Ida Dominijanni sulle sortite di Berlusconi, interessante come sempre:
Sulle ultime di Berlusconi non mi convincono del tutto né le letture in chiave di leader-padrone decadente e fuori di testa né quelle in chiave di patriarca rabbioso e vendicativo vs giovane donna lanciatissima e vincente. Non del tutto dico, perché ovviamente c'è del vero in ognuna delle due (sulla seconda torno dopo) . Ma tutte e due evadono il punto politico oggettivo: le cose che B. dice sulla guerra, il momento in cui ha deciso di dirle, il contesto internazionale in cui sa che vanno a cadere. Berlusconi è notoriamente un istrione, un istintivo, un imprevedibile, un padrone narcisista che non sopporta ferite narcisistiche. Ma non è solo questo e ormai dovremmo saperlo: le sue intemerate hanno sempre una qualche perversa forma di razionalità, anzi di intuizione, politica e strategica. Non è credibile intanto che pensasse di parlare in segreto o in modo riservato davanti ai suoi gruppi parlamentari: anche l'uomo politico più improvvisato sa che di questi tempi di segreto non c'è niente neanche se si è in due. Dunque Berlusconi ha voluto rendere pubblica la sua posizione effettiva sulla guerra, su Putin e su Zelensky, sulla leadership occidentale ("non ci sono più veri leader salvo il sottoscritto"). Perché? Per dare un altro calcio negli stinchi a Giorgia Meloni, certo. Per darne un altro a Tajani, magari. Per rimettersi al centro della scena a tutti i costi, ok. Ma prima di tutto questo, io penso, perché ha capito - "sente", come fa lui - che il senso comune di sta spostando sempre più contro questa guerra. Berlusconi, non dimentichiamolo (e molti purtroppo lo dimenticano), è stato il primo e il più abile dei populisti italiani, quello che maggiormente tiene a quella "connessione sentimentale" con il popolo che tanti evocano ma che nessuno come lui sa praticare: cavalca l'onda che monta, anche se con argomenti filoputiniani che poco o nulla hanno a che vedere con il pacifismo delle piazze (ma possono ben conciliarsi invece con le rivolte contro le bollette). Sente anche, e non a torto, che "il fronte della fermezza" occidentale non ha una leadership politica e strategica all'altezza della bisogna, né in Europa né negli Stati uniti, mentre la situazione geopolitica globale si fa di giorno in giorno più complicata e i mediatori scarseggiano. Produce una frattura, che qualcosa a sua volta produrrà, e non necessariamente domattina, nella formazione del governo, ma a medio termine: Giorgia Meloni e la sua coalizione ci potranno anche mettere dei cerotti, ma la frattura è fatta e resta. Sempre ammesso, e non concesso, che incerottato un governo venga alla luce.
Passo alla questione della vendetta del patriarca contro la giovane leader che gli toglie lo scettro. Solo gli ingenui, e soprattutto, mi duole dirlo, le ingenue potevano pensare che la storiella della "prima donna" al vertice del potere potesse filare liscia verso il lieto fine. Il femminismo ha passato un paio di mesi a discutere di rappresentanza femminile, del tasso di femminismo diretto o indiretto presente in Giorgia Meloni, del perché e percome a destra una donna ce la fa e a sinistra no, distraendosi dalle reazioni maschili che una leadership femminile può innescare, dal paternalismo peloso ai colpi di cosa di "papi" ferito e indispettito. E ne vedremo ancora delle belle. Sia chiaro: non sto vittimizzando Giorgia Meloni. Se una sceglie, come lei dichiara di aver sempre fatto nella sua autobiografia, la strada della competizione diretta con gli uomini invece che quella della relazione fra donne, deve sapere che in quella competizione, come si dice, le dà e le prende. Non sarà un bello spettacolo neppure assistere a questa gara in cui lei si è andata a infilare.