Quel giorno cominciò malissimo.
Dovevo suonare in un concerto importante, e pensarono bene di mettere la prova fondamentale per quell'esibizione il 26 maggio dalle 15 alle 20.
Un dramma, provai in tutti i modi a spostare quella prova ma non ci fu verso: avrei saltato la partita più importante della mia storia da Laziale.
Tenevo il cellulare a portata, ma avendo un ruolo importante proprio di fronte al direttore d'orchestra non potevo inventarmi nulla, allora chiesi ad amici di aggiornarmi.
Un mio collega riommico era messo meglio nella disposizione dell'ensemble e quindi poteva tenere il cellulare sul leggio per guardare la partita.
Ricordo perfettamente che mi sussurrava che stavamo giocando meglio noi e che era molto preoccupato, ero talmente trasfigurato dalla tensione che a un certo punto il direttore stoppò la prova e mi chiese ste stessi bene.
Poi, il messaggio. QUEL messaggio.
La tensione mi esplose dentro, continuavo a suonare un mio solo troppo veloce, e direttore e colleghi mi chiedevano di rallentare, ma io volevo solo correre per solidarietà alla squadra, e lo facevo suonando col cuore a mille.
Poi il sussulto dietro di me: eccallà, ho pensato, hanno pareggiato, l'hanno annullato, hanno sospeso la partita.
No, era "solo" la traversa.
Alla fine, fregandomene delle conseguenze, mi sono fermato, ho tirato fuori il cellulare e ho visto che era finita.
Mi sono buttato in ginocchio con le braccia al cielo, tutti sorpresi e preoccupati, poi si è avvicinato il compositore del pezzo che stavamo provando: mi abbracciò, e mi disse "ce l'abbiamo fatta!".
Applausi, anche dai riommici del gruppo.
Ho messo via il violino, ho preso la macchina, mi sono ritrovato in mezzo alle strombazzate dei fratelli Laziali per strada; ho allungato la via del ritorno per passare da mio padre. Sono salito su a casa da lui e ci siamo guardati gli highlights: era trasfigurato, sofferente, mai visto mio padre così. Ma la gioia era enorme.
Era una serata fresca, sono tornato a casa festeggiando con la mia fidanzata che sarebbe poi diventata mia moglie, poi a ponte milvio per fare quel bagno di folla e di Lazialità che avevo clamorosamente mancato qualche ora prima.
E poi a casa, a notte fonda, a riguardarmi tutta la partita da capo su Lazio style, al momento del gol di Lulic il vicino riommico che abitava sopra di me sbatté qualcosa sul pavimento per farmi capire che dovevo abbassare il volume.
Non l'ho fatto, ovviamente, e sono rimasto inebetito a godermi la Storia, consapevole della gioia che avrebbe invaso le giornate successive a quella.
Qualche giorno dopo il concerto fu un successo, e quando io e il compositore ci prendemmo gli applausi in piedi, vicini, di fronte al pubblico, ci siamo stretti la mano e ci siamo detti "forza Lazio".
Sapevamo che nessun complimento ci avrebbe mai provocato la felicità provata solo qualche giorno prima.