Fonte: di Fabio Monti per il "Corriere della Sera"
© foto di Image Photo Agency La serie A finisce in tribunale. Questa volta non c'entrano le scommesse, ma la questione della divisone dei diritti tv che si trascina dalla fine di ottobre 2007. Sei giorni fa sembrava che ci fossero le premesse per trovare un accordo nell'assemblea di domani a Milano. Niente di più sbagliato. Ieri sono arrivati i risultati delle indagini demoscopiche più la sintesi dei dati Auditel, per definire la questione dei bacini d'utenza. In base alla legge Melandri, dal 2010-2011, la cifra complessiva dei diritti tv (in chiaro e criptati) viene venduta in forma collettiva e il ricavato diviso in tre parti: c'è quella prevalente, che viene ripartita in venti quote uguali; c'è la quota destinata alle società in base ai risultati sportivi; c'è infine quella legata al bacino d'utenza, cioè al numero dei «sostenitori»/tifosi, per una quota di 200 milioni di euro. In base alle ultime indagini, Juve, Milan e Inter hanno scoperto di ritrovarsi con un danno economico tale da essere nella condizione di rivolgersi ai tribunali, prima quelli sportivi e poi quelli ordinari. In concreto: la Juve, che pensava di arrivare a 90 milioni di euro per il 2010-2011, ha scoperto che non supererà i 77 milioni; Milan e Inter, che pensavano di arrivare a 80 milioni, per ora si vedono bloccate a quota 70. Le indagini demoscopiche più i dati Auditel non soltanto aiutano i club più piccoli (Cesena e Chievo su tutti), ma presentano aspetti curiosi, compreso quello legato alla Lazio, che arriverebbe a prendere 52 milioni, collocandosi davanti alla Roma e dietro al Napoli, come quinto club italiano. Pensando a quanto le tre big incassavano fino al 2010 dalla vendita soggettiva dei diritti criptati (ognuno provvedeva per sé), le perdite sono ancora più consistenti. I ricavi per Juve, Milan e Inter risultano dimezzati e questo proprio nel momento in cui sta entrando in vigore il fair play finanziario, imposto dall'Uefa, che prevede di reinvestire soltanto quanto ricava un club. Se calano gli introiti, è evidente che diminuisce anche la competitività dei club di vertice. Tutto questo aumenterà l'equilibrio in Italia, perché cresceranno i ricavi per le società di seconda fascia, ma le squadre che giocheranno in Champions League si troveranno in posizione di grande svantaggio rispetto a quanto avviene all'estero (Spagna, Inghilterra e Germania). Siccome i dirigenti dei tre club sono convinti che questa suddivisione rappresenti una specie di esproprio, sono disposti a tutto, perché «è difficile immaginare un accordo per noi più penalizzante». Si partirà dai tribunali sportivi, compresa l'Alta Corte presso il Coni, per finire alla magistratura ordinaria, con i tempi lunghissimi legati a questo tipo di giudizio. Proprio questa scelta delle tre big rischia di creare una situazione di paralisi per tutta la serie A, perché il ricorso alla magistratura comporterà il congelamento non soltanto dei 200 milioni, che rappresentano l'oggetto del contendere, ma anche dei ricavi complessivi della prossima stagione, che non potranno essere divisi fino al pronunciamento finale della magistratura. Per ipotizzare una bozza di accordo, bisognerebbe che venisse tolto almeno l'Auditel, perché è del tutto arbitrario sostenere che una partita venga vista in tv soltanto dai tifosi delle due squadre. La situazione legata ai diritti tv conferma l'immagine di una Lega che era spaccata ed è andata in frantumi, con un presidente (Beretta) che, dopo essere venuto meno al suo ruolo super partes, schierandosi a fianco dei club medio-piccoli (la mossa che ha rotto gli equilibri interni), si dedica a tempo pieno a un incarico ancora più prestigioso (è il responsabile delle relazioni esterne di Unicredit), senza che in Lega si configuri nemmeno l'ipotesi di trovare un successore. Le società di A, strangolate dai debiti, sembrano impegnate soltanto a farsi la guerra fra loro.