C'è un bellissimo libro che ho letto molti anni fa e che mi ricorda tanto questa mia estate di Lazio: "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati.
Ecco, per me pensare in questi mesi/giorni alla Lazio e' come guardare dalle mura della "fortezza bastiani" la desolata pianura dinanzi a me, dove nulla di nuovo appare mai all'orizzonte e la vita scorre nella sua lenta monotonia, saltuariamente scossa solo dall'eco lontano dalle deliranti e farneticanti esternazioni del Presidente o del suo fidato (ed inetto) DS. Per il resto, tutto intorno alla Lazio tace nell'afoso silenzio dei desolati prati di formello.
Ed in questa surreale realtà parallela a cui siamo stati condannati, come il comandante Drogo che ogni mattina si alzava e si preparava ad affrontare il nulla, anche molti di noi si sono abbonati, spesso più come atto di dovere che di passione, una sorta di routine che facciamo ogni anno senza neanche più domandarci il perché.
Forse, come ha scritto qualche netter, ci siamo semplicemente invecchiati oppure ci siamo assuefatti al ventennio di dittatura Lotitiana al punto tale da non incazzarci neanche più di tanto di fronte all'ennesimo scempio. Chissà se le future generazioni di laziali guarderanno a noi così come noi abbiamo guardato i nostri nonnI chiedendoci come facevamo ad accettare le leggi razziali del '38 senza neanche battere ciglio?