Francamente a me il 26 maggio mette oramai solo malinconia.
Per carità, goduria sopraffina.
Ero lì, più giovane e più magro, con mia moglie e a casa la prima figlia di pochi mesi, la seconda ancora non c'era. Era talmente piccola che non mi sono goduto la festa molto a lungo, siamo andati via per stare con lei, temendo sentisse una mancanza che in realtà non credo provasse.
Ricordo nitidamente la battuta della punizione che poi Marchetti avrebbe goffamente respinto. Non so perché.
Non ricordo bene il gol di Lulic. L'ho rivisto talmente tante volte dopo che è come si ci fosse una sovrapposizione nella mia mente.
E poi ricordo il ragazzo accanto a me, 190cm per 120kg che ha pianto di gioia per tanti minuti.
Ricordo di essermi girato verso la sud e di averla vista svuotata, aver gridato "hanno tirato lo sciacquone" pensando di aver iniziato una carriera da cabarettista per poi scoprire che l'hanno fatta in migliaia nello stesso momento.
Bello. Bellissimo.
Irrimediabilmente passato.
Il fatto che questo evento sia diventato un'ancora è la scaturigine della malinconia.
È come se avessimo accettato che il meglio è alle spalle. Non è un mattone di una fantastica costruzione, non sono le fondamenta su cui costruire.
Uno sparo nel buio. Uno splendido fuoco d'artificio seguito dal silenzio sullo sfondo di una quartiere di periferia.