ipse dixit
di VINCENZO CERRACCHIO 9 agosto 2009
ROMA – Ci sono vittorie che insegnano a sognare. Che vanno talmente controcorrente da farti guardare improvvisamente lo sport, e quindi la vita, con occhi diversi. Non increduli. Ridenti. Tutto è possibile, indovinare la sestina del Superenalotto o magari innamorarsi. Era possibile che la Lazio, questa Lazio assemblata un po' così, battesse in Supercoppa l'Inter, questa Inter che potenzialmente avrebbe potuto travolgerla: perché è sempre lo stesso piccolo particolare che fa del calcio un'esperienza unica. Ora lo sappiamo con certezza, come abbiamo sempre saputo, da quando eravamo bambini, che esisteva un Golia ed esisteva un Davide. Una favola bella e imponente, costruita sui popoli e sui sassi, com'è singolare questa, costruita sui gol, sulle parate, sugli errori, sul caldo che ti si appiccica, sui cinesi che applaudono e cantano l'inno alla fine, che è un Vola Lazio Vola da brividi e tenerezza.
Ci sono vittorie che insegnano a lottare. Sempre. A metterci il piede sempre, la faccia in senso lato e in senso stretto, l'anima quando si può, lo stinco, il petto del portiere, che qualcuno chiamerà fortuna, gli sconfitti. Altri, i vittoriosi, disquisiranno di lungimiranza o piazzamento. Quelli che Ballardini, il Davide di cui sopra, ha mandato in campo con coraggio e quel pizzico d'incoscienza che spesso premia gli allenatori, sono tutti eroi di una notte lontana, o di un pomeriggio afoso perché anche il fuso rendesse speciale, indimenticabile, l'impresa. L'impresa laziale: sei volte soltanto su 22, la vincitrice della Coppa Italia ha battuto in Supercoppa gli scudettati. Dice, eccome se dice. Anche se l'Inter, è di lei che parliamo, un tempo aveva un tipo, che si chiama Ibrahimovic, che da solo trasformava il calcio in oro e adesso è soltanto una squadra grandissima, che ieri ha inciampato in un sasso, ma ci auguriamo possa vincere in Europa finalmente, finalmente giocando, come ieri, da squadra.
Ci sono vittorie che insegnano a crescere. Perché se oggi la Lazio pensasse di essere diventata, con il 2-1 della sua terza Supercoppa, della sua rinvigorita bacheca, così com'è, la squadra perfetta, si risveglierebbe sotto valanghe di delusioni. Ballardini ha rischiato, schierando due stopper, un vecchio ragazzo rientrante dalla B davanti alla difesa, un centrocampo esperto e coriaceo. Ha detto a Zarate: parti e vai dove ti porta il tiro. A Rocchi ha detto: un'occasione ti capiterà e non sbagliarla. Detto fatto: il pallonetto del capitano, in mezzo a due marpioni nerazzurri, è il simbolo stesso di questa storia. Il sasso che centra la testa, l'impossibile che si fa realtà, il gesto tecnico che illumina, che annulla ogni recriminazione avversa. Ora la Lazio va rinforzata, le vanno dati altri mezzi, per acquistare la consapevolezza che il signor Rossi, l'amico che l'ha portata a Pechino, ha sempre invocato.
Ci sono vittorie che insegnano a vincere. A essere umili, a capire che nel calcio la programmazione viene prima del risultato effimero. La Lazio sarà fra le grandi se saprà mettersi questo grande e meritato trofeo dietro le spalle. Se riprenderà a lavorare con più lena, senza gli egoismi e i personalismi che hanno minato la passata stagione. Salvata, rilanciata, resa indimenticabile da una coppa fortuita, non certo fortunosa. Restare Davide nella testa, nella concentrazione estrema, nell'amore per il proprio lavoro e per la propria gente che sotto sotto ci credeva, ci ha sempre creduto. Perché per prima, 109 anni fa, ha imparato a sognare. E non ha ancora mai smesso.