Bel topic. Impegnativo, perchè significa, in buona sostanza, cercare di spiegare
l'irrazionale, quello cioè in cui consiste il legame con una squadra di calcio.
Identificarsi in un campione. Per me non è mai stato fondamentale, e non è mai successo in maniera
"totalizzante", quella che ti fa anche solo pensare (anche se poi non lo fai) "basta, andato via lui
finisce tutto".
Sono laziale per "discendenza familiare", perchè papà mi ci ha portato la prima volta a cinque anni,
perchè fino ai trenta ho rinnovato regolarmente l'abbonamento di "default", a volte senza sapere
nemmeno esattamente chi avevamo comprato. Perchè era così, perchè neanche ti veniva in mente che
la domenica pomeriggio si potesse fare qualche altra cosa, se la Lazio giocava in casa.
Perchè la Lazio continua ad accompagnarmi da allora, da quando si andava tutti insieme con
papà, fratello, zii e cugini (gli ultimi anni anche mia madre!).
Certo, ci sono giocatori ai quali mi sono affezionato di più, e i cui addìi sono stati più dolorosi di altri,
ma poi è passata. E quelli a cui sono sono più affezionato non sono necessariamente i campioni che
mi hanno fatto vincere, ma sono anche i Vella, i Magnocavallo, gli Acerbis, gli Spinozzi e via discorrendo.
Onesti manovali del pallone che però, quello che avevano, l'hanno dato tutto, senza riserve.
Figuriamoci, al momento il giocatore a cui sono più affezionato è Brocchi.
Non ho mai sentito la necessità di un particolare calciatore in cui identificarmi, tanto meno di avere
un contraltare a Totti: non mi interessa.
Questo, però, è il mio percorso, e capisco e rispetto profondamente quelli di tutti gli altri.
Non nego che l'identificazione nel "campione" sia uno di questi, soprattutto per il proselitismo tra
le giovani leve. Mio figlio ha otto anni, ci è rimasto molto male sia per Zarate sia per Floccari.
Ma poi mi ha visto tranquillo, gli ho spiegato che abbiamo giocatori molto forti e che la squadra
è più importante. Non so se mi ha capito fino in fondo, ma si è tranquillizzato.
Insomma, il mio essere laziale è qualcosa che non so spiegare fino in fondo. E' qualcosa che mi
appartiene, che nessuno potrà mai togliermi, è parte importante della mia infanzia e della mia
gioventù, è una trincea, è papà che vorrei riportare allo stadio almeno un'altra volta, malgrado
i suoi problemi di salute. E ho smesso pure di tentare di spiegarlo a chi trova assurdo questo
tipo di coinvolgimento, facendo anche della stolida ironia: non me ne frega niente.
So solo che l'emozione di un prato verde che si apre alla fine della scalinata, circondato dai
colori più belli del mondo, loro non la proveranno mai. Io, che sono un cretino, sì.