La Lazio, non da quest'anno, pare approcciare col piglio giusto e poi restare in partita per 90', circa una partita su 4. Ultimo filotto: grande partita col Milan, e poi 3 partite deludenti.
Si parla tanto di stanchezza fisica, ma a me pare che il problema sia prima di tutto motivazionale. Questa squadra non ha l'urgenza di dover vincere ogni volta che scende in campo, e sembra non avere alcun traguardo da raggiungere. Arrivare 4°-5°-6° poco importa, alla prova del campo.
Difficile trovare le cause, però di giocatori ne sono cambiati tanti negli ultimi 3 anni (una quindicina almeno), senza alcun rilevante beneficio sotto questo punto di vista. Quindi tenderei a scartare un problema individuale dei singoli giocatori.
Io voglio soffermarmi su due tipi di dichiarazioni che abbiamo sentito ripetere, rispettivamente, da società e allenatore, e analizzarle un attimo.
1) Lotito che ripete ogni 3x2 quanto la Lazio sia una bella famiglia, in cui tutti si vogliono bene, dove c'è un bel clima sereno nello spogliatoio, e con la società che non vuole minare questi equilibri.
Ecco, per me questa è la morte della competitività interna. I giocatori sentono di avere posizioni acquisite, sanno qual è il loro ruolo intoccabile, non sgomitano più di tanto per dover convincere l'allenatore, insomma non devono tirare il motore a 1000 per farsi spazio in rosa. Specialmente nelle posizioni d'attacco (ma in passato è successo in altri ruoli).
Di più: alla Lazio pare che la cosa più importante sia che si stia tutti bene insieme, che non ci siano dissidi, e poi come si chiude la stagione amen, un bell'asado o una cena all'Hilton, tanti baci e abbracci, le foto con le mogli dei giocatori e ci si rivede in ritiro.
A me sta retorica lotitiana ha abbastanza rotto il cazzo. Non siamo un circolo sportivo, ma una squadra di calcio che si misura in una realtà ipercompetitiva, in cui se non sei ossessionato dalla vittoria raggiungere un traguardo, uno qualsiasi, diventa una chimera.
2) Sarri che dice che arrivare in Champions sarebbe un miracolo, e lo dice non nel momento in cui sei distante 8-10 punti dal 4° posto, ma proprio quando sei in piena lotta per l'obiettivo. Ecco, ora voi ditemi se non è questo un modo per inculcare, anche involontariamente, nella testa dei giocatori il pensiero che, anche se arriveremo 5°-6°, beh pazienza, vorrà dire che quest'anno il miracolo non c'è riuscito, ci riproveremo l'anno prossimo. Con l'anno successivo in cui puntualmente si assiste di nuovo alle stesse dinamiche.
Idem quando parla di stanchezza mentale per le partite ogni 3-4 giorni: ripeterlo di continuo è la maniera migliore per far sì che quella stanchezza puntualmente si ripresenti, con i giocatori che sono autorizzati a "sentirsi stanchi" perchè "ehi, è il mister stesso a dirci e ridirci che è inevitabile!".
Si parla di psicologi, mental coach, la rava e la fava. A me pare che il problema psicologico, il famoso "germe" sia un qualcosa di autoindotto dal nostro interno, quasi si volesse abbassare volontariamente l'asticella per poi evitare di vivere delusioni cocenti in seguito al mancato raggiungimento degli obiettivi. Insomma, una mentalità perdente atavica in relazione ad alcuni obiettivi, di cui temo non ci libereremo facilmente perchè insita nei protagonisti stessi della nostra attuale realtà.