C'è delusione, rabbia e sconforto, rammarico e orgoglio, e dopo una notte insonne lo sconcerto non accenna a diminuire. Si passa da un sentimento all'altro, e tra pensieri contraddittori. Chi giudica troppo severamente questa squadra che pure è arrivata fin qui, chi cerca di farsene una ragione perché tanto saremmo usciti alla prossima, chi cerca di trarne fuori una qualche lezione edificante di morale. Questa Lazio è giovane, un po' eroica un po' sconsiderata, ti dà e ti toglie, ti trascina in alto e poi ti getta nello sconforto, ti entusiasma e ti fa infuriare, ti inorgoglisce e improvvisamente cadere il mondo addosso. Questo è stato il clima ieri sera allo stadio, questa è la lazialità, questa la nostra identità. Non me la sento proprio di lanciarmi nelle analisi tecniche. Certo, questa squadra ha dei limiti tecnici - e come pretendere che non ne abbia? - ma ha anche altre, indubbie, doti perché altrimenti non sarebbe qui. Dove non è arrivata con la tecnica ci ha messo cuore, sudore e fisico. Io non me la sento di buttare troppo la croce su chi ha sbagliato il rigore, perché per assurdo si finirebbe per massacrare proprio chi, in quel preciso momento, si è addossato la responsabilità, non si è tirato indietro, ci ha messo se stesso. I rigori si sbagliano. È così. Amen. Io me la prendo con la nostra asfissia in attacco, con la nostra incapacità strutturale di concretizzare le tante situazioni di gioco offensivo che pure, e generosamente, creiamo. Me la prendo con la nostra mancanza di organizzazione nel gestire le fasi difensive, quando per stanchezza o per necessità tattiche devi contenere, resistere, tenere e togliere palla. Perché non puoi pretendere di giocare sempre a mille e di puntare solo sulla corsa. Me la prendo con le tante occasioni sprecate. Me la prendo con l'ennesimo gol regalato non appena ci siamo abbassati, quando eravamo a un passo dalla qualificazione. È qui che abbiamo perso, per questo abbiamo perso. Non ai rigori. Quelli si sbagliano.
Ci hanno provato. Fa male. Ma ci hanno provato.