Qualcuno ha paventato che in caso di mancata qualificazione alla Champions nel gironi due anni, rischiano l'estinzione nel medio termine. Non sarei così drastico, ma in tal caso si rischia seriamente la retrocessione nell'immaginario collettivo.
Di questa presidenza si è detto tutto e il contrario di tutto. Dopo 10 anni abbiamo davanti a noi i dati squadernati di una esperienza con alti e bassi, il tutto senza toccare vette stratosferiche, nonostante le soddisfazioni. Ognuno può tracciare il suo giudizio e io mi tengo il mio – che è personale, insindacabile e non negoziabile - ma il grosso problema di questa presidenza è che aveva di fronte un benchmark da rispettare: Cragnotti. Questo ha maledettamente complicato il lavoro di Lotito, già complicato di suo vista la necessità del risanamento, che rimessa in carreggiata la baracca non ha poi saputo (o voluto?) interpretare l'ansia naturale e insopprimibile del tifoso di alzare continuamente l'asticella degli obiettivi. Si ha come l'impressione che la speranza e la provvidenza debbano porsi dei limiti ed è inutile stare a citare gli episodi a corredo di questa sensazione.
Si citano poi le epoche passate, anche gli anni 80, dove gli stadi si riempivano di passione soltanto in occasione di grandi sfide, che non erano lo scudetto, ovvio, ma erano promozioni (1983 e 1988) e salvezze (1984 e 1987). Al di là di quei momenti, andare allo stadio rappresentava un rituale stanco anche un po' noioso perché non c'era il piatto caldo da servire, ossia la sfida, il nutrimento della passione di ogni tifoso, laziale incluso.
In questo ambito un pensiero va a Chinaglia che anche come tifoso personalmente ricordo poco visto che ero ancora piccolino quando si trasferiva ai Cosmos. Nell'immaginario del laziale che viveva quegli anni Giorgione fu quello che del riscatto storico da un decennio di sacrifici e umiliazioni (gli anni 60), senza contare il talento e la singolarità del personaggio.
Se si vuole creare identificazione nei bambini, quindi, servono un paio di elementi: le sfide e i personaggi i condottieri che ci portano alla vittoria. Questa Lazio, quella di oggi, manca di tutto questo, non buca lo schermo, non ti tira già dal letto. Il calcio, come ogni passione, ha bisogno di emozioni forti che creano una memoria collettiva di lungo periodo. Se si cercano soltanto bravi ragazzi che non vanno mai sopra le righe, sia sul campo ma anche fuori, non si farà mai la storia.
Se mi posso permettere un cenno ai figli di Rank - uno militante, l'altro moderato - è sicuro, certo, matematico, che in caso di grandi sfide con grandi personaggi in campo allo stadio ci vanno tutti e due. Ecco perché la metà sta ancora a casa. Ed ecco perché questa presidenza non ha ancora conquistato tutto il popolo laziale, né lo farà mai se non arriverà a un radicale cambio di direzione.