Scusate, rispondo genericamente a chi mi ha quotato:
è ovvio che non sono meravigliato di quello che succede in uno stadio. Ed è anche vero che spiegare è la via per rendere maggiormente edotto un bambino sui confini dell'ambito in cui si trova, soprattutto ad una partita di calcio dove storicamente vive un ambiente popolare e senza filtri, in cui i limiti di una buona educazione si scontrano con il bisogno di sfogarsi e di interagire con lo spettacolo.
Quello che secondo me è "troppo" è il clima che c'è da noi: so che adesso solleverò un polverone, ma un paio di volte siamo anche andati a vedere la nazionale italiana. Vi confesso che quando gioca la Lazio e un giocatore di colore avversario ha la palla ho sempre il brivido dell'arrivo più o meno udibile degli ululati. Quelle volte invece in cui non c'era la Lazio in campo, vi confesso che è stato un sollievo vedere gli avversari prendere palla e non ricevere alcun verso gutturale simile a quello.
Torniamo a bomba al problema iniziale: quanto è costante e percepibile una certa manifestazione di epiteti, simboli e cori di stampo marcatamente nazifascista quando gioca la Lazio e quanto lo è altrove?
Io credo che se vogliamo fare un ragionamento che vada oltre tutte le elucubrazioni sulla stampa asservita, sui benpensanti antilaziali, e sui veri o presunti complotti che sfruttano quel problema per dare addosso alla Lazio e ai Laziali, dovremmo anche chiederci PERCHÉ su di noi ci sia una tale convergenza nel raccontare la deriva extracalcistica del nostro tifo.
Ripeto, questo non ha niente a che vedere con lo stadio e con la vita in generale. Però ad AR una cosa la vorrei dire: per quanto limitato, per quanto estemporaneo, per quanto il confronto con altri bambini che magari non hanno lo stesso "filtro" dei miei possa incidere, io su determinati feed della realtà e della vita là fuori posso avere un controllo. O quantomeno posso dare una spiegazione sufficientemente esauriente a mio figlio, qualora alcune informazioni uscissero fuori dall'ambito comprensibile di una mente giovane.
Ma che razza di controllo ho sul fatto che coloro che come lui tifano la Lazio pensano di insultare i romanisti dandogli degli ebrei e cantano l'inno nazionale tenendo il braccio teso?
Le parolacce, le bestemmie, gli auguri di morte all'arbitro mio figlio lì ha codificati (a Lazio Milan, quando mi vide controllarmi a stento nell' insultare civilmente di bello, mi disse "ma dai poverino, magari s'è sbagliato"), sa che non si dicono, non gli piace dire quelle cose perché avverte che siano negative in assoluto.
Ma quando si parla di espressioni più dirette e "raffinate" nel significato che vogliono estendere, come dovrei ragionarci?
Vi faccio una provocazione:
"Papà perché dicono romanista ebreo?"
"Perché condividono il pensiero di persone che in un momento storico tremendo decisero che gli ebrei fossero un popolo cattivo da sterminare, anche se non era vero"
"Quindi se condividono quelle idee vuol dire che sono come quelle persone lì. E chi erano quelle persone?"
"I nazisti e i fascisti"
"Ah, quindi i tifosi Laziali sono nazisti e fascisti?"
"Beh, no, cioè si, non tutti, però, ecco, lo fanno anche i romanisti eh? E pure gli interisti!"
Ecco un'ipotesi di scambio sull'argomento con un bambino di 9 anni.
Sbaglio o assomiglia molto a un sillogismo che potrebbe fare e applicare anche un semplice cronista che deve spiegare un fenomeno evidente?
Scusate per la lungaggine.