"Complice!", "Gufo!": l'assurda battaglia degli insulti sui social. Ridateci il bar dello sport
di Vincenzo Cerracchio
Se fossi ancora un giovane cronista di quotidiano proporrei al mio direttore – per ingannare il tempo di questa sosta inopportuna – un servizio su quel singolare e stupefacente fenomeno che prospera sui social tra i tifosi della Lazio e che si potrebbe definire banalmente "dell'insofferenza per l'altro". Ove "l'altro" non è il romanista o lo juventino. L'"altro" è il laziale che non la pensa come te.
Siccome molti di voi non la penseranno come me, sarò anch'io l'"altro" alla fine di questo articolo. Sarò il laziale spurio, peggio il sedicente laziale, peggio il laziale presunto, peggio il "troll" – oddìo si dirà davvero così? – giallorosso infiltrato nei forum per seminare zizzania. O per rivelare, maledetto giornalista, notizie falsificate apposta, amplificate ad arte o che andrebbero tenute segrete, anche se basta aprire facebook o twitter per trovarle spiattellate, spesso accompagnate da illazioni e bassezze di ogni sorta. Una specie di tutti contro tutti.
Ripensandoci... se fossi un giovane cronista lascerei perdere. Scriverei dei giocatori fagocitati dalle nazionali, di Basta che recupera e di Strakosha che contende il posto tra i pali a Marchetti. Ma credo che ci sia bisogno di persone – persone che vogliono bene alla Lazio punto e basta – le quali fermino un attimo la giostra e facciano scendere tutti prima che prenda troppa velocità, rompa i freni e sfracelli definitivamente i cervelli residui. Ed è solo con questo intento che continuo il ragionamento.
Ho un osservatorio privilegiato da cui guardare, lo ammetto. Perché i miei amici che vanno allo stadio, e anche in trasferta quando capita, sono più o meno dello stesso numero di quelli che promettono di non andarci finché ci sarà Lotito. Perché è di questo che sto parlando, lo avranno capito anche gli ingenuotti: non ci si insulta più tra laziali e romanisti. Non ci si denigra neanche più nel nome che sappiamo (che sempre soggetto sottinteso resta...) bensì nel nome – niente di meno che – della lazialità. Ovvero se siano più laziali gli uni o gli altri delle due fazioni contrapposte. Qualcuno ricorderà, quando studiammo la storia di Dante Alighieri, che non c'erano solo guelfi contro ghibellini a Firenze, ma pure guelfi bianchi contro guelfi neri. Ecco nel campo dell'attuale tifo laziale, le sfaccettature potrebbero assumere tutti i colori dell'iride...
Dunque cosa accade? Chi va allo stadio accusa i contestatori di avere ormai un legame incestuoso con il proprio divano e una passione insana e morbosa per le pantofole sfondate. Chi non ci va accusa i viandanti del pane e frittata di fare il gioco della dirigenza ovvero di complicità nel prolungare un'agonia che potrebbe durare all'infinito, facendo sparire generazioni intere di (ancor giovani) potenziali tifosi. Il brutto è che nessuno crede – come credo io, conoscendo bene gli uni e gli altri – alla pura e semplice buona fede. Perché ormai si vive nel sospetto, nella pericolosa sindrome da "pensiero unico", si milita in un partito "politico" dove chi è contrario o chi tradisce va fatto fuori (bannato, si dice così?) dalle discussioni, isolato, deriso, sbeffeggiato ed esposto al pubblico social-ludibrio. Ho letto tweet di insospettabili facinorosi, al secolo incravattati professionisti. "Sei complice!", "E tu sei un gufo!" Sono rimasto allibito per chi conosco, lo confesso.
E allora, dico a voi, vi dispiace scendere un attimo dal preconcetto? Poi ci risalirete per carità. Però alla stragrande maggioranza dei miei amici che vanno allo stadio, di Lotito non può fregare di meno, non lo considerano proprio e se andasse via domani stapperebbero champagne. E i miei amici che allo stadio rinunciano ci tornerebbero anche a piedi scalzi, bruciando divano, pantofole e abbonamento al calcio tv, se solo Lotito accettasse di intavolare una trattativa qualunque per farsi da parte.
Direte: sì, vabbè! Ma quanta gente all'Olimpico invece non ci va perché deve posteggiare lontano? E si nasconde dietro l'antilotitismo? Penso una minoranza, che sbaglia ma che comunque va rispettata. Sbaglia non perché il tifo deve superare ogni ostacolo (c'è chi non ce la fa fisicamente e chi ha il portafogli vuoto, checché ne dica l'Istat) ma perché è diventato lui stesso ingenuamente ingranaggio di quel meccanismo "di potere" che predica il calcio lontano dagli stadi, soldi solo alle tv e dalle tv alle società in un sistema di mutua assistenza e generale arricchimento di chi governa. Ci avete fatto caso che i presidenti ormai lasciano solo per limiti di età? Ricordate quando li chiamavano i ricchi scemi? Ora sono ricchi e basta. E non mollano l'osso, statene certi. Andare allo stadio almeno ogni tanto vuol dire quasi quasi fargli un dispetto!
Il tutto con la benedizione dello Stato. Meno tifosi, meno ressa. Più barriere, più abbandono del campo dei ragazzi, dei bambini verso divertimenti casalinghi, magari qualche alienante videogioco. Meno poliziotti in strada, più straordinari risparmiati.
Scendete dalla giostra e pensateci. Pensiamoci. Che tutta questa acredine, questo insultarsi, questo prendersi per i fondelli, questa "prevalenza del cretino" che a volte sfocia in comportamenti bulleschi, violenti sia pure solo a parole, questa intolleranza – chiamiamola per nome – non fa che il gioco altrui. E' già accaduto a ben tragici livelli politici nei cosiddetti anni di piombo, giovani messi ad arte gli uni contro gli altri.
Questo contesto divide, nel nostro caso, un popolo sviluppatosi dal 1900 lungo percorsi diametralmente diversi, quello dello spirito sportivo, dell'amicizia e della solidarietà. Con uno stile che stiamo disperdendo nel nome e per conto di chi laziale non è, di chi della Lazio non è mai importato nulla.
Non ho proposte rivoluzionarie da fare. Pareggio 0-0 e ne sono contento, anzi fiero. Magari 2-2 perché un paio di gol vorrei averli segnati. Perché sono idealmente nato in piazza della Libertà e per me ogni laziale vale un altro, non ce n'è uno migliore di un altro. Viva chi va allo stadio e viva chi non ci va, specie se il motivo è nobile e costa identico sacrificio. Detesto solo chi manipola la nostra storia sostenendo che sempre Laziotta siamo stati – niente di più falso, rileggetevi le classifiche e soprattutto i contesti! – e dovremmo quindi accontentarci per l'eternità di esserlo.
Potrei aggiungere, l'età me lo consente: ai miei tempi... Beh ai miei tempi c'erano lo stadio e il bar, quasi sempre il bar dello sport. E si litigava e ci si riabbracciava nello stesso spazio fisico e temporale, perfino tra laziali e romanisti seduti fianco a fianco in tribuna. Contavano il contatto visivo, l'adrenalina, l'emozione e alla fine il buon senso. Oggi dietro alla tastiera ci sono leoni, asini e altri animali virtuali. Soprattutto c'è la giungla del nonsenso da cui sottrarsi in fretta. Ora conta la Lazio. E quando vince, credete a me, gode pure chi è lontano mille miglia. Perché al cuore non si comanda, questo almeno dovremmo averlo imparato...