Quanto ti amo, mia adorata Lazio. Proprio quando penso che sto per allontanarmi da te, succede qualcosa che rinsalda quel cordone ombelicale che non si staccherà mai. Hai scelto di abbracciarci con i tuoi colori. Ci hai scelto tu. Chissà perchè. Forse riconosci in noi le stigmate dei lottatori. Di quelli che cadono ma si rialzano. Di quelli diversi dagli altri,di quelli che non ti considerano solo come una squadra di calcio. Ce ne hai fatte vedere di tutti i colori: il calcioscommesse, il dramma di Cecco, la tragica morte del Maestro, un nostro fratello assassinato in autostrada, solo per fare alcuni esempi. Poi ci hai regalato momenti magici, come quello scudetto vinto in tre tempi che resterà per sempre stampato a ferro e fuoco nella storia del calcio mondiale. O la favola dei meno nove. Oggi negli occhi lucidi di mio padre mentre sussurrava, "Hai sentito, è morto Chinaglia", ho rivisto tutto. Centododici anni di storia in un istante. E mi sono accorto, per l'ennesima volta, che scorre sangue biancoazzurro in queste vene. E che noi siamo un popolo di fratelli. Non di tifosi. Fratelli. Che litigano, si incazzano, ma nei momenti importanti sono sempre a testa in su, in cerca di quello stellone che anche stasera, metaforicamente parlando, urla: "CORRI LAZIO. CORRI. PER SEMPRE E UN GIORNO IN PIU'"
Dalla pagina face di Roberto Arduini. Mi ha commosso, questo è il mio pensiero