,, Jemand mußte Josef K. verleumdet haben, denn ohne daß er etwas Böses getan hätte, wurde er eines Morgens verhaftet. "
No, non ho cominciato a delirare in tedesco: la frase che ho appena citato è l'inizio di un testo abbastanza famoso, "Il processo" di Franz Kafka.
"Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato". È la situazione surreale in cui si è trovato il capitano della nostra Lazio, Stefano Mauri, il 28 maggio 2012. Viene accusato di un reato del quale non esiste il benché minimo straccio di prova – associazione a delinquere finalizzata alla truffa sportiva –, ma fa lo stesso: rimane otto giorni in 'custodia cautelare' (l'Italia è la terra degli eufemismi) e, come Josef K., entra nella spirale di un giudizio interminabile, assurdo, che col passare del tempo assume sempre di più i contorni di una persecutio ad personam, di uno scapegoating, di un accanimento contro un capro espiatorio, piuttosto che un reale processo dotato anche di una sola parvenza di legalità.
La Legge. La mia apodittica teoria antropologica è la seguente: un tempo gli uomini erano barbari (vale a dire, persone uguali a quelle che sovrappopolano il mondo odierno, ma senza Facebook e iPad) e manifestavano i loro impulsi aggressivi in un modo un po' violento: se qualcuno era inviso al suo vicino, questi gli si presentava di fronte, gli dava una bella mazzata in faccia e così sfogava il proprio risentimento a scapito del malcapitato che si era attratto le sue antipatie.
Per mettere fine a questa ignominiosa situazione in cui chiunque poteva alzarsi la mattina e attribuirsi il diritto di farsi giustizia da solo in maniera arbitraria e violenta, l'uomo decise un giorno di erigere un baluardo contro questo anarchico stato di cose, e lo chiamò Legge.
La Legge fu senz'altro un'enorme conquista, un considerevole passo in avanti verso ciò che definiamo civiltà senza sapere bene cosa voglia dire esattamente questo termine – perché in effetti non vuol dire nulla. Con la nascita della Legge l'uomo – quel barbaro pezzente che amava maltrattare il suo vicino ogniqualvolta il capriccio lo dettava alla sua coscienza non ancóra desta – smise di affrontare (semanticamente: stare di fronte) il prossimo a mazzate in faccia, e cominciò a pugnalarlo alle spalle, con l'avallo di codici e codicilli che trovavano sempre la spiegazione del perché alla fin fine la violenza era ancóra possibile: si tratta adesso di una violenza asettica e invisibile, o visibile ma in giacca e cravatta, o in uniforme, o togata. Quella sottile violenza che mette in carcere Stefano Mauri, lo priva della sua dignità di uomo e di cittadino contravvenendo tra l'altro alle tre condizioni imprescindibili che permettono il ricorso a una misura come la carcerazione preventiva, che deve essere considerata assolutamente straordinaria: solo il rischio di inquinamento di prove, la possibilità che il presunto reo si dia alla fuga o l'eventualità che egli possa compiere un reato analogo a quello per cui è indagato permettono di ricorrere a un passo così estremo.
Lasciamo stare il fatto che tutte e tre le ipotesi di rischio che possono giustificare l'utilizzo della 'custodia cautelare' debbano essere concrete e dettagliate, e che così non sia stato. Lasciamo stare il dato statistico secondo il quale il 42% delle persone che sovraffollano le carceri italiane risultano essere persone in attesa di giudizio – tanti piccoli Kafka, insomma – e il 50% di essi viene alla fine assolto (lo stato italiano ha speso l'anno scorso, in tempi di recessione, 46 milioni di euro per risarcire quella parte di loro che ha deciso di avviare una controffensiva legale). Lasciamo perdere la triste constatazione della sparizione del sacrosanto diritto all'habeas corpus nella Repubblica delle Banane – chiedo scusa, volevo dire l'Italia.
Lasciamo perdere, dicevo, dati così preoccupanti: il punto che voglio far risaltare, mettere ben in evidenza è un altro. Da quando è stata introdotta la Legge l'uomo – non più un barbaro con la pelle d'orso ma un aguzzino con la toga o la cravatta – ha trovato uno stratagemma per calpestare il prossimo. Colui che sente dentro di sé le più mefitiche esalazioni di un'anima putrefatta e intrinsecamente incline alle peggiori sozzure, può adesso grazie alla Legge, a una complementare faccia da culo (mi si perdoni il francesismo) e alle necessarie doti di attore, assurgere all'archetipico ruolo di Buono, scegliere un ignaro esemplare della razza umana che rappresenti le sue frustrazioni personali – può trattarsi di un individuo, di un genere, di un gruppo religioso, di un'etnia e via dicendo – e affibbiargli tra capo e collo l'archetipico ruolo di Cattivo.
È così che nascono i pogrom, l'Inquisizione, l'integralismo islamico, il sionismo radicale, le varie forme di razzismo, i campi di concentramento, le purghe staliniane, le pulizie etniche e – ci siamo arrivati – i processi ad personam.
Un importantissimo testo della mistica ebraica, lo Zohar, asserisce che pensieri, azioni, preghiere, desideri e paure degli uomini tendono ad assemblarsi nell'àmbito del mondo spirituale e a creare angeli e demòni, a seconda della natura luminosa od oscura delle energie che li generano. Ebbene, io credo che molti di quei Buoni archetipici che ho appena menzionato non siano nient'altro che l'incarnazione di qualche cosa di questo tipo. I Buoni: angeli oscuri travestiti da angeli di luce – grazie alla Legge. Riferiscono molti mistici che lo stesso Lucifero fu un tempo il più bello degli angeli e persino dopo la sua caduta sia rimasto capace di apparire sotto le mentite spoglie di qualche creatura del Paradiso, turlupinando anche persone che si trovino in avanzati stadi spirituali.
Mi si perdoni l'excursus esoterico che mi permette di esporre un'altra mia teoria: è probabilmente da alcuni eoni che sguazzava nelle eteree regioni celesti – un po' spaesato perché non erano le sue – un ectoplasma immondo che per nascondere la sua natura infernale aveva bisogno di ricoprire il ruolo di un Buono. Fu così che quell'ectoplasma si incarnò nel seno di una madre tutto tranne che vergine e venne battezzato (si narra che gridò molto al contatto con l'acqua santa) con lo stesso nome dell'uomo – il Cattivo – che egli avrebbe un giorno perseguitato (come in una sorta di perversa identificazione e inversione): Stefano. Alludo ovviamente a Stefano Palazzi, procuratore federale della FIGC.
Stefano Mauri – il Cattivo – rappresenta in realtà l'incarnazione di un altro tipo di umanità: l'umanità che è se stessa, l'individuo che è se stesso, fuori dalla massa, colui che non accetta le regressioni (o le perpetue stagnazioni) infantili, colui che non partecipa alle felliniane – od orwelliane, a seconda dei casi – orge pagliaccesche con cui il circo mediatico e populista imbonisce e abbrutisce il popolaccio per dominarlo meglio, grazie all'efficiente adoprarsi del suo esercito di nani, giullari, ruffiani e cortigiane, grandi sacerdoti della religione del Grande Fratello (G, come il massonico grande architetto dell'universo e come l'onnipresente lettera che campeggia negli account Google e negli android – scimmiottatura e prolungamento elettronico di quello che una volta era l'andrós, l'uomo vero e completo). Quest'uomo, quest'immondo Cattivo che rifiuta di bere il calice della dissoluzione della propria individualità nel marasma del panem et circenses, dell'ipnosi collettiva del volgo infra-umano sedato dalle droghe che la Casta gli affibbia per mantenerlo sotto i suoi stivali e abusare impunemente del suo potere; quest'uomo che è fuori dalla massa, che è fuori dalla Legge, ecco, il Fuorilegge per eccellenza è – in àmbito calcistico, ma il calcio non è solo sport, è sociologia e politica – il Laziale. E Stefano Mauri è il capitano della Lazio.
Il Buono, il Giusto, ha sempre perseguitato chi si teneva fuori dalla sua 'civiltà' fondata sulla Legge che lo protegge. Non è un caso che "Il processo" di Kafka che ho citato all'inizio sia preceduto da un enigmatico racconto breve che ha che vedere proprio con l'assurdità della Legge assurta a feticcio, a copertura di coscienze sporche, contorte e ipocrite.
Non sarà sfuggito il fatto che Kafka fosse ebreo. Nessun popolo come quello ebraico può capire la duplicità della Legge, essendo stato vittima tanto di questo perverso processo psico-sociale incarnato nei suoi persecutori come della sua interiorizzazione all'interno dell'ala più estrema della sua tradizione religiosa. Non a caso i personaggi che hanno saputo denunciare, parodiare e persino smantellare i meccanismi di questo feticismo per la Legge con il corollario del suo moralismo ipocrita sono stati e sono principalmente ebrei: oltre allo stesso Kafka, penso a Sigmund Freud, ai filosofi della Scuola di Francoforte, al linguista e politologo contemporaneo Noam Chomsky, e a tanti altri.
Sì perché il Laziale, il Cattivo, a seconda di come faccia comodo viene tacciato a volte di nazista a volte di ebreo: quando deve essere messo in cattiva luce nel salotto buono degli intellettuali pseudo-progressisti, si prende come pretesto la presenza – grazie a Dio sempre più esigua – di una minoranza assoluta di imbecilli tra le file dei biancocelesti per dipingerci tutti come dei perversi antisemiti criminali. Ma quando questa tattica non funziona più perché – grazie agli sforzi della società biancoceleste e degli stessi tifosi – la suddetta minoranza viene messa al bando, il Laziale diventa l'estremo opposto: l'ebreo, quello che è dentro la Legge, ma – come Kafka, Freud e tutte le menti illuminate di un popolo che è sempre stato reticente a ogni tentativo di appropriazione da parte di culture intrinsecamente fagocitanti e intolleranti, compresa la loro stessa –, la rifiuta. Ecco allora apparire – mentre continua a svolgersi l'eterno processo kafkiano al Wandering Jew, l'ebreo errante fuori dalle regole del gioco perché Laziale, Stefano Mauri – le scritte sui muri di Testaccio: affettuosi messaggi rivoltici dai tifosi romanisti che ci svelano come Anna Frank fosse della Lazio e come noi siamo tutti ebrei, abbiamo gli stessi colori e faremo la stessa fine.
E lo stuolo dei moralisti, impavidi guardiani contro il perpetuo riaffiorare dell'antisemitismo nel nostro Paese, dov'è? Sparito. Gli insulti e le minacce dei romanisti, si sa, sono goliardia. Non sappiamo stare allo scherzo. Non è successo niente. Anche noi siamo niente, ce lo ricorda gente dotta dopo aver preso una coppa in faccia. Ma il niente dà così fastidio? È il perenne dilemma che affligge i due neuroni rimasti in capo a codesta gente.
È ora che questo stato di cose finisca. Per troppo tempo i Laziali – tanto la società come noi tifosi – hanno assistito a questo linciaggio con un'apatia che potrebbe essere comparata a quella di timorosi cittadini che rimangono chiusi in casa mentre fuori impazzano orde di bulli ubriachi, credendo che sia Carnevale e che si tratti solo di giovinastri che vogliono solo sfogare le loro tempeste ormonali con delle ragazzate di cattivo gusto. Sveglia, popolo Laziale: questi non sono ragazzi e l'anno solare non è composto da trecentosessantacinque carnevali: le orde che impazzano lì fuori e che vogliono la nostra fine sono le persone che ci governano e ci mettono sotto giudizio.
Oggi io lancio un grido, come Émile Zola quando sollevò l'opinione pubblica scatenando l'affaire Dreyfus – un altro ebreo, un altro condannato senza colpe –; oggi lancio il mio j'accuse : io accuso quest'orda di Buonissimi ectoplasmi che si incarnano nelle menti insane di procuratori in cerca di protagonismo e di uno sfogo alle loro frustrazioni; accuso il circo mediatico di nani, burattini e leccaculo (altro francesismo) che dietro la loro maschera di Topolino celano il loro vero vólto di vampiri avidi del nostro sangue; accuso la passività della nostra società; accuso la Legge e la sua falsità. Je défends. Difendo Stefano Mauri. Difendo la Lazio. Difendo i Laziali. Popolo biancoceleste, alzati e combatti: ognuno lo faccia con gli strumenti a sua disposizione. Facciamolo oggi: domani potrebbero già ballare sui nostri feretri. E non lo dovranno fare mai.