Citazione di: Twix il 27 Feb 2026, 12:02Eh na cifra. Tanto che l'ultima volta se la litigavano lotito e tulli. Con lotito che la prese A 20 milioni di crediti inesigibili. Per me sono interessati solo i palazzinari x lo stadio. E mezzaroma lo sappiamo ndo sta
Probabilmente è come dici tu, ma secondo me il paragone con il 2005 e adesso non regge.
Dopo Cragnotti la Lazio era appetibile perché in molti speravano nel fallimento; se avessimo fatto la fine del Napoli probabilmente ci sarebbe stata la fila per rilevarla azzerata dai debiti e pronta a ripartire dalla C. L'operazione di Lotito è stata incredibile e mirabile (infatti vi ricorderete che il nostro Senatore era accolto dai cori "dusge, dusge" quando entrava allo stadio), ma soprattutto coraggiosa perché all'epoca solo un abilissimo conoscitore delle regole finanziarie italiane e un attento amministratore di un'azienda in enormi difficoltà avrebbe potuto tirarci fuori dalla melma (e in questo aggiungerei anche i poveracci che vissero quel pomeriggio mostruoso sotto l'Agenzia delle Entrate l'11 Marzo 2005, mai abbastanza celebrati e ringraziati per quella manifestazione che si rivelò determinante).
Non so bene quali fossero le idee e i progetti di Tulli, ma ricordo che l'endorsement per Lotito arrivò anche dagli stessi giocatori, compreso Paolo Negro che si schierò a suo favore a nome della squadra prima di essere sbattuto fuori a calci quando discusse il rinnovo. Quindi a occhio secondo me in quel frangente ci è andata bene, perché senza le capacità e le relazioni in ambito politico di Lotito non so che fine avremmo fatto.
Oggi la situazione è totalmente diversa; Lotito è un Calleri che ha ristrutturato la Lazio meglio e più a lungo, e oggi la società ha un appeal molto più alto, seppur per questo anche più costoso, perché è finanziariamente solida e logisticamente funzionale (anche per via di un organigramma che dire scarno è anche troppo). Il vulnus di questa premessa che lascerebbe pensare "ma allora perché mandarlo via?" sta nel progetto sportivo. La crescita c'è stata perché man mano che la Lazio vedeva la luce alla fine del tunnel, tutte le componenti che prima si erano incancrenite per mancanza di liquidità e prospettiva, hanno ricominciato a girare. Alcune intuizioni valide, alcune scelte vincenti e anche un po' di fortuna hanno fatto salire (lentamente) la Lazio fino a stabilizzarla in una posizione che, complice una situazione molto tumultuosa e in evoluzione del calcio italiano, ha reso il suo intervento salvandola dal fallimento una specie di "miracolo all'italiana". Ma improvvisamente tutti ci siamo resi conto che questo modello era, appunto, un percorso di transizione. Spalmato in decenni, non in pochi anni, adesso sbatte contro quella realtà che forse prima abbiamo schivato più per situazioni contingenti che non per reali meriti; a quel punto la strada avrebbe dovuto imboccare una direzione più congrua con il mondo del calcio di adesso, con rivoluzione a livello mediatico e comunicativo, scelta di progetti sì sostenibili ma anche ambiziosi, immissioni di capitale o privato o tramite partnership per aumentare la liquidità, costruzione di un settore giovanile o di una rete di contatti con procuratori e intermediari finalizzate a una rivalutazione anche lenta ma costante del patrimonio disponibile.
Invece l'incapacità di fare quel passo, mista ad una miopia tipica dell'imprenditoria da PA, più legata alla conservazione dello status quo che al rischio di crescita, adesso ha creato un cul-de-sac che non solo non prevede vie d'uscita, ma che viene quasi decantato come mirabile posizionamento di una realtà che appena 22 anni fa poteva sparire.
Che coerenza ci può essere in questo ragionamento? Come si può legare una questione così viscerale e passionale che rappresenta una squadra di calcio con la anche più virtuosa contabilità aziendale di una SPA?
Ma soprattutto: come si può pensare che la propria comfort zone debba non solo essere condivisa da chi alimenta l'azienda, ma anche sostenuta economicamente e fisicamente per darle il ritorno di immagine che serve a chi la gestisce per garantirsi quella comfort zone in eterno?
Al di là di simpatie, antipatie, prese di posizioni, politica, patenti di tifo e percezione della Lazialità, non credete che una persona che pur rivendicando un merito importante e il diritto di amministrare un proprio asset come meglio crede fregandosene dell'esterno, a un certo punto possa legittimamente passare all'incasso e lasciare che la sua creatura provi a spiccare il volo, invece di far credere a tutti che si stia già volando mentre invece siamo su una diligenza con le ruote semi spaccate?
Calleri prese probabilmente un mucchio di soldi da Cragnotti, e chi lo nega. Non penso certo che l'abbia data via solo per compiacere i Laziali. Però ha accettato di confrontarsi con realtà superiori alla sua, e una volta ottenuto le desiderata richieste ha salutato augurando il meglio a quelle persone che aveva tratto in salvo in un momento drammatico.
Non sarebbe lecito e quasi naturale pensare che dopo più di 20 anni ci possa essere anche nel più arcigno dei possidenti la sensibilità di capire che certe storie a volte hanno bisogno di un capitolo nuovo?
La totale ritrosia a questa visione, comprensiva di acredine, rabbia e insofferenza verso quel popolo che la Lazio la tiene in vita nel suo campo e nell'immaginario collettivo è il "crimine" più grave che io imputo a Lotito. La totale mancanza di rispetto verso un bene che rappresenta un'identità e che merita di essere trattata secondo quelle che sono anche le necessità sviluppate nel corso di un periodo lungo di osservazione e di riflessione.
Se il calcio interessa a Lotito e se si reputa così bravo da poter dimostrare ancora di essere l'abile risolutore di tragedie che fu un ventennio fa, può sempre incassare e ripartire in un'altra piazza. Saremo tutti lì ad applaudirlo qualora dovesse ripetere il suo "miracolo all'italiana", invece che aspettarlo come adesso con risentimento e contrarietà sul confine della nostra passione, nell'attesa frustrante e forse vana che ci possa dare la speranza di un altro futuro. Come peraltro fece lui, in quella lontana estate di 22 anni fa, ma che adesso pare non ricordare più.