Garbisi ha fatto un grande torneo.
Non ho molto tempo per entrare in ogni dettaglio, ma una cosa la voglio dire subito: secondo me questo è stato il miglior torneo della storia della nostra nazionale. Senza se e senza ma.
L'unico vero neo è che la sconfitta con il Galles arriva all'ultima giornata. Quando non hai più una partita davanti per rifarti. Quando l'amaro resta lì, sospeso, anche se questo torneo ha messo in bacheca lo scalpo di un'ottima Scozia e, soprattutto, quello dell'Inghilterra.
Potremmo parlare del grave errore del TMO a Dublino, con quella meta prima concessa e poi annullata, che avrebbe potuto cambiare la storia e avere un'eco ancora più grande.
Potremmo parlare delle nostre assenze, tutt'altro che leggere: senza Capuozzo, senza Lamb, senza Vintcent, senza Negri, con un Brex a mezzo servizio — e quel mezzo servizio pure a scartamento ridotto.
Potremmo anche ricordare che, nella vittoria contro l'Inghilterra, se non sbaglio, 19 dei 23 giocatori in campo sono stati formati in Italia.
Insomma, di materiale per raccontare queste cinque partite ce n'è eccome.
Ah sì, potremmo parlare anche di Quesada.
Il miglior selezionatore che potessimo avere in questo momento.
Secondo me lui sa perfettamente perché abbiamo perso a Cardiff.
Non so se la pensa come me — e se non fosse così, probabilmente avrebbe comunque ragione lui.
Io credo che abbiamo perso perché ci siamo dimenticati — complice una settimana intera di complimenti arrivati da tutto il mondo ovale dopo la vittoria contro l'Inghilterra — di essere gli underdog del torneo. Quelli da cui nessuno si aspetta nulla.
Siamo arrivati a Cardiff e, superati i primi dieci minuti — quelli in cui avremmo potuto indirizzare la partita con una meta anche relativamente facile e un calcio semplice — ci siamo trovati davanti un Galles con il sangue agli occhi. E non sapevamo come reagire.
Alla quinta partita la fatica conta, è inevitabile. Ma anche il Galles ha giocato cinque partite, spesso con gli stessi uomini.
Io credo che siamo rimasti sorpresi dal fatto di non riuscire a mettere in piedi il nostro gioco cronometrico, quello che per quattro partite aveva funzionato alla perfezione.
Fusco metronomo alla mediana.
Gli avanti a difendere nei breakdown senza consumarsi.
La nostra mischia dominante contro tutti.
Garbisi a distribuire calci precisi.
I tre quarti pronti a sfruttare gli spazi creati da quel meccanismo.
Un meccanismo che ha funzionato meravigliosamente contro l'armata francese, contro i tank inglesi, contro i clan scozzesi e contro le mura irlandesi.
Contro il Galles no.
E le facce dei nostri, in quei trenta minuti in cui abbiamo preso quattro mete nelle quattro volte che il Galles è entrato nei nostri 22, dicevano esattamente questo:
Perché oggi no?
Non credo si possa spiegare solo con l'assenza di Ferrari — probabilmente il miglior pilone del torneo, e con distacco.
Secondo me, come è già stato detto, è mancata la sinapsi tra testa e corpo.
Quel fluido, quel "mojo" — che mojo non era — ma uno stato mentale allenato, costruito, studiato per valorizzare il nostro rugby.
Lo stesso stato mentale che ci ha permesso, sotto di un uomo e in svantaggio contro l'Inghilterra a venti minuti dalla fine, di risalire la china e rimandare i sudditi di Sua Maestà a Londra con le pive nel sacco.
Ecco, quel fluido sabato non è arrivato alla corteccia cerebrale della squadra.
Quando è arrivato — perché a un certo punto è tornato — purtroppo era troppo tardi.
E ora?
Ora, secondo me, spetta a Quesada tirare le somme.
E, a lume di naso, lo farà come ha fatto tutto fin qui con gli azzurri.
Meravigliosamente.
Se non temessi di essere blasfemo, direi che potrebbe essere, per il rugby italiano, quello che Velasco è stato per il volley.
Certo, con una differenza: le gerarchie del rugby mondiale sono molto più rigide di quelle del volley della fine degli anni '80.
Adesso appuntamento all'estate, con la nuova — e abbastanza inutile — World League.
E con una sfida, tra le altre, contro l'ultima grande squadra che ancora ci manca da battere.
Gli All Blacks.
Magari un giorno cadranno anche loro.