incipit

Aperto da Drake, 17 Dic 2010, 01:21

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Drake

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La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.
Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.
Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie ne fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.
«Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria».
Il suo compagno si avvicinava, pattinando sul fango fresco.
-Perché hai deviato?- domandò Ivan. -Perché ora ti sei fermato? Cosa guardi? Quella casa? Perché ti interessi a quella casa?
-Non la vedevo dal principio della guerra, e non la rivedrò più prima della fine. Abbi pazienza cinque minuti, Ivan.
-Non è questione di pazienza, ma di pelle. Quassù è pericoloso. Le pattuglie.
-Non si azzardano fin quassù. Al massimo arrivano alla strada ferrata.
-Da' retta a me, Milton, pompiamo. L'asfalto non mi piace.
-Qui non siamo sull'asfalto,- rispose Milton che si era rifissato alla villa.
-Ci passa proprio sotto,- e Ivan additò un tratto dello stradale subito a valle della cresta, con l'asfalto qua e là sfondato, sdrucito dappertutto.
-L'asfalto non mi piace,- ripeté Ivan. -Su una stradina di campagna puoi farmi fare qualunque follia, ma l'asfalto non mi piace.
-Aspettami cinque minuti,- rispose cheto Milton e avanzò verso la villa, mentre soffiando l'altro si accoccolava sui talloni e con lo sten posato sulla coscia sorvegliava lo stradale e i viottoli del versante.


[da Una questione privata di Beppe Fenoglio]

Rorschach

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Nell'affresco sono una delle figure di sfondo.
La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi.
Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi.
La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l'eterna oscillazione delle fortune umane.
Il libro, forse l'unica copia scampata, non è più stato aperto.
I nomi sono nomi di morti. I miei, e quelli di coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri.
Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l'innocenza del mondo.
Vi ho promesso di non dimenticare.
Vi ho portati in salvo nella memoria.
Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, delle armi, degli eserciti, il riso, le grida. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio.


Q - Luther Blisset

porgascogne

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Chiamatemi Ismaele.
Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E' un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l'altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l'oceano.

Herman Melville – Moby Dick

Dissi

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Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo piú forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.


Italo Calvino: "Se una notte d'inverno un viaggiatore"

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Silverado

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Citazione di: porgascogne il 17 Dic 2010, 15:06
Chiamatemi Ismaele.
Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E' un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l'altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l'oceano.

Herman Melville – Moby Dick

Chiamatemi Ismaele.

Bastava questo.
Già c'è tutta l'immensità del seguito  ;)

Questo sotto è un incipit che più di una volta ho postato.
Sempre più bello.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore,
la stagione della saggezza e la stagione della follia,
l'epoca della fede e l'epoca dell'incredulità;
il periodo della luce, e il periodo delle tenebre,
la primavera della speranza e l'inverno della disperazione.
Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi;
eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell'altra parte.
A farla breve,
gli anni erano così simili ai nostri,
che alcuni che li conoscevano profondamente
sostenevano che, in bene o in male,
se ne potesse parlare soltanto al superlativo.

Le due città
Charles Dickens

Drake

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Era duro, l'inverno del 1933. Quella sera, arrancando verso casa attraverso fiamme di gelo, con le dita dei piedi che mi bruciavano, le orecchie che mi andavano a fuoco, e la neve che mi turbinava intorno come un nugolo di suore furibonde, mi fermai di colpo. Era giunto il momento di tirare le somme. Con la pioggia o col sereno c'erano delle forze nel mondo che cercavano di distruggermi.
Dominic Molise, mi dissi, aspetta un attimo. Sta andando tutto secondo i tuoi piani? Esamina attentamente la tua condizione, considera obiettivamente il tuo stato. Che succede, Dom?


Un anno terribile [John Fante]

Daniela

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Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.


Cent'anni di solitudine - Gabriel Garcia Marquez




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Citazione di: daniela il 18 Dic 2010, 21:22
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.


Cent'anni di solitudine - Gabriel Garcia Marquez

(Madonna, la letteratura moderna Latinoamericana. Ho dovuto smettere di leggerla perché mi causava un incubo ricorrente in cui venivo strangolato da un arcobaleno. Se sento un'altra storia che parla di come il pappagallo ferito e' tornato a volare grazie alle ali di latta costruite amorevolmente dalla figlia del generale giuro che rapisco Diego Armando Maradona e glielo rido' solo se promettono di non scrivere piu' una riga).



The studio was filled with the rich odour of roses, and when the light summer wind stirred amidst the trees of the garden, there came through the open door the heavy scent of the lilac, or the more delicate perfume of the pink-flowering thorn.
From the corner of the divan of Persian saddle-bags on which he was lying, smoking, as was his custom, innumerable cigarettes, Lord Henry Wotton could just catch the gleam of the honey-sweet and honey-coloured blossoms of a laburnum, whose tremulous branches seemed hardly able to bear the burden of a beauty so flamelike as theirs; and now and then the fantastic shadows of birds in flight flitted across the long tussore-silk curtains that were stretched in front of the huge window, producing a kind of momentary Japanese effect, and making him think of those pallid, jade-faced painters of Tokyo who, through the medium of an art that is necessarily immobile, seek to convey the sense of swiftness and motion.



Sfacciata, impunita decadenza. L'adoro.

:hkss:

:bis:


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Baldrick

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Citazione di: Tarallo il 19 Dic 2010, 09:05

(Madonna, la letteratura moderna Latinoamericana. Ho dovuto smettere di leggerla perché mi causava un incubo ricorrente in cui venivo strangolato da un arcobaleno. Se sento un'altra storia che parla di come il pappagallo ferito e' tornato a volare grazie alle ali di latta costruite amorevolmente dalla figlia del generale giuro che rapisco Diego Armando Maradona e glielo rido' solo se promettono di non scrivere piu' una riga).


:lol: :lol: :lol: :lol:

Gianluca Cutrì

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"Dolce e chiara è la notte e senza vento e quieta sopra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna."        In quel momento mi domandai cosa avesse vinto il Recanati quando Giacomo Leopardi compose questi versi. Erano le 18.04 del 14  Maggio 2000. Materazzi proteggeva il pallone vicino la bandierina del calcio d'angolo e dopo una vita,  un anno, una giornata ed una partita infinita  l'arbitro Collina fischiava la fine della mia ossessione.         Il boato con cui l'Olimpico accompagnò quel fischio è qualcosa che non potrò dimenticare. Intorno a me la gioia era incontenibile, i più urlavano tutto quello che avevano finora represso, molti si abbracciavano saltando, alcuni erano rimasti fermi al proprio posto inebetiti, guardando il vuoto. Io fui impietrito da una scossa che mi esplose dallo stomaco e raggiunse immediatamente ogni centimetro del mio corpo. Fu come morire e poi rinascere, come se quell'emozione immensa avesse con un solo colpo spazzato via tutto.  Il cielo era più azzurro del solito e le poche nubi che lo solcavano fino a qualche minuto prima si erano completamente dissolte. Il campo era stato invaso interamente al momento del gol di Calori da un' orda impazzita che lo calpestava senza meta, con quel gusto un po' barbaro di violare un luogo sacro. Il luogo dove si era compiuto l'avvenimento tanto atteso. Lì dove fino a pochi minuti prima c'era stata battaglia i nostri colori svettavano vittoriosi. Guardai un ultima volta verso il prato e poi su tutto lo stadio, volevo che quell'immagine mi rimanesse dentro. Poi mi voltai e camminai verso l'uscita.  Avevo bisogno di rimanere un attimo in disparte per metabolizzare quell'emozione eccessiva. Ricordo la confusione indescrivibile e il fatto che quell'odiosa sensazione che si prova camminando controcorrente ad una folla  quella volta assunse dei contorni dolcissimi. Erano i miei fratelli quelli che mi riempivano di spallate, erano i miei fratelli che andavano a festeggiare ed avrei voluto quasi toccarli tutti, stringerli a me ed abbracciarli come si abbraccia un compagno dopo una battaglia o un famigliare dopo una grande gioia. Abbracciarli uno ad uno e dividere con loro la gloria dell'impresa. In realtà sarebbe stato troppo per il mio pudore, diciamo che lo feci idealmente.                  Raggiunsi i cancelli della curva e cercai il mio motorino tra le centinaia parcheggiati lì fuori.   Tolsi il blocco, misi in moto e partii, il vento in faccia sembrava dirmi: « E' tutto vero! E' finita! Sei campione d'Italia vecchio pazzo! »
Il vento, i colori, gli odori, tutto era diverso, tutto era leggero. Anche solo per quel momento sarebbe valsa la pena di vivere.
Roma era in festa, il biancoazzurro  il colore dominante ed io stavo lentamente prendendo coscienza della cosa: avevamo finalmente e in una maniera a dir poco romanzesca  vinto uno scudetto e nessuno avrebbe più potuto togliercelo. La tangenziale era bella come la  pista di Ascot e i pochi chilometri tra lo stadio e casa furono eccitanti come quelli del tuo cavallo che esce primo dalla curva, imbocca la dirittura e si fa accompagnare dal tuo urlo fino al palo.
Mi tornarono in mente in un attimo tutte le cazzate fatte nell'ultimo anno. Le discussioni infinite, le paure, la partita di Firenze, i silenzi di Monica, il viso di Francesca al matrimonio, il sangue di Silvio, la rabbia, il furore, la follia che mi aveva accecato e che ora era d'un tratto come svanita, dissolta, risolta.
Parcheggiai e salii di corsa le scale di casa. Monica mi aprì con Giulia in braccio, gli occhi gonfi di pianto e Chiara attaccata ad una gamba come un koala che mi guardava perplesso. La guardai senza dire niente, non c'era bisogno di dire niente. Sapevamo entrambi perfettamente che tutto era finalmente finito. Che le sue lacrime erano l'epilogo di una mia psicosi che non era comunque riuscita a dividerci e che quel groppo in gola era un nodo talmente morso che non si sarebbe più sciolto. Ci chiudemmo fuori dai festeggiamenti e  soli ci gustammo quell'infinita e dolcissima notte.

"L'ossessione" di Gianluca Cutrì è in vendita in tutte le edicole romane

umanoide69

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Una citazione più bella dell'altra. E allora io faccio il provocatore.  ;)

Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella.

Un incipit che i meno giovani lo riconosceranno senz'altro. Che libro è?

Pat Pat

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L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.

Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch'esalavan ne' vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro [p. 2 100%.svg]Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.

Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un'amante.


Il piacere - Gabriele D'Annunzio

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Dissi

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The sky above the port was the color of television, tuned to a dead channel.

William Gibson - Neuromancer

porgascogne

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Citazione di: umanoide69 il 28 Dic 2010, 16:07
Una citazione più bella dell'altra. E allora io faccio il provocatore.  ;)

Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella.

Un incipit che i meno giovani lo riconosceranno senz'altro. Che libro è?

doppio incipit
porci con le ali (mammamia le pippe) e supergiovane (elii)
:pp

est1900

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"Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un'altra parte. Perciò lasca perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero. Salvati. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla TV".

"Abito a villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli, e siamo morti."



gruber

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Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l'oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell'anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell'aria aveva la tensione massima, e l'umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po' antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d'agosto dell'anno 1913.
Robert Musil - L'uomo senza qualità

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana.
Carlo Emilio Gadda - Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Kim Gordon

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Parla la tua lingua, l'americano, e c'è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c'è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all'ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno. Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell'anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell'invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.

delillo, underworld.

...poi non dite che rovino i topic

Zammammero

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Per tutta la vita ho avuto la consapevolezza di altri luoghi e di altre epoche,
e ho sempre avvertito la presenza di altre persone che vivevano dentro di me.

Jack London - Il vagabondo delle stelle

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Pat Pat

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Era una gioia appiccare il fuoco.

Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d'orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.

Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l'uomo premette il bottone dell'accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo.


Fahrenheit 451 - Ray Bradbury

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Cass era la più giovane e la più bella di 5 sorelle. Cass era la più bella ragazza di tutta la città. Mezzindiana, aveva un corpo stranamente flessuoso, focoso era e come di serpente, con due occhi che proprio ci dicevano. Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo. I capelli neri e lunghi, i capelli di seta, si muovevano ondeggiando e vorticando come il corpo volteggiava. Lo spirito, o alle stelle o giù ai calcagni. Non c'era via di mezzo, per Cass. C'era anche chi diceva ch'era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli imbecilli non potevano capirla.

Bukowski, storie di ordinaria follia.

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