione, nessun respiro profondo, nessuno slancio. Nessuna vera convinzione di essere insieme, di uscirne vincitori, di morire magari, ma di uscirne vincitori, per i nostri figli se non per noi stessi; per un ideale, per la libertà. «Gli ucraini sono eroi, mi diceva Irina, noi russi invece viviamo nella paura». Non è vero, non tutti, e voglio tenere a mente le ragazze che escono a manifestare da sole, al freddo, con il loro cartello; e persino il piccolo nazista, se davvero esiste. Tuttavia, l'impressione che ho avuto durante quella manifestazione è stata che la gente fosse lì a camminare contro la guerra per principio, per onore, per superare la paura, ed è una cosa bella, ma che quasi tutti – e finire l'articolo in questo modo mi mette una gran voglia di piangere – sanno di essere praticamente spacciati.
(Traduzione di Monica Rita Bedana e Fabio Galimberti)
La versione originale di questo testo, che la Repubblica offre in esclusiva per l'Italia, è stata pubblicata sul Nouveul Observateur nell'edizione del 10/3/2022