Quando ero piccolo, molto ma molto tempo fa, acquistai a rate la mia prima macchina. Una Dyane che l'astuto venditore descriveva come "ben rodata". Ovvero aveva fatto 80.000 chilometri. Però era beige, quindi (non ridete, stiamo parlando della metà degli anni '70) decisi di dipingerla. Un prato, dei fiori, un cielo. Già allora facevo attenzione a non accostare per nessun motivo fiori gialli con fiori rossi, e il cielo era attraversato da qualche nuvola. Così, per fare colore.
Sintomo inequivocabile di romanticismo, personalizzare un semplice strumento per renderlo non più un mezzo di trasporto, quanto il vettore dei miei sogni. L'ho sempre fatto, anche nel lavoro. Mai avrei potuto fare un semplice lavoro, un banale modo di arrivare a fine mese. Ho sempre fatto quel che volevo. Non essendo un genio, l'ho scontato con una situazione economica ondivaga e tutt'altro che sicura. Come direbbe lo scorpione (tra l'altro, il mio segno) alla rana, è la mia natura.
Nel calcio non ho avuto bisogno di colorare. Ho scelto, sono stato scelto, ci siamo annusati e piaciuti subito, non so, comunque sono incappato in una squadra dai colori forti, dai drammi, tradimenti, cadute e resurrezioni, insomma una sorta di feuilleton calcistico. E' stato amore a prima vista, e dura tuttora, senza deflettere mai, senza un attimo di stanca. Certo, come ben faceva notare il sommo Hornby, il nostro rapporto si è evoluto, ma l'ansia, l'emozione, la gioia e i dolori sono gli stessi identici di quasi cinquant'anni fa.
E poi, c'erano loro. Quelli là. Sempre odiati, ma mai tanto da turbarmi il sonno. Già da allora mediocri, difficilmente annoverabili tra le squadre di punta, galleggianti tra figure di secondo piano e campioni sul viale del tramonto, che terminavano la loro gloriosa carriera tra passeggiate a via del Corso e té a piazza Navona. C'erano gli sfottò, le scommesse, le bare portate in corteo, in una dimensione umana, casereccia, quasi provinciale.
Poi è cambiato tutto. Sono cambiati loro, e il nostro rapporto ne ha risentito. Sempre mediocri, ma hanno iniziato a vivere in una dimensione parallela. Il cambiamento non è stato immediato, tutti abbiamo rapporti con quelli là, ma pian piano sono degenerati. Non all'esterno, ovviamente, almeno non per me, ma non si può più parlare di calcio con loro. L'adulazione è perniciosa, non c'è difesa contro l'adulazione, si insinua pian piano, bisogna essere veramente forti per resisterle. E – dato che loro per antonomasia erano quello che erano – non c'è voluto poi moltissimo.
Non ne cerco le cause, i grandi fratelli o i grandi vecchi, gli orchestratori e compagnia danzante. Non mi interessa, però i risultati sono stati – a seconda dell'ottica da cui li si osserva – strepitosi o sconfortanti. Il messaggio è passato. Loro sono il bene, ogni piccola o grande magagna viene osservata attraverso uno specchio deformante, che alle volte addirittura ribalta la realtà. Ma non è importante. La realtà è un concetto numerico: scrivi mille volte che Poulsen ha sputato a totti, e lo sputo di totti diventerà lo sputo a totti. Tra un po' leggeremo che Balotelli ha colpito da dietro l'essere. Nell'immaginario collettivo è già così. Gli universi paralleli di Fringe.
Non so se è per autodifesa, non frequento con tale assiduità i media per esserne bombardato quotidianamente, ma ormai il fenomeno percola come melassa in ambienti inusuali e sicuramente non consoni. Ministri esibenti sciarpette, anchormen che si sperticano in imbarazzanti elogi e contestualmente prendono in giro noi (loro che dovrebbero essere super-partes), prefetti che parlano di puncicate, e laddove loro so' (sempre e comunque) regazzi noi siamo (sempre e comunque) delinquenti. Questa differenza di trattamento, sinceramente, non mi fa apprezzare quando dovuto gli autodafé che leggo anche qui sul comportamento scorretto della nostra tifoseria. In un mondo ideale, i nostri mascalzoni verrebbero stigmatizzati, come tutti gli altri. Nell'universo paratrigoride nel quale ci troviamo noi ci ritroviamo – unici - con il cerino in mano.
Io non so se è per questo, ma li odio.
Odio tutto di loro, dai colori penosa imitazione di quelli della città, al simbolo penosa autoattribuzione di quello della città, odio la loro cafonaggine, la loro arroganza, non sopporto le loro magliette esibite in ogni contesto, le sciarpe, i bruchi, il loro berciare, odio i marioni, i gasparri, i paolocenti, i vippe daa sudde, i cesaroni, i tatuaggi col lupetto, le catenine col lupetto, mi fanno schifo i loro quotidiani, i loro rappresentanti, le loro radio, i loro avvoltoi, i loro finanziatori, i loro fiancheggiatori, i loro leccaculo, aborro i fintisportivi, mi fanno ribrezzo i giornalisti pseudoequilibrati che una frecciatina su di noi perché no, gli impiegati che tappezzano il loro ufficio con poster daasudde, così come le redazioni di quotidiani, le suonerie con grazzieroma, le chiacchiere da bar su zema contro er potere, odio il loro mondo lobotomizzato.
Ma non al punto da immaginarli scomparire.
No. Ieri ero incazzato non poco, dopo che il Napoli ci aveva stramazzato, mi prefiguravo una nottata insonne attraversata da incubi, poi sono andato sul televideo. Li avevo lasciati vincenti, li ho ritrovati come al solito (perché alla fine la realtà è questa, non quella di Fringe) scornati.
Sono andato a dormire beato, sereno con un pupo, e il mio sonno è stato attraversato da Dyane colorate e cieli biancocelesti.
E' male? E' sbagliato? Dovrei fregarmene? Forse. In un mondo perfetto. In questo, romammerda e passa la paura.