Anche dopo questa lettera, mi fai schifo lo stesso.
LA lettera
Paparelli e il valore della memoria (Corriere dello Sport)
Caro direttore,
apprendo che la mia replica non è servita a spiegare né tantomeno a farmi capire. Voglio rivolgermi direttamente alla famiglia Paparelli. Dalla mia sensibilità alla loro sensibilità. Da ciò che mi ferisce a ciò che li ferisce. Augurandomi di poterli un giorno incontrare. Nell'occasione porterò con me l'intervista che feci al fratello di Vincenzo. Una delle più commoventi, tra le mille, per quanto mi riguarda.
La mia sensibilità m'impone questo, non mi consente di trattare con me stesso: se una persona o un insieme famigliare che ha subìto una tragedia come la vostra si sente turbato da qualcosa che ho scritto, io m'impongo di prendere atto del turbamento. Lo farei e lo faccio anche, come in questo caso, mi sentissi oggetto di un'interpretazione che faccio fatica a capire. Ne prendo atto, faccio mio il vostro turbamento e quello dei tifosi che erano presenti quel giorno allo stadio o ne hanno la memoria. Se definisco "sventurato" Paparelli è perché lo considero vittima innocente di una brutalità ancora oggi incomprensibile. Scrivere è il mio mestiere da qualche decina di anni. Lo faccio da sempre con una convinzione: la scrittura deve raccontare la vita, non la deve edulcorare. Il mio pezzo in questione voleva semplicemente celebrare la bellezza del ritorno allo stadio delle famiglie. Aggiungendo che l'incanto accadeva negli anni '60 e si spezzava "molto prima che...". Evidenziando così che quell'omicidio assurdo inaugurò una nuova e pessima antropologia da stadio. L'inizio della barbarie. Per come intendo io il mestiere di raccontare e scrivere, se avessi scritto "uccidere" o "assassinare", un'espressione più neutra voglio dire, sarei stato allora sì omissivo e offensivo nei confronti di Vincenzo. Che ha subìto un atto brutale e non merita di essere raccontato con un linguaggio da travet della tastiera che se la cava con espressioni generiche. Lo specifico di quella tragedia non merita la banale parola "uccidere". E' lo specifico di un innocente che un attimo prima stava mangiando il suo panino e un attimo dopo non c'era più. Detto questo, ribadisco la mia disponibilità a incontrare chiunque di voi se questo servirà a capirci meglio. Io ero allo stadio quel giorno e non ho mai più smesso d'immedesimarmi nella sorte del vostro Vincenzo.
Giancarlo Dotto