Io sono d'accordo con voi, assolutamente.
Quando Delvecchio segnò il 2-0 il boato arrivò con il solito secondo di ritardo: come vedere un pezzo di montagna che si stacca e soltanto dopo avvertire lo spostamento d'aria, la deflagrazione, la nube di macerie. In quel momento ricordo di aver pensato "eccolo, è lo scudetto della roma e io ci sono dentro".
Ero in distinti nord lato Monte Mario, attaccato alla vetrata. Oltre il confine erano tutti romanisti: di solito anche quando giochiamo in trasferta c'è sempre qualcuno dei nostri nel primo pezzetto delle tribune, mentre quella volta le maleodoranti sciarpette giallorosse erano a pochi metri dal mio naso. A metà del secondo tempo, sotto di due, il mio sguardo vagava sconsolato senza riuscire a trovare un appiglio: provavo ad appoggiarlo su qualcosa (l'orologio, un'azione di ripartenza, il giornale gratuito con la classifica e il calendario delle giornate successive) e subito franava in uno stridore di speranze infrante. Quando l'ho puntato verso la mia destra, verso il mare di merda festante, è stato subito intercettato da una ragazza abbastanza carina. Non dimenticherò mai il suo gesto dell'ombrello: con gli occhi puntati nei miei occhi, la faccia tirata in un'espressione d'odio, prese la rincorsa e col palmo della mano destra si schiaffeggiò l'interno del gomito sinistro.
Mi sembrava di essere stato travolto da un camion, credevo che non mi sarei mai più rialzato. Invece, perso per perso, la Lazio riuscì a liberarsi dalla paura e rimise in piedi una partita che sembrava ormai tumulata. Quando Mihajlovic mise la palla sulla lunetta d'angolo era quasi finito anche il recupero, il nostro settore era già molto più vuoto e parecchie persone si erano posizionate sulle scale in attesa di schizzare fuori dallo stadio al triplice fischio dell'arbitro. Quando Castroman pescò il jolly dal limite dell'area, una rasoiata perfetta che passò in mezzo a un vero assembramento di giocatori, il mio cervello ebbe una decina di secondi di black-out, mi ritrovai quindici file più in basso e non sapevo come c'ero finito. Una volta tornato in me, però, fui subito posseduto da un impeto furibondo: feci le scale al contrario, con veemenza, schivando gli abbracci di persone sconosciute e anche quello di Paolo, di cui ricordo un sorriso incredulo da sopravvissuto. No, io non volevo festeggiare. E poi non c'era niente da festeggiare. Mi scagliai contro la vetrata iniziando a picchiarci contro selvaggiamente: urlavo come un pazzo in mezzo a gente che come me continuava a urlare, e dal gol potevano essere passati almeno un paio di minuti. Volevo solo che quella maledetta puttana si girasse, e alla fine si girò. Credo di aver raschiato il fondo del barile degli insulti, ma nel timore di non essere stato abbastanza chiaro conclusi la mia performance afferrandomi il pacco con entrambe le mani, proprio mentre Diego Pablo Simeone mostrava il suo alla curva sud (vedi foto).
Di quel derby ricordo anche un altro paio di cose. Totti, che da un secondo dopo il 90' voleva il fischio finale, e Nedved, che quando il fischio arrivò gli disse "ADESSO è finita". E poi Veron. Ve lo ricordate Veron? Impossibile, non potete ricordarlo. Veron non c'era. Aveva perso il volo ed era rimasto in Argentina. Io questa cosa non me la sono mai dimenticata, non riuscirò mai a perdonarlo. Nel vero momento del bisogno Veron ci piantò in asso, fummo costretti a giocare la partita del Bene contro il Male con Baronio a centrocampo. E, tanto per cambiare, neanche quello fu l'anno di Baronio...