ULTIMO STADIO
PALLONE&BOTTIGLIEAdriano a Roma con la clausola anti-birra Piccola antologia del vizio, da Garrincha a Best
(di Malcom Pagani)
A 46 anni, Nacka ne dimostrava 70. Indossava la vestaglia in pieno giorno, con le briciole di pane sui bordi, i capelli biondi diventati bianchi, radi, come tutto il resto di niente smarrito nella bottiglia. Lennart era diventato Nacka in gioventù, tra le brume di Stoccolma perché un soprannome può perseguitarti, inseguirti, anche quando i pensieri sono occupati da fantasmi liquidi e gli occhi chiedono senza aver più la forza di domandare nulla. Di alcool e contraddizioni, Skoglund morì. Più solo di quando entrava nei bar di Milano e con il vecchio trucco della monetina colpita di tacco allo scopo di farla precipitare nel taschino della camicia riceveva applausi di contrabbando e Martini offerti alternativamente da barista o avventori. Ora, più di mezzo secolo dopo, Adriano arriva alla Roma. Più in là degli stanchi giochi di metafora con gli imperatori, brilla il timore di un affare sbagliato. Dopo la fuga dall'Inter e dai festini solo all'apparenza allegri in faccia al Lago di Como, Adriano era fuggito. Una riabilitazione faticosa, molte assenze ingiustificate anche in Brasile, gol in serie, applausi, majorettes, come capita in campionati a basso tasso di attenzione difensiva. Così, è bastato poco. Una limitata quarantena, per osservare il reprobo sorridere nuovamente all'Italia. Mancini e Mourinho hanno salutato, lui rientra. Anche questo, è un segno del destino. Ranieri però deve essersi fidato il giusto. E la Roma, oltre l'inevitabile perbenismo del benvenuto, meno di lui. Dichiarazioni involontariamente rivelatorie: "Il ragazzo ha bisogno di una famiglia più che di una squadra" e clausole severissime in caso di precipizi, voli di rientro dalle vacanze perduti di un soffio, discoteche con le luci quasi spente e lui ancora in pista, fino all'alba, a chiudere la serranda abbracciato al proprietario. Accade, è sempre accaduto. Oltre lo stadio, c'è la vita. Un Poker servito in cui il bluff inganna. Ti pare di vincere e invece affondi. Di preferenza, nel gorgo finiscono i geni. Mané Garrincha ad esempio, che seppe incantare e poi si spense povero e divorato dalla cirrosi; George Best che nonostante promesse, discese ardite e improbabili risalite, ebbe il coraggio di operarsi al fegato rimanendo figlio unico di una debolezza. Spese tutto in donne e bottiglie e poi salutò con l'allure del poeta maledetto. Più Baudelaire che clochard, con l'aeroporto di Belfast intitolato a suo nome, i film monografici, la scia di quel che avrebbe potuto essere e in qualche maniera, distorta, effimera, equivoca, fu.
Tony Adams, il centrale sgraziato tutto colpi, sputi e imprecazioni, della sua parabola discendente ha saputo fare un ascensore per il paradiso. Trasformandosi, cambiando, riemergendo. Non capita spesso e la sua storia è più rara di un Gronchi rosa. Tony vagava tra Londra e i meandri utili a una descrizione dickensiana. Donne, alcool, cadute. Una volta inciampò sulle scale. Sangue, ambulanze, ricovero. Ventitré punti di sutura sulla fronte, uno squarcio da Londra ottocentesca in cui le controversie si risolvevano con il coltello più che con la scelta del tè giusto. E la mattina dopo, come nulla fosse successo, Tony in piedi, l'Alka-Seltzer nei pantaloncini, in campo. Colonna dell'Inghilterra e dell'Arsenal, fragile stipite di se stesso. Fino alla confessione autobiografica, al recupero, alla monetizzazione della propria esperienza. Sporting Chance Clinic, il centro di recupero da lui fondato non ha bisogno di traduzioni. Si entra in condizioni di permanente devastazione e si rifà la valigia quando l'ossessione è evaporata. Nel frigobar acqua e succhi di frutta. Verde e alberi per annegare il vizio, bottiglia lontana, fino a quando il demone non si dovesse ripresentare. A Paul Gascoigne, la cui vicenda umana, ha visto fin dagli anni laziali, una teoria infinita di cori da stadio distanti dall'eleganza: "Ubriacone con l'orecchino", mogli avide, pubbliche riprovazioni, enunciare la riscossa non è servito a nulla.
Più Gazza si spogliava delle sue colpe, più i ladri di immagini scavavano nel profondo. Ora, distinguere il grido d'aiuto è difficile, sperare in un ravvedimento, impossibile. E poi Ronaldinho, Edmundo detto "O' Animal", perché, come tutti lo era, amava il carnevale fino a divenire maschera e giullare, regalava scimpanzè al figlio e lo riempiva di birra per sadico gusto e qualche volta, finiva fuori strada, come nel 1995, a sud di Rio.
Guidava una Jeep, ammazzò tre persone, finì in galera, poi riuscì perché i soldi, purtroppo, servono anche ad evitare le condanne. O Renato Portaluppi che oggi fa l'allenatore ma in Italia si presentò con un manifesto esistenziale di rara lucidità: "Ho avuto centinaia di ragazze. Ho fatto l'amore al Maracanà e nella toilette dell'aereo che mi portava a Roma" e poi confermò i presupposti gonfiandosi al ritmo della movida del litorale laziale. Giorno e notte, con il petto villoso, i colori accesi e la matta voglia di non fermarsi. Iniziarono le ironie, le volute distorsioni semantiche: "Pube de oro", i paragoni impropri con un altro maestro dell'esagerazione: Diego Armando Maradona. Renato ripartì lasciando sempre il dubbio sulle sue reali capacità. Roma ingloba, seduce, poi ti lascia a terra. Così oggi chiedersi se Adriano sia stato un investimento, un salto nel vuoto o semplicemente una scommessa senza ricevuta di ritorno confina con l'ignoto. Perché si può peccare, lo insegna Eric Cantona, senza disperdere ogni cosa. Oggi Eric dipinge, esce di casa senza denaro, paga il caffè con la carta di credito. Ha saputo distinguere il profilo del baratro, allontanarsi al momento giusto, reinventando se stesso. A muso duro, con il rosso sulla tavola. Beve finché vuole Eric, ma non somiglia a un cane nella pioggia.